Sergio Lepri (1919-2022), premio Marzotto nel 1953, per due volte vincitore del Premio Saint-Vincent e Premio Biagio Agnes alla carriera nel 2016, è stato tra il 1962 e il 1990 direttore dell’ANSA.
Nell’intervista la storia della Nazione del popolo e del Giornale del Mattino, due giornali fiorentini che furono il laboratorio dell’Assemblea costituente e della collaborazione tra DC e PSI.
Il mancato scoop sul Rapporto al XX congresso del PCUS, che rivelava i delitti di Stalin e il clima di una Italia che aveva voglia di rinascere.
La conversazione è tratta dal volume Passi perduti. Storie dal Transatlantico, edito da Giappichelli
La storia politica di quella che sarebbe stata chiamata Prima Repubblica ha un importante antefatto. Si realizza a Firenze tra l’agosto del 1944 e il luglio del 1946. La città era insorta prima dell’arrivo degli Alleati e si era liberata dai nazifascisti; il governo fu assunto dal Ctln (Comitato toscano di liberazione nazionale), che ebbe come organo di informazione la Nazione del Popolo. Cosa rappresentò quel quotidiano? Perché la sua esperienza è così importante per comprendere l’Italia che sarebbe venuta dopo?
Tutto cominciò l’11 di agosto. Era il 1944, la guerra infuriava e infuriava anche la Repubblica Sociale di Mussolini




Il segnale concordato dell’insurrezione era stato dato dal Comitato di liberazione alle 6.45 con i rintocchi dell’antica campana di Palazzo Vecchio, la “Martinella”, un quarto d’ora prima della fine del coprifuoco. I partigiani erano usciti dalle cantine. Le ultime pattuglie tedesche stavano ritirandosi e dalle colline a nord della città sparavano con le artiglierie leggere. In città, specie al di là dei viali di circonvallazione, c’erano, dall’alto dei tetti delle case, decine di cecchini fascisti, da eliminare uno dopo l’altro. I reparti inglesi e americani erano arrivati, ma si erano fermati al di là dell’Arno, lungo il fiume, bloccati dai ponti fatti saltare in aria dai tedeschi. Mancava la corrente elettrica e la rotativa della vecchia Nazione era stata riempita di sabbia dai tedeschi. La nuova Nazione veniva stampata, in una tipografia di via San Gallo, con una macchina piana, messa prodigiosamente in funzione dal motore di una vecchia Fiat Balilla. Le prime copie della Nazione del popolo uscirono alle tre e mezzo del pomeriggio, due pagine in tutto. Fu distribuito gratis per le vie del centro e una versione di una pagina venne affissa sulle pareti delle case. Il titolo a tutta pagina diceva: “Firenze in mano ai patrioti”.


Già in mattinata la città aveva un suo governo. Con le persone da tempo designate dal Ctln (Comitato di liberazione del nord Italia) c’era un sindaco a Palazzo Vecchio, c’era il questore, c’era il presidente della Camera di commercio e così via, tutti operanti. In mattinata le strade del centro storico erano piene di gente, finalmente uscita dalle case; gente che si abbracciava, che piangeva, che rideva. Eppure, ogni tanto cadeva un proiettile dei cannoni da 88 dei tedeschi e qualcuno moriva. In quel giorno e nei tre o quattro successivi ci furono settecento morti e duemila feriti.
In questa realtà – sicuramente nuova: Firenze si era liberata da sola, assumendo subito poteri di governo – nacque, concepita da tempo, la Nazione del popolo. Era un quotidiano un po’ speciale, a cominciare dalla testata, con l’accoppiamento, semanticamente discutibile, ma con un corrente significato politico, di “nazione” e di “popolo”. Speciale, però, soprattutto per la direzione, affidata a cinque intellettuali, espressi dai cinque partiti che avevano guidato la Resistenza nella città e nella regione: il Partito comunista, la Democrazia cristiana, il Partito socialista, il Partito d’azione, il Partito liberale. I direttori più noti ancora oggi erano Vittore Branca, DC, il maggiore studioso del Boccaccio a livello mondiale, e Carlo Levi, Partito d’azione, lo scrittore di Cristo si è fermato a Eboli. Gli altri erano Vittorio Santoli per il Partito liberale, docente di Lingua e letteratura tedesca all’università; Alberto Albertoni, Partito socialista, ispettore didattico, poi vicesindaco di Firenze; Luigi Sacconi, Partito comunista, docente di Chimica all’università. Anche la redazione aveva un numero di redattori eguale per ogni partito.


