Vai al contenuto
Cose viste e pensateItaliani
Home » Tullio De Mauro, UN ERETICO DI SUCCESSO

Tullio De Mauro, UN ERETICO DI SUCCESSO

Tullio De Mauro ( Torre Annunziata 1932 –  Roma 2017) è stato tra i maggiori linguisti italiani del XX secolo. Una definizione che però non basta a raccontare un Maestro dell’Italia del secolo scorso. Docente universitario autorevole, giornalista acuto, autore televisivo, ministro della Pubblica istruzione. Umile e saggio era convinto che il futuro dei singoli e dell’intera nazione si giocava a scuola. Era il grado e la qualità dell’istruzione – diceva – ad attivare l’ascensore sociale e a realizzare la democrazia sostanziale. Era anche ironico. Guardandolo qualcuno notò una somiglianza con Yoda, il maestro dei Jedi della saga di Guerre stellari. Quando un cronista lo scrisse non se ne ebbe a male, anzi ne rise compiaciuto.
Ho avuto il privilegio di conoscerlo e frequentarlo . Quello che segue e un ritratto pubblicato sulla
Nuova Antologia nel 2014

 

Il modo più efficace per raccontare Tullio De Mauro, il maggiore linguista italiano vivente, è descrivere il balcone del suo studio.

È una esplosione di vita: piante di tutti i generi, una grassa che penzola robusta verso la strada, una selva di arbusti che la balaustra di travertino a stento contiene. Un caos creativo dove trova spazio anche una rosa rossa. Ma la rosa «ha voluto mia moglie che ci fosse», mi spiega poi De Mauro.

Ecco, Tullio De Mauro è come il suo balcone. Capace di mettere insieme filosofia e glottologia, linguistica e urbanistica, letteratura e matematica, giornalismo, pedagogia ed economia. In una esplosione creativa e vitale che rimane intatta anche oggi, che ha superato le 80 primavere.

 

Bozza corretta da De Mauro di una intervista sulla Nuova Antologia.

A quel balcone Gianni Rodari, che di De Mauro fu amico, avrebbe certo dedicato un componimento. Memore anche di quel linguista De Mauris, «esperto di parole» citato nei suoi racconti, capace «di parlare anche con gli alberi» e che probabilmente offrì al fantasioso scrittore di Omegna lo spunto della celebre filastrocca:

 

Abbiamo parole per vendere, Parole per comprare,
Parole per fare parole. Andiamo a cercare insieme Le parole per pensare.
Andiamo a cercare insieme Le parole per pensare.
Abbiamo parole per fingere, Parole per ferire,
Parole per fare il solletico. Andiamo a cercare insieme, Le parole per amare Andiamo a cercare insieme Le parole per amare.
Abbiamo parole per piangere, Parole per tacere,
Parole per fare rumore. Andiamo a cercare insieme Le parole per parlare.
Andiamo a cercare insieme Le parole per parlare.

 

De Mauro di parole, per Rodari, ne utilizzò una nella recensione della Grammatica della fantasia, l’unico volume teorico dello scrittore di fiabe e filastrocche: lo definì un «classico».

Un giudizio – eravamo nel 1973 – che trasformò uno scrittore per bambini in un protagonista della nostra letteratura. Rodari festeggiò la consacrazione girando, per un giorno intero, nella redazione di «Paese sera», giornale a cui collaborava e che aveva pubblicato la recensione dell’amico professore, con un foglio attaccato sulla schiena in cui aveva scritto: «IO SONO UN CLASSICO».

Ci sono quattro agili volumi in cui De Mauro si racconta con leggerezza e ironia: Prima persona singolare passato prossimo indicativo, La cultura degli italiani, Parole di giorni lontani e Parole di giorni un po’ meno lontani. Leggendoli viene fuori il ritratto di una intelligenza brillante e di una persona onesta. In controluce emerge la storia culturale dell’Italia dal dopoguerra ad oggi. Sono contributi importanti, ma non sufficienti a delimitare l’attività di questo poliedrico intellettuale: saggio, ironico, lontano dalle mode e dagli schemi.

