C’è un libro che ha generato una valanga di odio e un genocidio. Si basa su fatti che sono stati dimostrati falsi, eppure, a distanza di più di un secolo, continua a spandere il proprio veleno. Il volume si intitola Protocolli dei Savi di Sion. Fu pubblicato per la prima volta agli inizi del XX secolo in Russia. La storia che racconta, il modo in cui è strutturato, il successo che ha conquistato, ne fanno il modello della disinformazione e un emblema della teoria del complotto.
Ma andiamo con ordine.
Russia, 1903. Un periodico di San Pietroburgo, Znamia (La bandiera), pubblicò a puntate un memoriale in cui si descriveva un piano architettato dagli ebrei per dominare il mondo. Il proprietario del giornale, Pavel Krushevan, un abile editore e polemista che si era distinto per le violente posizioni antisemite, affermava di essere venuto in possesso dei verbali di alcune riunioni segrete tenute a Basilea nel 1897 dall’Unione mondiale dei massoni e degli Anziani di Sion.

I 24 “protocolli” (cioè i verbali delle riunioni) contenevano il progetto degli Anziani per indebolire le società cristiane. Un piano sofisticato: inoculare nei Paesi europei idee e modi di vivere che li avrebbero portati all’autodistruzione. I gentili, denominati goyim (i non appartenenti alla nazione ebraica), dovevano sposare le idee liberali che avrebbero sovvertito la morale tradizionale e attraverso la libertà di stampa sarebbero stata messe in discussione le autorità costituite e i valori cristiani e patriottici. Tutto ciò si poteva realizzare con il controllo dei giornali e dell’editoria e il sostegno della finanza, da sempre in mano agli ebrei. In modo ambiguo, ma efficace, gli ebrei venivano anche accusati di diffondere immoralità, sostenere la prostituzione, spingere all’alcolismo e al gioco d’azzardo, favorire l’adulterio e i divorzi. Insomma, gli ebrei era indicati come i fautori di una modernità destabilizzante e sovversiva.
Nel 1905, il mistico russo Sergei Nilus inserì i Protocolli nell’appendice della III edizione del libro, Il Grande all’interno del Piccolo e Anticristo, un’Imminente Possibilità Politica. Note di un Credente ortodosso.


La tesi di Nilus era che gli ebrei erano agenti di forze sataniche che cercavano di distruggere il mondo. Uno degli strumenti di questo piano diabolico era il comunismo.
I Protocolli, che incolpavano gli ebrei di aver portato il comunismo in Russia, ebbero una grande diffusione tra i sostenitori dello zar e gli oppositori del governo dei soviet. Subito dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917, i Protocolli si diffusero in tutta Europa portati dagli esuli russi. Nel 1919 in Germania fu pubblicata la prima edizione non in lingua russa. Seguirono, nel 1920, quelle in francese, inglese (sia per il mercato del Regno Unito, che per quello americano) e giapponese. In queste edizioni era sottolineata e accentuata la responsabilità dei cospiratori ebrei nella Rivoluzione russa del 1917. Nelle introduzioni si mettevano in guardia i lettori dal rischio che il bolscevismo si diffondesse in Occidente.
Negli Stati Uniti il The Dearborn Independent, giornale di Henry Ford, fondatore dell’omonima casa automobilistica e tra i personaggi più noti al mondo, pubblicò una serie di articoli basati sui Protocolli. A cui seguì, visto il successo, un volume firmato dallo stesso Ford, L’ebreo internazionale. Il libro riproponeva la tesi del complotto ebraico per la conquista del mondo. Nel 1927, Henry Ford si scuserà pubblicamente per aver pubblicato il libro e ne chiederà il ritiro, ma, intanto, era stato tradotto in 16 lingue e diffuso in tutto il mondo.