Insomma, il primo caso di lottizzazione della storia repubblicana.
No. Era lo spirito di unità nazionale che aveva caratterizzato la Resistenza e che felicemente continuava. E poi non c’era modo di lottizzare; in assenza, ancora, di elezioni (le prime, amministrative, furono nel marzo del 1946) non si conosceva la consistenza delle varie formazioni politiche; tutte eguali, quindi; e anche questo era importante nel comune lavoro di ogni giorno. I redattori erano quasi tutti giovani; quattro o cinque con una passata esperienza di insegnanti.
Vedevano nel giornalismo un modo per contribuire in maniera più efficace al processo di ricostruzione morale e materiale del Paese; uno strumento per consolidare gli istituti democratici che stavano per nascere e per garantire il pluralismo in cui cominciava ad esprimersi il nuovo sistema politico. Il giornalismo come servizio; il giornalismo come passione civile. Qualcuno di loro aveva rischiato la vita nel giornalismo clandestino.
Chi faceva parte della redazione?
C’erano, fra gli altri, Ettore Bernabei, 23 anni, democristiano, poi direttore del Popolo, poi (1961) direttore generale della Rai; Augusto Livi, 24 anni, comunista, poi (anni Settanta, Ottanta) direttore di Paese sera e dell’Ora di Palermo; Giovanni Pieraccini, 26, direttore dell’Avanti! nel 1958 e ministro nel primo governo Moro; Manlio Cancogni, 28, scrittore (premi Bagutta, Strega, Viareggio), e Carlo Cassola, 27, anche lui scrittore (il libro più famoso, “La ragazza di Bube”), tutti e due del Partito d’azione. C’ero anch’io, Sergio Lepri, 25, liberale. Il meno giovane – aveva 34 anni – era il redattore capo, Romano Bilenchi, comunista, anche lui scrittore di molti libri, di prima e di poi (fra i tanti, “La siccità”, “Il gelo”, i più bei racconti del Novecento). Eravamo tutti di sinistra o orientati a sinistra; e potevamo non esserlo, allora, in un Paese di macerie, di freddo e di fame? Eravamo tutti per la repubblica; e potevamo non esserlo con una monarchia che era stata complice di Mussolini con le leggi razziali, con la guerra al fianco di Hitler?




Che modello di giornalismo avevate?
Non sapevamo niente di giornalismo; e lo imparammo da noi, giorno dopo giorno. I giornalisti fascisti erano maestri da non imitare ed erano tutti nascosti; sarebbero tornati, disinvolti, soltanto due o tre anni dopo. Diversamente da loro, ritenevamo, nonostante il giornale fosse l’espressione di un organismo politico come il Ctln, che il nostro dovere era di informare i lettori, non di persuaderli in un senso o nell’altro; di dovere raccontare i fatti, non di strumentalizzarli in funzione delle nostre idee. Ci sentivamo osservatori e testimoni della realtà, non protagonisti. Incredibile – no? – in un giornale politico. Incredibile anche la rigorosa osservanza della norma tipicamente anglosassone dei fatti separati dalle opinioni. Le opinioni, i programmi politici si manifestavano soltanto nei periodici supplementi del giovedì e della domenica, col giornale che usciva eccezionalmente a quattro pagine con due pagine di articoli dei cinque partiti.
La nostra redazione fu così un modello di democrazia e di tolleranza; una dimostrazione di come si possa operare in comune se, anche di idee diverse, si ha rispetto per gli altri. Nei 23 mesi di vita del giornale ci fu un solo episodio di contrasto. Un giorno andò inavvertitamente in pagina il commento, negativo, a una notizia, e la notizia non era stata data. Ci fu una rivolta. Subito sedata perché l’autore chiese scusa, e niente del genere accadde più.