 

 

 

 

 

C’è il De Mauro accademico.

Il professore emerito di Linguistica generale della «Sapienza». L’autore della Storia linguistica dell’Italia unita. Un volume che ha cambiato il modo di fare ricerca. Quando il libro fu scritto, il glottologo – eravamo all’inizio degli anni Sessanta – si dedicava preferibilmente alle lingue morte come il sanscrito, il tardo latino o al più il tedesco medievale.

De Mauro, a cent’anni dall’unificazione, mentre il Paese viveva le ondate migratorie dalle campagne del sud verso le città del Nord, si pose per primo il problema di utilizzare le trasformazioni della lingua italiana per raccontare la storia di una nazione.

Così, un libro di linguistica diviene storia politica, intellettuale, sociale ed economica. Lo fece unendo, allo strumentario tradizionale del buon linguista, la statistica, la demografia, l’economia, l’analisi sociale e le valutazioni istituzionali a partire dall’impatto del sistema scolastico.

La Storia linguistica, che tante polemiche suscitò all’uscita, è arrivata alla quindicesima edizione ed è considerata ormai un classico, sia per il metodo, che per i contenuti. Annotazione marginale, ma non troppo, quell’opera così rilevante prese il via da una serie di conversazioni radiofoniche. Altri tempi e un’altra RAI.

De Mauro ha anche curato (nel 1967) l’edizione italiana del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure. Un testo del 1916 fondamenta- le per la cultura europea del Novecento perché ha posto le basi della Linguistica, della Semiologia e dell’Antropologia contemporanea.

Il lavoro di De Mauro non fu solo di traduzione, ma soprattutto di ricostruzione filologica e di creazione di un robusto apparato critico capace di ricostruire il pensiero dello studioso ginevrino.

Oggi, in tutto il mondo, le maggiori edizioni dell’opera di de Saussure, compresa quella francese, hanno l’apparto critico di De Mauro.

C’è, poi, il Grande dizionario dell’uso che ha ideato e curato. Otto volumi e un supporto elettronico che raccolgono e classificano l’evolversi della nostra lingua. Un’opera che ha aggiornato, con le tecnologie e le possibilità di oggi, il Dizionario enciclopedico italiano che la Treccani, sotto la guida di Migliorini, realizzò negli anni Quaranta.

Il prestigio accademico, queste tre opere e il numero impressionante di allievi messi in cattedra basterebbero ad attribuire a De Mauro il titolo di «barone». Nulla di più sbagliato.

 

 

Fu proprio la sua repulsione agli aspetti più beceri del potere accademico e la familiarità mostrata con gli allievi a fargli rischiare, da giovane assistente agli inizi degli anni Sessanta, l’espulsione dall’università. La pena per non affrettarsi a portare la borsa del titolare della cattedra e il trattare da pari con gli studenti, fu commutata in esilio: in Abruzzo, a Chieti.

In una Italia di altri tempi, quando l’«Autostrada dei parchi» era ancora da progettare i collegamenti tra la capitale e la costa abruzzese erano affidati al treno. Il rapido Roma-Pescara, il mezzo più veloce per coprire in poco meno di 5 ore (!) i 240 km, si trasformava il lunedì mattina in una specie di carro di Tespi. Raccoglieva infatti i docenti romani in trasferta: economisti, giuristi, storici, filologi, matematici, linguisti, filosofi, geografi, pedagogisti. Alcuni si fermavano a Chieti, altri, da Pescara, proseguivano per Teramo o per Lecce. Quel treno divenne un laboratorio interdisciplinare che raccoglieva non solo giovani di belle speranze come Maurizio Dardano e lo stesso De Mauro, ma anche già celebri accademici come Benedetto Marzullo, che fonderà il DAMS di Bologna, e il filologo Giorgio Petrocchi.

Fu probabilmente in quei viaggi che la vocazione a intersecare materie ed esperienze, che De Mauro coltivava già dai tempi del liceo, si trasformò in metodo. Di certo fu allora che avvenne l’incontro con Lucio Lombardo Radice.