Mentre tutto l’Occidente era invaso dai Protocolli e investito da una violenta campagna antisemita, nel 1920, nel Regno Unito, il giornalista e diplomatico Lucien Wolf pubblicò un libro in cui si sosteneva, con precisi riferimenti, che le tesi dei Protocolli erano ricalcate, con una impressionante coincidenza, da un capitolo di un romanzo del tedesco Hermann Goetche, Biarritz, pubblicato nel 1868 con lo pseudonimo di Sir John Retcliffe. Il capitolo si intitolava Il cimitero ebraico di Praga e il Consiglio dei rappresentanti delle Dodici Tribù di Israele. In esso si raccontava di un’assemblea segreta di rabbini che ogni cento anni si riuniva con lo scopo di cospirare. Per la verità, Goetche aveva copiato anche lui (almeno l’idea) da Alexandre Dumas padre, che, nel romanzo Giuseppe Balsamo (1846), aveva descritto una riunione di Cagliostro e dei suoi seguaci con le medesime modalità e riti.
Nulla in arte è mai totalmente nuovo, ma i Protocolli non erano proposti come un’opera artistica. Secondo chi li diffondeva erano il resoconto di vere riunioni svolte nel 1897, il romanzo tedesco da cui risultavano prese intere pagine era del 1868, cioè 29 anni prima. Ce ne era abbastanza per porsi qualche dubbio.
C’era anche altro.
Nel 1921, il Times di Londra, che in precedenza aveva ospitato una recensione che faceva intendere l’autenticità dei Protocolli, pubblicò una dettagliata inchiesta che ne dimostrava, invece, la falsità. A firmarla era il corrispondente da Costantinopoli, Philip Graves. Il primo articolo, intitolato “A Literary Forgery” (Un falso letterario), era introdotto da un corsivo: «Il nostro corrispondente da Costantinopoli presenta per la prima volta prove conclusive che il documento è per lo più un plagio grossolano. Ci ha spedito una copia del libro francese dal quale sono state copiate intere parti”.
Philip Graves aveva trovato un volume del 1864, cioè 33 anni prima di quando sarebbero stati scritti i Protocolli, intitolato Dialogue aux enfers entre Machiavel et Montesquieu (Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu), scritto dall’autore satirico francese Maurice Joly, nel quale si denunciava la cospirazione contro la Francia dell’imperatore Napoleone III. L’espediente letterario era affidato a un immaginario dialogo che si svolgeva all’inferno tra Machiavelli e Montesquieu. L’opera di Joly era ispirata, a sua volta, a un romanzo di Eugène Sue, I misteri del popolo, nel quale i cospiratori erano, invece dei seguaci dell’imperatore, i gesuiti, ma le ragioni e gli strumenti della cospirazione coincidevano. Nessuna delle due opere menzionava, invece, gli ebrei.
Nel volumetto c’erano parti identiche, parola per parola, dei Protocolli dei Savi di Sion. Non pochi passaggi, ma intere pagine. Graves riportò anche le annotazioni di Wolf e il quadro appariva chiaro: i Protocolli erano un documento costruito a tavolino per screditare gli ebrei e con essi le idee di modernizzazione della Russia.

La tesi di Graves sarà confermata in modo inequivocabile, quando, caduta l’URSS, dagli archivi del KGB, nei quali erano confluiti quelli dei servizi segreti dello zar, emerse il fascicolo dedicato ai Protocolli. A scriverli era stato un tale Mathieu Golovinsky, agente a Parigi dei servizi segreti russi. Da Mosca gli avevano chiesto qualcosa per convincere lo zar Nicola a non seguire l’area liberale e quindi a non concedere riforme. L’agente pensò che un complotto ebraico potesse essere un buon mezzo. Ebbe ragione. Forse per fretta, o per comodità, Golovinsky trovò ciò che gli serviva nel Dialogo all’inferno di Joly, in cui sostituì gli ebrei a Napoleone III e, per dare un tocco gotico, prese il capitolo sul cimitero ebraico di Praga contenuto nel romanzo di Hermann Goetche.
LA TEORIA DEL COMPLOTTO
Istruzioni per l’uso