Come si lavorava? Come veniva confezionata la Nazione del popolo?
Le notizie non erano molte; di cronaca locale soprattutto. Non funzionava la posta, non funzionavano i telefoni; spesso mancava la corrente elettrica e si lavorava a lume di candela. Nei primi mesi da Roma e dall’estero le notizie ce le dava gratis la NNU, l’agenzia (“Notizie Nazioni Unite”) che l’organo militare di promozione degli Alleati, il PWB (“Psychological Warfare Branch”), aveva creato per fornire informazioni (in genere riprendendo notizie dell’americana Associated Press e dell’inglese Reuters) ai quotidiani che nascevano nelle grandi città via via liberate. Da metà gennaio del 1945 ce le dava l’ANSA, appena nata per significativa concessione del governo alleato, che aveva vietato alla Germania, ma aveva permesso all’Italia di creare una propria agenzia di informazioni come società cooperativa fra tutti i quotidiani, di destra e di sinistra. Il privilegio ce lo eravamo guadagnato con la partecipazione agli ultimi due anni di guerra, con la lotta partigiana e il Corpo italiano di liberazione.
Le notizie erano trasmesse per radiotelegrafo in alfabeto Morse. La redazione era una piccola stanza, la stanza degli stenografi della vecchia Nazione in via Ricasoli, con un unico tavolo, che serviva per Bilenchi redattore capo e, a turno, per due redattori; di solito io e Pieraccini. Cancogni e Cassola erano invece privilegiati; stavano dentro le due cabine di legno – ma col telefono muto – dei vecchi stenografi. All’inizio di macchine per scrivere ce n’era solo una, quella del marconista con cuffia che trascriveva il Morse sulla tastiera di una vecchia Remington con quattro veline e tre fogli di carta carbone.
Alla fine dell’anno andammo a lavorare in una sala all’ultimo piano, il terzo, concessaci con mala grazia dalla proprietà della Nazione, alla quale, come a tutti i giornali fascisti e repubblichini, era stato proibito di uscire (riprese le pubblicazioni solo nel marzo del 1947). Per dispetto fu bloccato l’ascensore, perché salissimo a piedi le nove rampe di scale.

Fin qui la cronaca, per i commenti?
Dei grandi temi di rado ci occupavamo noi redattori; se ne occupavano i direttori, spesso con scontri accesi; specie, nei primi tempi, su fatti controversi: l’evoluzione dei Comitati di liberazione, i tribunali del popolo chiesti da qualcuno, l’epurazione e le sanzioni contro i fascisti; più tardi anche l’amnistia voluta da Togliatti. Meno contrastati, col passare dei mesi e l’avvicinarsi della fine della guerra, altri temi: costituzione presidenziale oppure parlamentare, decentramento regionale, rapporti fra Stato e Chiesa, scuola libera e scuola di stato, unità dell’Europa. Tutti d’accordo sul referendum istituzionale monarchia-repubblica, sull’Assemblea costituente, la cui elezione era prevista nel 1946, sull’abolizione delle province e dei prefetti, sul voto alle donne, su un sistema parlamentare che, dopo i venti anni di fascismo, evitasse poteri troppo forti e garantisse il controllo di ognuno di essi.
Nella pentapartitica direzione c’era una norma che fu sempre rispettata: nei bisettimanali supplementi ogni partito poteva dire la sua, ma per la pagina di ogni giorno la discussione doveva portare a un testo unitario. Perfino per Trieste, con un articolo di Manlio Cancogni sull’italianità della città, ci fu una mezza intesa, nonostante che Togliatti e il Partito comunista appoggiassero le rivendicazioni di Tito, che voleva annettersela insieme al retroterra. Qualche imbarazzo si manifestò in redazione; il redattore capo, il comunista Bilenchi, altrimenti mai in dissenso con i redattori, su Trieste cercava ogni tanto – come si dice – di arrampicarsi sugli specchi. Il giornale, insomma, fu quella che venne definita (Vittore Branca) una “permanente e pugnace agorà di libertà e di impegno civile”.