L’illustre matematico introdusse De Mauro nel mondo della politica scolastica. Trasformando così l’attenzione verso il mondo della scuola, propria della formazione di De Mauro, in impegno civile.

In Italia, per tutta la Prima Repubblica la politica scolastica è stata delegata a un gruppo variegato di intellettuali: cattolici, laici, marxisti. Accomunati dal fatto di essere tollerati e spesso mal sopportati dai leader politici. Condannati a discutere molto, ma a realizzare poco.

Il sistema formativo era troppo delicato per essere affrontato in modo radicale. A viale Trastevere, sede del ministero dell’Istruzione, c’è ancora qualcuno che ricorda Guido Gonnella, titolare del dicastero dal 1946 al 1951, che reagì allo stop imposto da De Gasperi alla sua riforma della scuola, facendo rimuovere dal suo studio il tavolo da lavoro, sostituendolo con un comodo divano «più adeguato all’attività di discussione e progettazione».

 

Molti dei problemi dell’Italia di oggi derivano proprio da quella cautela. Governi brevi, spesso deboli, e incapaci di progettare un sistema formativo moderno, hanno creato un apparato incoerente, dove gli interventi sono avvenuti in emergenze e senza una visione complessiva. Alla mancanza di omogeneità si è aggiunta, con la seconda Repubblica, la tendenza ad annunciare, a ogni cambio di maggioranza, riforme radicali. spesso solo annunci, ma tali da disarticolare ulteriormente il sistema formativo.

 

Il risultato?

Un Paese sempre meno preparato e non solo incapace di competere con gli altri stati europei, ma anche analfabeta. De Mauro con l’aria beffarda del bimbo che grida «il re è nudo!», ha iniziato a denunciare che in Italia ci sono oltre 8 milioni di analfabeti e larghissime fasce della popolazione stentano a capire la lingua parlata in televisione. Cifre pudicamente nascoste e colpevolmente ignorate dalla classe dirigente. Anche quando, e lo dimostrano gli ultimi dati OCSE sulle competenze degli adulti, c’è la prova che anche i maggiorenni istruiti stanno dimenticando ciò che sapevano. E in Italia più che altrove.

 

 

 

De Mauro è convinto che il futuro si gioca a scuola. Come ha raccontato, al termine dell’esame di maturità gli chiesero cosa volesse fare dopo; rispose che voleva insegnare nelle scuole, perché, precisò: «È il mestiere più bello del mondo».

Una vocazione che lo ha portato – in modo inatteso e non voluto – anche a diventare ministro dell’Istruzione. nel II governo Amato, tra l’aprile del 2000 e il 10 giugno 2001. Una stagione difficile, nella delicata transizione tra Prima e seconda Repubblica. Chi lo ha visto nella stanza di viale Trastevere lo ricorda rattristato per l’impossibilità di incidere di più, e solo. Abbandonato dalle forze politiche che, alla resa dei conti, non credettero alla centralità della riforma della scuola Unica voce a sostegno del Ministro quella dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Martini.

De Mauro, da «uomo d’amore», come lo avrebbe definito il professore Bellavista di Luciano De Crescenzo, ebbe il coraggio di commuoversi in pubblico. Lo fece tra i maestri di strada di Napoli, perché a un passo da una riforma, che riteneva storica, ci si era fermati. La commozione durò un attimo, fu capace di spiegare la personalità del Ministro. subito dopo una battuta: «Non sta bene essere stanco e dimostrarlo. De Sanctis diceva che la vera aristocrazia nasconde la stanchezza, e io in questo evidentemente sono proletario».

Proletario, ma non un comunista.

Proprio su questa Rivista, anni addietro, lo avevo definito: «laico di ispirazione marxista».

Inizio della lettera con cui De Mauro spiegava le sue radici culturali e le ragioni del suo impegno.