I Protocolli dei Sette Savi di Sion sono la più grande mistificazione del XX secolo.
Quali le ragioni del successo? Come può un testo falso continuare ad essere spacciato come vero?
Domande che si è posto più volte un grande Maestro, come Umberto Eco. Il semiologo ha raccontato “la grande bugia con le gambe lunghe” nel Il pendolo di Foucault e nel Il cimitero di Praga e in altri scritti comprese alcune Bustine di Minerva, la rubrica che aveva sul settimanale l’Espresso.
Una attenzione che partiva dalla considerazione che la storia dei Protocolli dei Savi di Sion doveva essere ripetuta e spiegata al pubblico più vasto possibile affinché si radichi profondamente nel senso comune: un racconto ammonitore sulle derive criminali del pensiero paranoico, specie se questo rischia di essere messo al servizio di un progetto autoritario.
La trama di una teoria del complotto è semplice. In una società che sta attraversando una situazione di stress (sociale, politico, economico, sanitario), c’è un gruppo che agisce nell’ombra per approfittare della crisi (oppure genera la crisi) per conquistare il potere. Per fortuna ci sono i buoni. Questi scoprono il piano segreto, solitamente grazie alla delazione di qualche cattivo pentito o alla scoperta di documenti fino ad allora segreti, e salvano il mondo.
Sembra un film di terz’ordine. Ma spesso ha funzionato, con effetti talvolta dirompenti per la coesione della società in cui è stato diffuso.
L’elemento fondamentale per far funzionare un complotto è che i cattivi siano credibili. Come ha scritto Eco, la gente crede solo a quello che sa già. In altre parole, il complotto non deve altro che confermare quello che già la gente suppone. Non bisogna inserire elementi rivoluzionari o teorie complicate. Vanno semplicemente sostenuti i sospetti diffusi.
Nel Seicento c’erano i gesuiti: influenti, potenti, colti. Uomini di Chiesa, ma anche consiglieri ascoltati di tutte le corti cattoliche d’Europa. La gente li odiava. I governanti li temevano. Erano i nemici perfetti. Li si accusò di tramare contro le monarchie e di voler pervertire l’ordine sociale, e di corrompere i giovani. Il complotto ebbe successo: l’ordine fu soppresso. Nello stesso secolo, come ha raccontato Manzoni nella Storia della colonna infame, la responsabilità della peste fu attribuita agli “untori”: un gruppo occulto che tramava e agiva per diffondere la malattia “ungendo” le abitazioni con liquidi intrisi del morbo. Non era vero, ma in molti innocenti furono diffamati e qualcuno ucciso.
Nel Settecento i gesuiti furono sostituiti dai giacobini e dai massoni. Gente senza Dio, amici della Rivoluzione. Capaci di tagliare la testa ai re, ma soprattutto di infiltrarsi in ogni società per diffondere il credo illuministico. Uomini abituati ad agire nell’ombra per conquistare il potere. Con l’Ottocento la teoria del complotto massonico si attenuò. La Chiesa e la nobiltà contavano sempre di meno e la borghesia, di cui faceva parte la maggior parte dei massoni, aveva conquistato il potere. C’era un nuovo gruppo che minacciava l’ordine costituito: gli ebrei
Non è che prima gli ebrei fossero ben visti dai cristiani, però erano ai margini della società ed erano privi di diritti. Si dedicavano ai commerci di piccolo cabotaggio e al prestito di denaro. Con l’affermazione dei diritti dell’uomo, la laicità dello Stato e l’estensione delle libertà i cancelli dei ghetti, che per secoli avevano richiuso gli ebrei, si aprirono. Napoleone aveva trasformato i servi dell’anticristo, i deicidi, la feccia dell’umanità in cittadini come tutti gli altri. Stava iniziando la rivincita. Gli ebrei erano diventati i padroni segreti del mondo e lavoravano per conquistarlo.
Come? Allo stesso modo in cui avevano operato i gesuiti prima e i massoni dopo: diffondendo idee che minavano i fondamenti della società. Con “falsi documenti autentici”, si disse che i primi gesuiti erano ebrei e che gli ebrei dominavano una potente associazione segreta di templari e massoni, gli Illuminati, che operava in tutti i gangli delle istituzioni occidentali. L’idea del complotto fu accettata da molti politici e intellettuali come Benjamin d’Israele, ex Primo ministro inglese e pure di origini ebraiche, Rudyard Kipling, quello del Libro della giungla, e il giovane Churchill.
Dopo l’Olocausto il complotto ebraico non è scomparso, ma ha perso molta della sua virulenza. Agli ebrei si sono sostitui il Gruppo di Bilderbergher, le case farmaceutiche, i creatori dei vaccini anti Covid. Nuovi cattivi a cui attribuire le responsabilità del disordine mondiale. Medesima la trama, diversi i mezzi diffusione. Anche nell’era dei social il complottismo continua ad agire, come una macchia, una traccia di veleno che cade, si espande e alla fine si può rivelare letale.