Il giornale era anche aperto alla collaborazione di tutti i nomi dell’intellettualità antifascista, alcuni già illustri, altri in via di esserlo: Piero Calamandrei, Umberto Terracini, Giacomo Devoto, Carlo Sforza, Adone Zoli, Attilio Piccioni, Guido Carli, Epicarmo Corbino; anche Alcide De Gasperi, Giuseppe Saragat e Luigi Sturzo; e letterati e poeti come Pietro Pancrazi, Eugenio Montale, Umberto Saba, Mario Luzi. C’era tutto. C’era un appassionato confronto fra impostazioni marxiste-staliniste e comuniste nazionali, entusiasmi socialisti massimalisti e riformisti, tradizioni liberali giolittiane, crociane e gobettiane, ispirazioni cristiane alla Sturzo e alla Maritain. C’era, in comune, l’aspirazione a una repubblica fondata dal basso, più libera e più giusta, e soprattutto che fosse un fatto nuovo, capace di spezzare, dopo fascismo e prefascismo, la continuità istituzionale della storia italiana.

Come ricorda quell’esperienza?
Allora ero un giovane giornalista pieno di speranze e di progetti. Come posso non essere felice, oggi, di avere vissuto quegli anni e di darne testimonianza a più di 70 anni di distanza? Dei redattori del 1945-1946 sono l’unico sopravvissuto; il penultimo, Giovanni Pieraccini, se ne è andato, a 99 anni, il 14 luglio del 2017.
I ricordi sono tanti. La fine della guerra. Il giornale aveva anche un’edizione pomeridiana (Il pomeriggio) e l’8 maggio, appena arrivata la notizia, io scrissi il mio primo articolo di fondo (cominciava con una citazione di Charles Peguy: “Da questa festa mondiale di sangue e di morte nascerà un giorno l’amore?”); sicuramente un inizio piuttosto letterario e poco giornalistico; ma avevo la testa ancora piena di letteratura. Poi il referendum. Che festa in redazione, quando l’ANSA ci dette la notizia che aveva vinto la repubblica. Facciamo un brindisi, disse uno. Ma come? Non avevamo né bicchieri né bottiglie di spumante. Ci limitammo a aprire la finestra e a gridare “Viva la Repubblica!”. Ogni tanto veniva a farci visita qualche personaggio importante, non solo di Firenze.
Un giorno, alla fine di luglio del 1946, venne Sandro Pertini, che da Milano, già membro della giunta militare del Comitato nazionale di liberazione, era in viaggio per Roma, accompagnato dalla giovane moglie Carla Voltolina. Ci dette una notizia che ci sorprese. Gli americani, ci disse, stanno per usare in Giappone un’arma tremenda. Come lo sapeva? La bomba atomica scoppiò su Hiroshima qualche giorno dopo, il 6 agosto.
Il referendum monarchia-repubblica e, insieme, l’elezione dell’Assemblea costituente, il 2 giugno, portarono allo scioglimento del Comitati di liberazione e quindi anche del Ctln. Il 3 luglio la Nazione del popolo uscì per l’ultima volta col sottotitolo di “Organo del Comitato toscano di liberazione nazionale”.
Era finita un’epoca.
A Firenze cambiò la politica e anche la stampa.
Il Partito d’azione si era dissolto in febbraio e i suoi iscritti si orientarono alcuni verso il Partito repubblicano, altri verso il Partito socialista. In vista del referendum il Partito liberale si era dichiarato per la monarchia e subì la prima scissione. Usciti dal partito, molti liberali fiorentini decisero di costituire un movimento che chiamarono Sinistra liberale; c’erano intellettuali (anche Eugenio Garin), docenti universitari e tutti i liberali del giornale, a cominciare da Vittorio Santoli, uno dei cinque direttori. Non riuscimmo tuttavia a raccogliere cinquecento firme per presentarci alle elezioni con una nostra lista. Dal neonato settimanale L’italiano – di cui direttore era Luigi Boniforti, già presidente del Ctln, e io il redattore capo – suggerimmo di dare il voto alla Concentrazione democratica repubblicana di Ferruccio Parri e Ugo La Malfa. Il giornale che, con la testata Corriere Alleato, il Pwb aveva cominciato a pubblicare nell’agosto del 1944 (così come in tutte le grandi città appena liberate), venne ceduto, dallo stesso Pwb, al Comune, amministrato da una giunta cooptata multipartitica, guidata dal medico ottantenne Gaetano Pieraccini, deputato socialista nel 1909. La testata fu cambiata in Nuovo Corriere.