 

Un paio di settimane dopo la pubblicazione, mi arrivò una affettuosa precisazione. In sette fitte cartelle, scritte in corpo 6, si raccontava il percorso culturale di un laico sì, ma comunista no. Di un uomo della «terza Italia», avrebbe detto Spadolini. In quella lettera era narrato in modo lieve, il percorso di una generazione di «uomini e donne della ragione, spiriti autenticamente liberi che non per scelta ideologica, ma per necessità», partendo da Croce, dal «Mondo» di Pannunzio ed Ernesto Rossi, transitando per «Nord e sud» finirono «accanto o in mezzo ai comunisti». E così De Mauro divenne assessore alla Cultura della regione Lazio, ma soprattutto inventore e direttore dei «Libri di base» per la casa editrice del PCI, gli Editori Riuniti.

 

Era il 1978. Il progetto era di creare una collana capace di fornire la «base» della cultura. Agile la veste grafica e la struttura interna: non più di 100 cartelle con un quarto del libro destinato a illustrazioni, grafici, disegni. Gli argomenti spaziavano dalla medicina al Diritto, dall’Economia alla Statistica alla Storia, alla Tecnologia, alla Matematica al Cinema.

Agli autori, scelti anche lontani dal PCI (e la cosa fece storcere il naso a molti comunisti), fu imposto un plain language, cioè l’obbligo di rispettare un manuale di stile (e questo diede ancora più fastidio a comunisti e non). Ciascun autore doveva, per obbligo contrattuale, scrivere frasi brevi e chiare, con non più di 25 parole, utilizzando un vocabolario di base di circa 7000 parole, allegato al contratto, e sottoporre il proprio testo a una revisione redazionale. Una rivoluzione per un Paese dove ancor’oggi si continua a scrivere per se stessi.

I Libri di base ebbero un rilevante successo editoriale. La collana fu sospesa nel 1989 arrivando a 140 titoli. Buone le vendite. Una media di 18 mila copie a titolo. Ma si arrivò a 120 mila copie per Guida all’uso delle  parole e ottimi risultati ebbero L’Infinito di Lucio Lombardo Radice, Che  cosa è una legge fisica di Carlo Bernardini, Dalla pietra al laser di Roberto Fieschi, La rivoluzione elettronica di Andrea Frova. Dimostrando che anche in Italia si poteva fare divulgazione di alto livello e buone vendite. Ci furono «Libri di base» che anticiparono le scelte politiche del PCI. Due casi: nel 1978 uscì un volume dedicato all’unificazione europea. Il tono e i contenuti fecero da battistrada alla «conversione» dei comunisti al processo di unificazione continentale. Nel 1988 fu pubblicato un volume intitolato Lo Stato d’Israele. Altra anticipazione.

 

Il prof. De Mauro è anche il «signor Strega». Dal 2007, infatti dirige la Fondazione Bellonci e presiede il comitato direttivo del Premio strega. A lui spetta difendere il prestigio del riconoscimento dagli interessi delle case editrici che, in questi periodi di mari poveri e perigliosi, si comportano da pirati affamati. Anche in questo ambito sembra che la sua cortese fermezza gli stia dando ragione e il coinvolgimento nella giuria dei comitati della Dante Alighieri sparsi per il mondo e degli Istituti Italiani di Cultura è un segno, importante, della presenza del nostro Paese nel mondo.

 

In una Roma resa irreale dall’attesa di una partita dell’Italia ai mondiali di calcio, mentre una cappa di caldo avvolge la palazzina dove abita e in cui, all’angolo, spicca il balconcino del suo studio, incontro De Mauro per parlare del futuro della cultura.

Tutto sembra in movimento. siamo al centro del cambio di paradigma della conoscenza, della società, della politica. Il PC, lo smartphone, il tablet hanno ampliato e trasformato le competenze che una volta erano peculiarità dell’essere umano: memoria, immaginazione e ragione. Verso cosa stiamo andando? Uno dei più autorevoli storici europei Peter Burke con l’entusiasmo che caratterizza i bambini e gli anziani parla di «democratizzazione della conoscenza». Grazie a Internet, dice, tutti possono sapere tutto.