Il Times era il giornale più prestigioso dell’Impero britannico ed era diffuso in tutto il mondo. Logicamente si sarebbe potuto immaginare che, dopo l’inchiesta di Graves, i Protocolli sarebbero stati derubricati a uno scherzo di cattivo gusto o ad esempio di come si può costruire una bufala.
Non fu così. Anzi, benché anche in Germania la Frankfurter Zeitung nel 1924 avesse confermato l’inchiesta del Times e negli Stati Uniti il reporter del New York Herald, Herman Bernstein, nel The History of a Lie: The Protocols of the Wise Men of Zion (Storia di una menzogna: I Protocolli degli Anziani di Sion) avesse proposto al pubblico americano le prove della falsità del documento, i Protocolli continuarono ad essere diffusi per sostenere l’idea che il bolscevismo fosse una cospirazione ebraica. Ciò soprattutto in Germania.
Nel 1929, il Partito nazista acquistò i diritti dell’edizione tedesca dei Protocolli, trasformando il volume, ampiamente citato nel Mein Kampf (1925) di Hitler, in un efficace strumento di propaganda antiebraica.

In dieci anni furono stampate in tedesco 22 edizioni dei Protocolli. Inoltre, i Protocolli furono tradotti in italiano (1921), svedese (1921), norvegese (1921) e polacco (1923). Nel 1925 fu pubblicata in Siria una traduzione in arabo.
Nel 1924, cioè molto prima di diventare ministro della Propaganda della Germania nazista, Joseph Goebbels capì il potenziale propagandistico dei Protocolli. Scrisse, infatti, nel suo Diario: Credo che I Protocolli degli Anziani di Sion sia un falso. Tuttavia – aggiungeva – rcedo nella verità intrinseca, ma non dei fatti, dei Protocolli.

In Italia, dopo che l’economista Maffeo Pantaleoni ne aveva sostenuto l’autenticità, nel 1921, Giovanni Preziosi pubblicò la prima edizione italiana dei Protocolli. Così li introduceva ai lettori: O il documento è formalmente autentico, o esso fu compilato su vari documenti autentici e su informazioni sicure, dando a queste membra sparse una unità di corpo. Nell’uno e nell’altro caso il documento è prezioso. Italiani. Forse siamo ancora in tempo!

Una opinione condivisa da Julius Evola. Il filosofo reazionario nella prefazione all’edizione del 1937, spiegava che domandarsi se i Protocolli fossero veri o falsi era inutile. Quello che contava non era tanto la loro autenticità, ma la loro veridicità nel descrivere i maneggi ebraici per il controllo della società, nella finanza, nei commerci, sulla stampa, in politica.
Sulla stessa scia i tanti che, anche dopo la Seconda Guerra e l’Olocausto, hanno continuato a diffondere, sostenendone l’autenticità, dei Protocolli e a utilizzarli come un’arma propagandistica. È accaduto nei Paesi islamici in funzione antisionista, ma anche in ambienti della Chiesa ortodossa russa, in India e Giappone tra le formazioni nazionaliste. In Europa, Stati Uniti e Russia molte organizzazioni e movimenti di estrema destra, nazionalistici e populisti continuano a far riferimento ai Protocolli per sostenere le teorie sul complotto giudaico e del Nuovo Ordine Mondiale.
Va ricordato che l’articolo 32 dello statuto di Hamas, l’organizzazione terroristica palestinese, fa riferimento ai Protocolli per giustificare gli appelli all’annientamento del popolo ebraico e dello Stato di Israele. Fino a una ventina di anni fa, numerosi regimi e leader arabi e musulmani hanno considerato autentici i Protocolli: Nasser e Sadat in Egitto, l’Iraq degli anni Sessanta, l’Arabia Saudita di re Faysal e Gheddafi in Libia.
Nel 2002, in Egitto un canale televisivo privato ha trasmesso Horseman Without a Horse, una serie di 41 puntate basate in gran parte sui Protocolli. L’anno seguente la tv satellitare libanese Al-Manar TV, vicina degli estremisti islamici di Hezbollah, ha prodotto una fiction in 30 puntate, Al Shatat (La Diaspora) in cui si parla di “governo ebraico globale”, come descritto nei Protocolli.

Nel 2004 in Iran, Al-Alam, il canale televisivo in lingua araba, ha trasmesso una serie di documentari ispirati ai Protocolli che ne aggiornano i contenuti. Tra le tesi quella che gli ebrei hanno conquistato il controllo dell’industria cinematografica di Hollywood, hanno influenzato le elezioni americane e soprattutto hanno enfatizzato il racconto dell’Olocausto.
Nel 2003 i curatori di una mostra di libri sacri presso la biblioteca di Alessandria d’Egitto inserirono nella sezione dedicata alla religione ebraica una copia dei Protocolli accanto alla Torah, il testo ebraico più sacro, che contiene i primi cinque libri della Bibbia.