I cinque partiti del vecchio Ctln si misero d’accordo. La Democrazia Cristiana acquistò dai comproprietari Partito liberale e Partito d’azione la Nazione del popolo, ribattezzandola Mattino dell’Italia centrale (poi Giornale del mattino), e il PCI e il PSI (allora PSIup) acquistarono dal comune il Nuovo Corriere.
Le elezioni comunali del novembre omologarono la collocazione politica del Nuovo Corriere; PCI e PSIup presero, insieme, la maggioranza assoluta dei voti e dei seggi. I redattori della Nazione del popolo dovettero scegliere. O di qui o di là, non senza rammarico, perché, nonostante la diversità delle proprie convinzioni politiche, avevano lavorato quasi due anni in operoso accordo e erano diventati buoni amici. Ovviamente, i democristiani scelsero il Mattino e i comunisti e i socialisti scelsero il Corriere, di cui il caporedattore Bilenchi diventò il direttore; ma tutti gli altri – Partito d’azione e Sinistra liberale – scelsero il Mattino.
Una cortina di ferro…, per citare Churchill, divise anche Firenze
Sì, l’Italia cominciava a dividersi in due. Chi guardava a Oriente (URSS), chi guardava a Occidente (Stati Uniti). A Firenze, tuttavia, l’esperienza della Nazione del popolo non poteva finire. Negli anni Cinquanta sia il Mattino diretto dall’ex redattore Bernabei, sia il Corriere diretto dall’ex redattore capo Bilenchi non nascosero da subito una loro indipendenza dai partiti di riferimento e mai si combatterono fra loro, nonostante l’accesa contrapposizione est-ovest di quei tempi. Il dibattito politico appassionatamente acceso nelle pagine del giornale del Ctln e le proposte per l’imminente Assemblea costituente non si erano richiamati ai tradizionali concetti di “destra” e di “sinistra”, ma all’interesse generale del Paese. Così il democristiano Mattino e il comunista Corriere non furono mai due giornali di partito; e perciò alla fine i loro partiti li ammazzarono, tutti e due.Di quella lontana esperienza unitaria qualcuno si ricordò mezzo secolo dopo, quando postcomunisti, cattolici, socialdemocratici e liberali di sinistra si ritrovarono insieme nell’Ulivo. Proprio il Giornale del mattino divenne il laboratorio di quello che sarà il centrosinistra.

Vogliamo ricordare anche quell’esperienza?
Negli anni Cinquanta Firenze visse, più che le altre grandi città, una splendida stagione. Dopo anni di letargo la città si era risvegliata come vivace centro di cultura. Una rivista, che non per niente si chiamava Il Ponte, riuniva intellettuali di estrazione liberaldemocratica e intellettuali di radici cattoliche. Un analogo ventaglio di collaboratori l’aveva un’altra rivista, La Rassegna. Fra i collaboratori del Ponte c’erano Piero Calamandrei, Luigi Salvatorelli, Francesco Carnelutti, Eugenio Montale, Vittore Branca, Pietro Pancrazi, Carlo Levi, Mario Bracci, Gaetano Salvemini, Arrigo Levasti e un nome nuovo: Giorgio La Pira. Fra i collaboratori della Rassegna Mario Luzi, Carlo Betocchi, Carlo Bo, anche qui Giorgio La Pira e un altro nome nuovo: Amintore Fanfani. Sulla sponda opposta, per iniziativa di Romano Bilenchi e di Ranuccio Bianchi Bandinelli, nacque Società. Era una rivista legata al PCI, di fronte al quale rivelava tuttavia un evidente spirito di indipendenza e un’autonomia di giudizio e di critica. Direttore era Romano Bilenchi, collaboratori Delio Cantimori, Cesare Luporini, Emilio Sereni.
La stampa quotidiana vedeva tre giornali: il Giornale del mattino e il Nuovo Corriere, nati dalla ciellenistica Nazione del popolo, e la vecchia Nazione risorgimentale e poi fascista e repubblichina, defunta prima alla vigilia dell’insurrezione dell’agosto 1943 e autorizzata a riprendere le pubblicazioni nel 1947, con l’espediente del cambio della testata in La Nazione italiana.
Il Giornale del mattino era il giornale della DC.
Si presentava così, ma i soldi per comprare la testata non erano venuti da piazza del Gesù; erano soldi del papa, che Giovan Battista Montini, allora sostituto della Segreteria di stato vaticana, aveva dato all’amico Vittore Branca (uno dei cinque direttori della Nazione del popolo) con un assegno destinato alla ricostruzione delle chiese toscane distrutte dalla guerra. Branca ha raccontato di avere spiegato al futuro pontefice quanto era opportuno avere in Toscana un quotidiano di ispirazione cristiana, autonomo dalla Chiesa e dalla DC; un giornale non clericale, non conservatore, fautore della dottrina sociale impostata da Leone XIII nella sua ‘Rerum novarum’.
L’ASSEGNO DI MONTINI
Vittore Branca, si rivolse all’amico Giovanni Battista Montini, allora sostituto della Segreteria di stato vaticana, pregandolo di ricevere lui e Renato Branzi, che con Montini ha vissuto comuni vicende alla Gioventù cattolica prima del fascismo. Montini, futuro papa, sa che Branzi è un cattolico di fede profonda e di pratica militante e dopo averlo ascoltato gli dice: “Renato, tu pensi che in questo momento sia più urgente investire risorse nella ricostruzione delle chiese distrutte dalla guerra o nell’acquisto di un quotidiano?”.
Branzi risponde: “Non ho dubbi. Più importante è avere in Toscana un quotidiano di ispirazione cristiana, autonomo dalla Chiesa e dalla Dc; un giornale non clericale, non conservatore, fautore della dottrina sociale impostata da Leone XIII nella sua ‘Rerum novarum’ e rielaborata nel codice di Camaldoli”.