Ma è proprio così?
Se, al contrario, il mondo che si sta costruendo sopra e dentro Internet non fosse altro che un universo dove c’è un eccesso di informazione, non di sapere. Una nuova Babele, insomma. Dove il vero si confonde con il verosimile, la leggenda metropolitana con la certezza scientifica, senza che nessuno nella Rete metta ordine, dia una gerarchia, una certificazione.

De Mauro sorride e cita Brave New World, l’opera di uno scrittore visionario, Aldous Huxley. Da una parte ci potrebbero essere gli Alpha plus, una élite capace di trasformare tutte le informazioni in conoscenza e gli altri che, pur vivendo nel mondo della comunicazione, non sono in grado, o lo sono solo parzialmente, di discernere, di valutare, di costruirsi in maniera razionale e strutturato una propria opinione. Una ipotesi, ma che non è fantascienza ammonisce il glottologo che si trasforma in politico: un uomo accorto e intelligente come l’ex consigliere alla sicurezza nazionale di Carter, Zbigniew Brzezinsky, ha coniato un termine per l’informazione che alimenta e consuma (in tutti i sensi) la maggior parte della popolazione che affoga nella società della comunicazione, «tittytainment», in italiano – osa il linguista-«intettonimento».

Ne fanno parte i reality, i talkshow, i videogiochi e la stragrande maggioranza dell’informazione della Rete. Un virus che ha infettato la televisione generalista generando quel bailamme di sottofondo ben descritto da Matteo Garrone nel film Reality.


L’unico antidoto è ancora una volta la scuola. Come don Milani dalla sperduta Barbiana descrisse i ragazzi di città che smarriscono la religione, la cultura e il tempo giocando a flipper e finendo preda della droga, oggi l’intettonimento rischia di degradare da cittadini intere generazioni. È a scuola che si gioca il futuro. È lì che si ha la possibilità di formare «teste ben fatte», come diceva un saggio come Montaigne.

 

De Mauro quando era ministro della Pubblica istruzione


Nonostante questi scenari De Mauro non è pessimista. Riferendosi allo scenario politico nazionale dice: «stiamo vivendo un momento di grande energia e vitalità, speriamo che sia la premessa per la stagione delle riforme di cui il nostro Paese ha bisogno».

Parliamo dell’Italia che fu e di quella di oggi, mi dice che tra le nuove povertà, quella che colpisce la piccola borghesia è la più triste perché è aggravata dalla vergogna.

Scendo le scale e a metà della rampa ricordo di aver dimenticato Totò. Certo il principe De Curtis. La prima legittimazione del grande attore napoletano la fece proprio De Mauro citandolo – mentre era ancora in vita – più volte nella Storia linguistica come esempio di efficacia per la capacità di bruciare con l’ironia la propensione al linguaggio aulico dell’Italia della ricostruzione. Nessuno dopo la celebre scenetta ebbe più il coraggio di usare seriamente l’espressione «È d’uopo».


Giunto al portone, mentre l’inizio della partita ha regalato a Roma un silenzio fatato, mi cade l’occhio su un foglio stampato chiuso nella bacheca del condominio: «si prega cortesemene di chiudere il portone». Una mano  pietosa ha aggiunto a penna la “t” mancante. Un piano più sopra abita il maggior linguista italiano, l’uomo che ha dedicato una vita a combattere la sciatteria linguistica.

È proprio vero che i nemici peggiori li abbiamo vicini.

 

PS
Ernesto Galli della Loggia il 7 febbraio 2017 pubblicò un articolo sul Corriere della sera dal titolo:  “Le ragioni della disfatta della lingua italiana”. ln esso  attribuiva la responsabilità scientifica e politica di tale fallimento a Tullio De Mauro, fautore (e colpevole) di “un ribaltamento in senso democratico della pedagogia linguistica”.

L’articolo senza un legame diretto all’attualità, appariva a un mese dalla scomparsa del linguista, che ovviamente non poteva replicare. Lo fecero due suoi allievi. Nel link che segue si possono leggere gli articoli di Galli della Loggia, Alberto Sobrero e Salvatore Claudio Sgroi.

Polemica Galli della Loggia vs De Mauro con risposta