
Nel 1938 il fascismo, con il silenzio complice del re Vittorio Emanuele III, emanò le leggi a difesa della razza. Provvedimenti che colpivano soprattutto gli ebrei. Non erano solo decisioni contro la ragione, la scienza, l’etica e il concetto stesso di umanità. Significava anche rinnegare il processo di emancipazione degli italiani di religione ebraica che aveva caratterizzato tutta la seconda metà dell’Ottocento e aveva trovato il fondamento giuridico nello Statuto albertino del 4 marzo 1848. La carta fondamentale del Regno di Sardegna riconosceva l’eguaglianza per tutti i “regnicoli” senza differenza di credo. Nei mesi successivi, furono riconosciuti agli ebrei tutti i diritti civili. Con l’espansione dello Stato sabaudo il principio si estese ai nuovi territori di quello che divenne, nel 1861, il Regno d’Italia. Furono tanti gli ebrei a partecipare alle lotte risorgimentali, a entrare in Palamento, a essere chiamati a responsabilità di governo. Molti furono anche i sostenitori del Fascismo.
Nel 1938 tutto cambiò. Rileggendo le cronache di quei mesi torna in mente la Storia della colonna infame di Manzoni e la considerazione con cui lo scrittore lombardo chiosò il racconto di quelle vicende: Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.
Non è una giustificazione, ma un monito. Sono passati più di 80 anni da allora e la vergogna rimane. Ha scritto Alessandro Galante Garrone: Non dobbiamo mai dimenticare quando prendiamo in esame le leggi antisemite del 1938 e le liste degli israeliti che furono burocraticamente compilate in attuazione di quelle leggi e lo zelo dei funzionari che la suprema infamia del grande olocausto degli ebrei è cominciata in Italia proprio da quelle leggi, e con tutto quello che le accompagnò e le seguì. Tra quelle leggi del 1938/39 e l’ecatombe di alcuni anni dopo c’è una diretta continuità.
Dieci anni dopo arrivò la Costituzione repubblicana. Il riscatto della patria coincise – per dirla con Spadolini – con il NO risoluto ad ogni razzismo, comunque mascherato e comunque dissimulato. Ma come documentò lo stesso Spadolini, in una pubblicazione edita in occasione dei 50 anni dalle leggi razziali, furono necessari parecchi anni perché nel nostro ordinamento fossero cancellate definitivamente tutte quelle norme.
Per non dimenticare, riepiloghiamo ciò che accadde.
La svolta razzista
Il 1938 è il XVI anno per il regime fascista e coincide con il periodo del massimo consenso. Due anni prima, con la conquista dell’Etiopia, l’Italia ha proclamato l’impero.
Nascono anche due nuove città: Pomezia nell’Agro pontino appena bonificato e, in Sardegna, Carbonia.
La nazionale di Meazza e Piola vince a Parigi la coppa Rimet, confermandosi ai vertici del calcio mondiale. Gino Bartali trionfa al Tour de France.
Il cinema italiano trova, con Luciano Serra pilota, in Amedeo Nazzari il volto buono ed eroico del regime.
Nello scenario internazionale nella seconda metà degli anni Trenta la guerra d’Etiopia, la proclamazione dell’Asse Roma-Berlino, la guerra civile spagnola, l’adesione dell’Italia al Patto Anticomintern, le visite di Mussolini in Germania e di Hitler in Italia, la conferenza di Monaco, costituiscono le logiche premesse del Patto d’Acciaio che sarà stipulato nel 1939.
In questo contesto il fascismo trasformò l’Italia in razzista e antisemita. Come ha documentato Emilio Gentile, il razzismo fascista faceva parte del tentativo di Mussolini di realizzare in Italia una rivoluzione antropologica che avrebbe dovuto trasformare gli italiani. Creando una nuova stirpe: più coraggiosa, più combattiva, meno individualista. Una rivoluzione che si attuò per gradi e in modo non omogeneo.
Nel 1932, Mussolini, nei celebri colloqui con Ludwig, condannava il nazismo e l’antisemitismo.