Montini aprì un cassetto e disse: “Proprio ieri Il Santo Padre (Pio XII) mi ha dato questo assegno di otto milioni, lasciatogli da un visitatore, perché lo destini alla ricostruzione delle chiese distrutte dalla guerra in Toscana. Il Papa è molto angosciato per la presenza in Toscana di un comunismo ideologizzato come forse in nessuna altra parte d’Italia. Ti do questo assegno, condividendo la tua diagnosi e sapendo che ne farai buon uso. Spiegherò al Santo Padre il cambio di destinazione”. Dal saggio di Sergio Lepri Giornale del Mattino pubblicato https://www.sergiolepri.it/documenti/Saggi-storiografici-Il-Giornale-del-Mattino-1951-1956.pdf

All’inizio il Giornale del mattino – come ho detto – era uscito con una testata un po’ diversa: Mattino dell’Italia centrale. Un referendum fra i lettori aveva suggerito Mattino, ma questa testata era di proprietà di un editore meridionale. Alla direzione era stato scelto un giornalista del Corriere della Sera, Cristano Ridomi (Cristano, proprio così, non Cristiano), 43 anni. Ridomi era un esperto giornalista. Ai redattori ancora autodidatti dette lezioni di buon giornalismo e gestì bene la campagna elettorale che portò al successo democristiano del 18 aprile 1948. Mostrò tuttavia di ignorare i fermenti che agitavano l’ambiente politico- culturale di Firenze. Se ne andò nel 1951, nominato presidente della Rai.Era ora che il giornale diventasse l’espressione di quel mondo fiorentino, cattolico e laico, che stava esplodendo intorno alla straordinaria figura di Giorgio La Pira.