Margherita Sarfatti, la donna a cui il dittatore doveva gran parte della sua formazione, era ebrea. Così come erano ebrei molti dei primi fascisti. Nello stesso anno la rivista Israel affermava, a testimonianza dell’ottimo rapporto con il governo: “Dopo 10 anni di regime fascista il ritmo spirituale della vita ebraica in Italia è più intenso di prima”. Chaim Weizmann, il fondatore del Focolare ebraico in Palestina, incontrò Mussolini nel 1933, dopo la promulgazione in Germania delle leggi di Norimberga che privavano gli ebrei dei diritti civili. Al termine del colloquio definì l’Italia: “l’unico Paese che ha largamente aperto le porte delle sue scuole agli studenti ebrei, ciò dimostra la generosità del governo fascista”. Mussolini, nel luglio del 1937, rispondendo a un appello degli ebrei d’America scrisse: “le loro preoccupazioni per i fratelli viventi in Italia non hanno luogo d’essere, ma sono frutto di malevole interpretazioni”.
Da allora in poi l’atteggiamento mutò. La Sarfatti era stata allontanata dal Popolo d’Italia di cui era caporedattore e gradualmente iniziarono gli atteggiamenti razzisti e antisemiti. Sentimenti che non appartenevano alla tradizione italiana, anche se la cultura positivista aveva inoculato dei germi pseudo scientifici che giustificavano le teorie delle razze e della gerarchia tra esse.
L’Italia sabauda aveva inserito gli ebrei a pieno titolo nella comunità nazionale. Lo Statuto albertino gli attribuiva pieni diritti civili e politici e all’inizio del Novecento, la comunità risultava integrata e rispettata. Molti erano stati gli ebrei che avevano combattuto nelle guerre risorgimentali, così come sindaci di grandi città, deputati, senatori, ministri e presidenti del Consiglio: da Dina e Artom a Nathan, a Luzzatti, Ottolenghi, Mortara, a Sydney Sonnino. Significative le presenze nella cultura, nell’università, nel giornalismo, nel mondo dell’imprenditoria.

Sorprese i più, perciò, il testo pubblicato sulla prima pagina del Giornale d’Italia il 14 luglio dal titolo: Il Fascismo e i problemi della razza. Tre fitte colonne di un documento per punti che si apriva con una spiegazione: Un gruppo di studiosi fascisti docenti nelle università italiane e sotto l’egida del ministero della Cultura popolare ha fissato nei seguenti termini quella che è la posizione del fascismo nei confronti dei problemi delle razze.
Il primo punto afferma che le “razze umane esistono”. Più avanti, come è possibile leggere (vedi box qui sotto) si dichiara che esiste una gerarchia tra le razze e che esiste “una razza pura italiana” e che “è tempo che gli italiani si dichiarino francamente razzisti”.
Da il Giornale d’Italia del 14 luglio 1938
IL FASCISMO E I PROBLEMI DELLA RAZZA
1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comune- mente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
4. La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa.
5. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la com- posizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio.
6. Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Ita- lia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
Il giorno successivo il testo fu ripreso da tutti i quotidiani e il 25 luglio il ministro della Cultura popolare Dino Alfieri e il segretario del Partito nazionale fascista Achille Starace diffusero ufficialmente quello che divenne il Manifesto della razza corredato dall’elenco dei firmatari.
Dieci professori universitari di una certa fama. Tre soprattutto: Guido Landra, docente di Antropologia, università di Roma; Nicola Pende, docente di Endocrinologia, università di Roma, nonché direttore dell’Istituto di Patologia Speciale Medica e Sabato Visco, docente di Fisiologia, università di Roma e direttore dell’Istituto nazionale di Biologia presso il Consiglio nazionale delle ricerche. Gli altri erano: Lino Businco, docente di patologia generale, università di Roma; Lidio Cipriani, docente di antropologia, università di Firenze; Arturo Donaggio, docente di neuropsichiatria, università di Bologna, nonché presidente della Società Italiana di Psichiatria; Leone Franzi, docente di pediatria, università di Milano; Marcello Ricci, docente di Zoologia, università di Roma; Franco Savorgnan, docente di Demografia, università di Roma, nonché presidente dell’Istituto centrale di Statistica; Edoardo Zavattari, direttore dell’istituto di Zoologia dell’università di Roma.
Nessuno di loro – sia detto per inciso – fu chiamato a rispondere di quanto quell’adesione comportò.
Galeazzo Ciano annotò sul suo diario del 14 luglio del 1938: Il Duce mi annuncia la pubblicazione da parte del Giornale d’Italia di uno statement sulle questioni della razza. Figura scritto da un gruppo di studiosi, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare. Mi dice che in realtà l’ha quasi completamente redatto lui.
Le ragioni della svolta
Perché il fascismo decise di diventare razzista? Si è detto del progetto di Mussolini non solo di governare gli italiani, ma di trasformarne la coscienza. Di farne una razza nuova. L’avventura imperiale in Etiopia fu il primo laboratorio del razzismo fascista.
Dapprima strisciante e quindi palese. Iniziò la guida del Touring delle nuove province a manifestare un atteggiamento razzista. Si consigliava ai viaggiatori e ai turisti di “non fraternizzare” con la popolazione locale per evitare rapporti promiscui. Gli italiani nelle colonie non dovevano comportarsi con l’alterigia degli inglesi o la supponenza francese, ma devono evitare – come puntualizzava il ministro Bottai – “la contaminazione di sangue”. Il consiglio della guida del Touring si trasformò in breve tempo in un obbligo, anzi in un divieto di avere relazioni con le indigene. Contro quello che fu definito “meticciato” (che, come spiegherà la rivista La Difesa della razza era “un delitto contro Dio, contro la vita e l’umanità”, a differenza dell’omicidio, che “distrugge soltanto l’individuo”, esso “distrugge o contamina tutta la discendenza”) fu, nel 1937, la prima legge razzista dell’ordinamento italiano.
A ispirarla fu la volontà, come aveva più volte ripetuto Mussolini, di difendere la “stirpe” italiana. Un indirizzo politico culturale che si accompagnava alle battaglie a difesa delle tradizioni italiane e contro l’importazione di parole e usi stranieri. Il tutto, anche per effetto delle sanzioni, era narrato all’opinione pubblica come uno scontro tra civiltà: quella greco-romana eroica, basata sulla lotta e vincente; l’altra di matrice giudaico-cristiana incline al pacifismo e destinata a soccombere. La prima, che aveva generato l’impero romano, era l’ispiratrice del fascismo, l’altra era alla base dei valori delle democrazie rappresentative e della borghesia, intesa non come categoria socio-economica, ma morale.

La visita di Hitler
L’accelerazione verso l’antisemitismo coincise con la visita di Hitler a Roma, il 3 maggio 1938. Una giornata particolare, per citare Scola. Un film che descrive adeguatamente l’eccezionalità di quell’evento. Capace di segnare per sempre l’immaginario di un’intera generazione. Roma illuminata, piena di bandiere italiane e con la croce uncinata, tirata a lucido come mai. La sensibilità di Trilussa ne colse a pieno, con amara ironia, il significato profondo: “La Roma de travertino, rifatta de cartone, saluta l’imbianchino, suo prossimo padrone”.

Da allora il regime cambiò natura.
Dall’altra parte del Tevere, Pio XI marcò il suo fastidio per gli onori tributati a Hitler. Il Vaticano spense tutta l’illuminazione. Il papa partì per Castel Gandolfo, perché, come annotò l’Osservatore romano, “l’aria dei castelli gli fa molto bene alla salute”. Il giornale del Vaticano non fece alcun cenno alla visita del dittatore tedesco, ma evidenziò la disposizione data da Pio XI: “I musei vaticani devono rimanere chiusi per tutti”.

Il pontefice nel marzo del 1937, aveva pubblicato la Mitbrennender Sorge. L’enciclica, scritta in tedesco per facilitarne la diffusione e la lettura in Germania, era incentrata “sulla situazione religiosa nel Reich tedesco”. Il documento deplorava le violazioni del Concordato del 1933 e condannava la dottrina nazionalsocialista come fondamentalmente anticristiana e pagana. In particolare, il testo firmato da Pio XI affermava che il culto della razza e dello Stato erano perversioni idolatriche e che era “folle” il tentativo di imprigionare Dio nei limiti di un solo popolo e nella ristrettezza etnica di una sola razza.