Alla direzione arrivò Ettore Bernabei.
Il suo nome lo fece Vittore Branca, sempre autorevole personaggio della DC fiorentina. Laureato in lettere, già assistente dell’italianista Francesco Maggini, Bernabei aveva solo trent’anni, ma godeva della stima e dell’amicizia dei suoi più meno coetanei compagni di lavoro, che erano stati tutti, come lui, redattori della Nazione del popolo. La redazione era perciò una buona squadra, allenata e affiatata. Anche se di diversa estrazione politico-culturale i redattori sentivano di far parte di un progetto, coinvolti nel clima di una città in crescita culturale e politica e impegnati a fondo per rendere vivo e vivace il giornale che stava diventando la bandiera di quella mirabile stagione fiorentina. Come tutti i quotidiani italiani il giornale aumentò col tempo le sue pagine (da due a quattro e il giovedì e la domenica a sei; in seguito, le pagine diventarono otto e poi dieci almeno due volte alla settimana). Crescevano i redattori: arrivarono Hombert Bianchi, professore di lettere al liceo (diventerà nel 1958 direttore del giornale; poi, nel 1961, sarà il portavoce di Amintore Fanfani presidente del consiglio); Sandro Norci, professore di storia e filosofia al liceo (nel 1965 passerà alla redazione centrale dell’ANSA a Roma e diventerà capo del servizio culturale); Paolo Cavallina, scrittore, poi conduttore alla Rai di programmi di successo; Leonardo Pinzauti, esperto musicale, poi direttore del giornale, poi critico musicale alla Nazione; Silvano Giannelli, critico d’arte; Franco Frulli, poi capo ufficio stampa di molti ministri DC; Ugo Guidi (diventerà capo dell’ufficio stampa della Rai); Uberto Fedi (diventerà assistente di Ettore Bernabei direttore generale della Rai); Giampaolo Cresci (diventerà capo dell’ufficio stampa della Rai e poi direttore del Tempo); Renato Venturini, poi giornalista alla Rai e capo dell’Ufficio documentazione; Luciano Ricci, poi giornalista alla Rai; Riccardo Ehrman, poliglotta, poi inviato speciale dell’agenzia americana Associated Press, poi corrispondente dell’ANSA da Berlino.


Quello della domanda che fece “cadere” il Muro di Berlino?
Sì, lui. Il 9 novembre 1990 fu la sua domanda, in conferenza stampa, al responsabile dell’informazione del governo della RDT che dette avvio all’apertura del muro di Berlino; per cui fu portato in trionfo dai berlinesi che attraversavano il confine.
Ma torniamo al Giornale del Mattino.
Cominciammo ad affermarci, non solo per la bravura dei redattori e dei collaboratori, ma anche per l’invenzione di rubriche di informazioni pratiche e per alcune soluzioni grafiche che troveranno sviluppo quando il giornale lascerà la tipografia della Nazione in via Ricasoli per trasferirsi nel palazzo e nello stabilimento tipografico costruito ex-novo in via delle Ruote. È un bell’edificio moderno, ideato da due giovani architetti e docenti universitari, Giuseppe e Enzo Gori.
Redattore capo ero io, Sergio Lepri. Insegnante nel 1940 a Firenze di italiano e storia e nel 1944, dopo la liberazione della città, di storia e filosofia, avevo deciso nel 1945 di passare al giornalismo, convinto che la stampa finalmente libera fosse il segno concreto della democrazia, un servizio a favore dei cittadini, uno strumento per dar loro le informazioni utili per governare meglio la propria giornata e per allargare il personale patrimonio di conoscenze. Chi più sa, più è libero. Insomma, il giornalismo come contributo alla crescita civile della società. Politicamente mi dichiaravo liberale di sinistra postcrociano e postmarxiano, non credente, ma consapevole seguace del grande messaggio morale che è nato con i Vangeli. Con 60 anni di anticipo, ero convinto di quello che con ben altra autorità ha sostenuto papa Francesco: che credenti e non credenti possono camminare insieme. Con Bernabei ho cominciato a camminare insieme allora, 1945; l’ho fatto per tutta la vita, settantuno anni, fin quando se n’è andato, nell’agosto del 2016.