Nonostante l’ostilità della Chiesa cattolica, dopo la visita di Hitler la campagna razzista in Italia prese forma. Processi analoghi si verificarono in tutti i Paesi europei caduti sotto l’influenza tedesca (Polonia, Ungheria, Austria), ma il caso italiano è forse il più emblematico.
Il Manifesto sulla razza e il censimento
La visita di Hitler fece maturare la convinzione che l’Italia dovesse uniformarsi alle direttive tedesche. Si arrivò così al Manifesto, anticipato significativamente sul Giornale d’Italia. Il quotidiano romano, con la direzione di Virginio Gayda, era diventato il più letto nelle cancellerie euorpee. Ciò, come ha sottolineato Mario Canali, “garantiva che il messaggio avrebbe fatto il giro del mondo”. “Mussolini – prosegue Canali – non volle esporsi in prima persona, ma accreditare la convinzione che il messaggio razzista elaborato dai maggiori scienziati venisse dalla pancia della nazione, che fosse un’esigenza del popolo italiano”.
Alle parole seguirono, con ritmo incalzante, i fatti.
La pubblicazione sul Giornale d’Italia è del 14 luglio. Cinque giorni dopo, il 19 (con una settimana di anticipo rispetto alla diffusione del Manifesto da parte del PNF) l’Ufficio demografico del ministero dell’Interno fu trasformato in Direzione generale per la demografia e la razza, divenuto celebre come DEMORAZZA. Diverrà il centro propulsore della politica razzista del regime, come ha documentato con accuratezza la mostra organizzata dall’Archivio di Stato di Roma proprio in occasione del Giorno della memoria del 20.
Il primo atto della nuova direzione fu il censimento di tutti i semiti residenti in Italia. In agosto gli ebrei furono costretti a “dichiarare” la propria appartenenza razziale. L’operazione fu giustificata con la necessità di capire le esatte dimensioni del “problema ebraico” e per “analizzare l’influenza” degli ebrei sulla società. Quel censimento – come detto – servirà ai nazisti per individuare con precisione chi deportare e dove trovarlo. Fu, insomma, la premessa per lo sterminio di 6800 italiani di origine ebraica.
Il censimento si concluse nel 1938. I cittadini italiani di religione ebraica risultarono 46.656. Pari a circa l’1 per mille della popolazione.
I dati mostravano la normalità e l’integrazione della comunità ebraica italiana. Per metà studenti, casalinghe e pensionati. Duemila impiegati, 6000 commercianti e imprenditori. Un migliaio di medici, avvocati e notai, qualche decina di docenti universitari, alcuni di fama e prestigio internazionale. Molti militari che avevano servito e servivano con onore il Paese. Parecchi erano iscritti al PNF, qualcuno aveva anche incarichi di rilevo. Insomma italiani a tutti gli effetti, che nel giro di poche settimane sarebbero stati bollati come “diversi”.

Mentre si svolgeva il censimento partì una violenta campagna stampa contro gli ebrei. Il 5 agosto fu pubblicato il primo numero della Difesa della razza, un quindicinale diretto da Telesio Interlandi che divenne la rivista ideologica del razzismo e dell’antisemitismo italiano. In essa si mescoleranno false verità scientifiche, tesi complottiste dei Protocolli dei sette savi di Sion, sostenute da Giovanni Preziosi, e visioni esoteriche e mistiche di Julius Evola.
Il periodico arrivò ad avere una diffusione di 150mila copie. Non sarà il solo: con la medesima linea editoriale furono pubblicati Il Tevere e Vita italiana.

I primi decreti
Agli inizi di settembre i proclami iniziarono ad avere una forma giuridica.
Il 5 e 7 settembre arrivarono i primi decreti.
Il primo riguardava la scuola. Era vietata l’iscrizione degli ebrei nelle scuole e venivano esclusi dall’insegnamento statale e parastatale persone di razza ebraica. Per effetto di questi provvedimenti furono espulsi 6000 studenti delle scuole, tra cui 3 bambini dell’istituto per sordomuti di Roma; 174 docenti delle scuole superiori; 104 professori ordinari dell’università;196 liberi docenti. Tra loro Tullio Ascarelli, Federigo Enriques, Mario Fubini, Giuseppe Levi, Salvatore Luria, Gino Luzzatto, Franco Modigliani, Attilio Momigliano, Rodolfo Mondolfo, Bruno Pontecorvo, Emilio Segrè, Benvenuto Terracini, Vito Volterra.
Due giorni dopo, per effetto di un altro decreto, furono espulsi gli ebrei stranieri residenti in Italia. In tempi rapidi avrebbero dovuto cedere le attività e i beni posseduti.

Il 18 settembre, a Trieste, Mussolini, in un discorso che la stampa definì “storico”, spiegò le ragioni della politica razziale. Il 6 ottobre il Gran Consiglio del fascismo approvò la Dichiarazione sulla razza, recepita il 17 novembre dello stesso anno con un Regio decreto legge.

Le leggi della vergogna
Da allora si susseguirono circa 400 provvedimenti (leggi, ordinanze, circolari) razzisti e discriminatori (rivolti non solo contro gli ebrei, ma anche contro gli zingari, i testimoni di Geova, i pentecostali, gli omosessuali) che si conclusero con un decreto ministeriale del 1944 emanato dalla Repubblica sociale. Il testo fondamentale è il regio decreto 23 settembre del 1938 numero 1630.
La legislazione antisemita comprendeva tra l’altro: il divieto di matrimonio tra italiani ed ebrei, il divieto per gli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto per tutte le pubbliche amministrazioni e per le società private di carattere pubblicistico come banche e assicurazioni – di avere alle proprie dipendenze ebrei, il divieto di trasferirsi in Italia per gli ebrei stranieri, la revoca della cittadinanza italiana concessa a ebrei stranieri in data posteriore al 1919, il divieto di svolgere la professione di notaio e di giornalista e forti limitazioni per tutte le cosiddette professioni intellettuali, il divieto per le scuole di adottare come libri di testo opere alla cui redazione avesse partecipato in qualche modo un ebreo e persino l’utilizzo di carte geografiche disegnate da ebrei.
Infine, il divieto di svolgere il servizio militare, esercitare il ruolo di tutore di minori, essere titolari di aziende dichiarate di interesse per la difesa nazionale.
Non solo. La creazione dell’ebreo arianizzato (a cui non si applicavano tutte le limitazioni previste per gli ebrei), concesse al ministro per l’Interno la facoltà “di dichiarare, su conforme parere della Commissione, la non appartenenza alla razza ebraica anche in difformità delle risultanze degli atti dello stato civile”. Questo espediente conferì alla Commissione (tristemente nota come Tribunale della razza) un potere vasto e discrezionale che poteva formulare un parere motivato, senza doverne rilasciare “copia a chicchessia e per nessuna ragione” sulla base del quale il ministero dell’Interno avrebbe a sua volta emanato un decreto di dichiarazione della razza. Tale potere, come è evidente, consentì un ripugnante mercato e una bieca corruzione.

intervista a Valerio Di Porto (da Radio Vaticana 2000)
Nell’autunno-inverno 1938-1939, il governo Mussolini varò la Normativa antiebraica sui beni e sul lavoro, ovvero la spoliazione dei beni mobili e immobili degli ebrei residenti in Italia.
Raccontano le statistiche (molto parziali) raccolte dalla Commissione Anselmi che ci furono 8000 decreti di confisca. Case, terreni, depositi bancari, pezzi d’antiquariato, con valori significativi (immobili per 55 milioni e depositi per 75 milioni), ma anche posate, piatti, bicchieri, persino uno spazzolino da denti, 10 barattoli di marmellata e un crocifisso.