Che giornale realizzaste?
Quando fui nominato redattore capo, con firma in fondo all’ultima pagina, sotto quella del direttore, Bernabei me lo disse con chiarezza: il nostro giornale deve essere fatto in maniera che vada in mano a tutti, non solo ai democristiani. Un giornale aperto e moderno. Bene, gli risposi; facciamo insieme un giornale che sia un giornaliero dialogo con i lettori.
La prima cosa che feci, appena nominato redattore capo, fu un referendum per sapere che cosa volevano dal giornale i suoi lettori. Per parecchi giorni fu pubblicato un lungo testo con una serie di domande e di possibili risposte: sui contenuti e sui modi di lettura, sull’informazione di cronaca e sull’intrattenimento di varietà, sull’illustrazione fotografica, anche sul linguaggio e sui criteri di titolazione. L’esito dette due sorprese: la prima il numero delle risposte, 19mila, incredibile per un giornale che al massimo, la domenica, tirava, allora, trentamila copie; la seconda, che le proposte e le richieste coincidevano con quello che ritenevo necessario per fare di un quotidiano uno strumento sia di conoscenza, sia di assistenza (un aiuto per governare meglio la propria giornata, facilitando l’esercizio delle responsabilità professionali e familiari); e anche – perché no? – un modo di passare il tempo.
Sulla storia di Firenze e del Giornale del mattino dal 1951 al 1956 ho già scritto un lungo saggio sul mio sito.
https://www.sergiolepri.it/documenti/Saggi-storiografici-Il-Giornale-del-Mattino-1951-1956.pdf

Tra i tanti eventi di quegli anni ce ne uno più importante degli altri?
Forse uno scoop mancato. Era il 1956, uno degli anni cruciali del secolo. Il 14 febbraio si riunisce a Mosca il XX congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, il primo dopo la morte di Stalin. Nikita Kruscev, primo segretario del Comitato centrale, illustra la sua politica; in particolare la sua politica di coesistenza pacifica con l’Occidente; ma l’ultimo giorno, il 24, davanti ai soli delegati sovietici, Kruscev legge un atto di accusa a Stalin. Che cosa ha detto? Qualcosa si riesce a sapere subito. Stalin – ha detto Kruscev – ha instaurato un regime di sospetto, di paura e di terrore; ha dato frequenti prove di intolleranza, di brutalità e di abuso di potere; ha accettato e promosso un vero e proprio culto della personalità. Dal Cremlino le notizie trapelano frammentarie. Il 15 febbraio si dice di una relazione letta da Nikita Kruscev e che dura sei ore; il segretario del Comitato centrale del PCUS ha parlato di coesistenza pacifica e della speranza di un miglioramento dei rapporti con Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Il giorno dopo si dice che il rapporto di Kruscev è stato approvato all’unanimità. Solo il 19 si comincia a parlare di critiche alla politica di Stalin e il 25 si dà notizia della fine del congresso e, da Roma, delle prime imbarazzate reazioni negli alti gradi del PCI. Il 17 marzo il Mattino riprende dal New York Times alcuni punti che appaiono incredibili a tutti e figuriamoci ai devoti del comunismo: molti dei grandi processi e delle grandi “purghe” erano delle montature; complotti, intrighi e tradimenti erano invenzioni; Stalin era un megalomane, un malato di mania di persecuzione, un mandante di assassinii, forse anche un uxoricida; avvezzo alla brutalità, all’intolleranza, all’abuso di potere. Falso anche che fosse un grande condottiero militare e quindi l’artefice della vittoria russa sulla Germania nazista. Ma davvero? Nei primi giorni di aprile il testo integrale del rapporto Kruscev, tradotto in francese, è nelle mani di Giorgio La Pira. Il testo integrale del rapporto al XX congresso, glielo ha portato, in Palazzo Vecchio, Aleksandr Bogomolov, che con La Pira ha stabilito un buon rapporto quando era ambasciatore dell’URSS a Roma e che ora è ambasciatore a Parigi.
La Pira lo legge ed è imbarazzato; è un documento terribile, quasi incredibile. Ha paura e lo restituisce a Bogomolov. Poi teme di avere sbagliato e telefona a Bernabei. Bernabei si precipita in Palazzo Vecchio. Troppo tardi; Bogomolov se n’è andato. La prudenza di La Pira ha impedito la conoscenza integrale di un documento storico due mesi prima di quanto poi accadrà; ma soprattutto ha impedito di far capire il significato della scelta del Cremlino: che fosse La Pira a renderlo pubblico. Ha anche impedito che il Mattino fosse l’autore di quello che sarebbe stato uno dei più grossi “scoop” nella storia del giornalismo. Il testo integrale del rapporto Kruscev verrà reso pubblico il 4 giugno a Washington dal Dipartimento di Stato.

Estratto dal mio Passi perduti, storie dal transatlantico, Sergio Lepri. L’alba della Repubblica. I prodomi del centrosinistra. Giappichelli, 2018