Fuori dalle scuole, senza impiego, negozi chiusi, patrimoni azzerati, negati i rapporti con gli “ariani”, famiglie che passavano da un giorno all’altro alla miseria e all’emarginazione. I provvedimenti razzisti del fascismo furono da subito immediati e brutali e, come ha ben documentato Valerio Di Porto, senza quella gradualità che aveva contraddistinto l’approvazione delle leggi razziali nella Germania nazista, snodatasi nell’arco di un quinquennio.
La responsabilità di Vittorio Emanuele III e il silenzio dei più
Leggere le norme a difesa della razza porta a due riflessioni. La prima riguarda Vittorio Emanuele III.
Il sovrano non si oppose (e neppure fece trasparire distanza o fastidio) nei confronti dei provvedimenti che declassavano 47 mila italiani solo perché di origine ebraica. Quelle norme, l’atto più vergognoso della storia giuridica dello Stato italiano, negavano il testo e lo spirito dello Statuto. Non solo. Cancellavano il rapporto tra casa Savoia e le comunità ebraiche che aveva favorito la creazione dello Stato italiano. Una responsabilità storica su cui sarebbe opportuno riflettere con maggiore attenzione.
Tuttavia, l’aspetto che più preoccupa, ed è l’oggetto della seconda riflessione, è il silenzio della stragrande maggioranza degli italiani. Si trattava di misure radicali e divisive che la società civile accettò in silenzio. Dapprima con perplessità (vista l’infondatezza delle teorie che tentavano di spiegare le ragioni delle teorie razziste, a partire dall’esistenza di “una pura razza italiana”), poi con distacco, ma che finì con il trasformarsi in opportunismo. Certo, non mancarono nobili e generose eccezioni, sia negli anni della discriminazione e poi in quelli dell’Olocausto, ma quando le norme divennero operative (e spesso la burocrazia le applicò con ottusa solerzia) in pochi manifestarono il loro dissenso.
Benedetto Croce scrisse, all’indomani dei primi decreti, che le leggi razziali erano una follia, “quale frutto di una intolleranza che costituiva la più completa negazione degli ideali di libertà e di umanità”. Molto più controversa la figura di Giovanni Gentile, che silenziosamente, là dove poté (Scuola Normale, Istituto della Enciclopedia italiana e casa editrice Sansoni) e finché poté fece collaborare intellettuali di religione ebraica.
Ma gli altri?
Ha amaramente annotato Renzo De Felice: Troppi uomini di cultura videro nell’antisemitismo di Stato una maniera per mettersi in mostra, per fare carriera, accumulare denaro, sfogare rancori e invidie … Più delle parole valgono i numeri. Un esempio: furono solo due i docenti universitari che si rifiutarono di subentrare ai loro colleghi espulsi solo perché di religione ebraica. Si trattò di Massimo Bontempelli e Ranuccio Bianchi Bandinelli.
Giovanni Sabbatucci si è chiesto: Perché tanti professori non si fecero scrupolo di occupare le cattedre lasciate vacanti dai loro colleghi “dispensati dal servizio”? Perché i senatori di nomina regia, e in quanto tali inamovibili, rimasero in silenzio nella quasi totalità? Perché il tema trovò così poco spazio nella letteratura dell’epoca, compresi gli scritti (epistolari e diari) non destinati alla pubblicazione? Perché molti uomini di chiesa accettarono la discriminazione, limitandosi tutt’al più a criticare le motivazioni razziali e areligiose? Perché non pochi imprenditori e commercianti approfittarono della condizione di minoranza degli israeliti per liberarsi di qualche concorrente?
E ha concluso: Diciamo la verità: quella degli italiani nel tempo della discriminazione razziale fu – fatte sempre le dovute eccezioni – una storia di meschinità, di egoismi, di tradimenti, nel migliore dei casi di superficialità e di sottovalutazioni.

L’enciclica fantasma
L’ostilità di Pio XI verso l’antisemitismo – come ha documentato padre Sale – fu forte ed evidente.
Nel settembre del 1938, ricevendo un gruppo di pellegrini affermò: “L’antisemitismo è inammissibile; spiritualmente siamo tutti semiti”.
Qualche giorno dopo, papa Ratti fu durissimo con padre Tacchi Venturi, il gesuita che fungeva da tramite fra il Vaticano e Mussolini, che paventava la rottura del Concordato a causa delle dure posizioni del pontefice. “Io mi vergogno… Io mi vergogno di essere italiano. – disse Pio XI – Lei padre, lo dica pure a Mussolini. Io, non come papa, ma come italiano, mi vergogno. Il popolo italiano è diventato un branco di pecore stupide. Io parlerò, non avrò paura. Mi preme il Concordato, ma più mi preme la coscienza”.
Una posizione che doveva concretizzarsi con una nuova enciclica contro l’antisemitismo, che estendesse la portata della Mit Bremender Sorge. Il papa incaricò il gesuita americano John Lafarge di prepararla.
Il testo fu consegnato il 1 ottobre 1938. Non al pontefice, ma al padre generale della Compagnia di Gesù, che lo trattenne. Solo a seguito di richieste pressanti del papa gli fu consegnato il 21 gennaio 1939, 20 giorni prima della sua morte.
Pio XI scomparve alla vigilia delle celebrazioni del 10° anniversario della firma del Concordato. Il papa, per l’occasione, aveva convocato in Vaticano tutti i vescovi italiani. Si sa che papa Ratti scrisse di suo pugno, nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio, un lungo discorso destinato a quell’evento. Ci si è chiesto se il papa pensasse a quell’occasione quando aveva detto a padre Tacchi: “Io parlerò, non avrò paura…”. Non lo sapremo mai.
Il testo di quel discorso non è mai stato pubblicato, così come il documento preparato da padre Lafarge non è divenuto mai un’enciclica.
Papa Pacelli, che salì sul soglio pontificio poche settimane dopo, si trovò a vivere momenti drammatici per l’umanità e la Chiesa. Affrontò il fascismo e il nazismo in modo diverso. Il giudizio storico su quelle decisioni è ancora aperto, ma è indubbio che durante il cupo inverno del 1943/44 aprì chiese e conventi a chi fuggiva dalla persecuzione.
Umiliati e senza dignità
Le leggi della vergogna avevano come obiettivo quello di umiliare e privare della dignità un’intera comunità. Molti ebrei finirono nell’indigenza, qualcuno cercò una via di scampo convertendosi, qualcuno, come l’editore modenese Formiggini, non resse alla disperazione e si suicidò. Altri, i più fortunati e audaci, espatriarono. Tra questi Enrico Fermi. Il grande fisico, che aveva sposato una ebrea, andò a Stoccolma il 10 dicembre 1938 per ritirare il premio Nobel per la Fisica. Si presentò senza divisa fascista, strinse la mano al re di Svezia e finita la cerimonia partì con la moglie per gli Stati Uniti
Fantasmi che tornano
L’introduzione della legislazione antiebraica ha costituito l’atto innovativo più grave mai compiuto dalla Stato italiano contro una parte dei suoi cittadini.
La Costituzione del 1948 – lo sappiamo – è una costituzione rigida che ha blindato i diritti fondamentali e a tutela di quei principi inviolabili c’è la Corte costituzionale.
Siamo dunque al sicuro? È possibile abbassare la guardia?
Ciò che sta accadendo a seguito della crisi economica, delle migrazioni, della globalizzazione instilla molti dubbi sulla possibilità di rispondere positivamente a queste domande.
I germi dell’intolleranza, del razzismo e dell’antisemitismo stanno tornando virulenti. Basta andare su internet. Ci sono siti sui Protocolli dei savi di Sion (una delle prime e più devastanti fake news del XX secolo). Con abilità si trasforma il falso in verosimile, fino a portare le menti più semplici e meno informate a convincersi che potrebbero essere veri.
Ricordare ciò che è accaduto nel 1938 ha un comune denominatore: riflettere sulle responsabilità e sulle omissioni, ma anche indicare i germi di quella intolleranza che ha portato a negare la scienza, a ripudiare la storia, a dare spazio – citando il grande storico tedesco, Gerard Ritter – al Volto demoniaco del potere.