
Mentre la nostra diplomazia lavorava per trovare una soluzione alla questione palestinese, il 7 ottobre 1985, al largo delle coste egiziane, 4 terroristi del Fronte per la liberazione della Palestina sequestrarono e dirottarono una nave italiana da crociera, l’Achille Lauro. A bordo c’erano 201 passeggeri di diverse nazionalità, molti dei quali statunitensi, e 344 uomini di equipaggio. Si pensò a un intervento militare, poi i contatti tra Craxi, Andreotti, Mubarak, Arafat portarono a una soluzione diplomatica. La nave avrebbe attraccato nel porto egiziano di Alessandria, i terroristi, a cui era stata garantita l’immunità, sarebbero scesi e la nave avrebbe ripreso la crociera.
Tutto sembrava risolto.
No, purtroppo.
Craxi, insistendo nel voler parlare al comandante dell’Achille Lauro, Gerardo De Rosa, aveva appreso dell’assassinio di Leon Klinghoffer, un cittadino americano che scoprimmo subito dopo fosse paraplegico.
L’Egitto decise di sbarazzarsi al più presto dei 4 ingombranti personaggi: li mise su un aereo civile, trasformato per l’occasione in aereo di Stato, e li inviò subito a Tunisi, dove c’era il quartiere generale dell’OLP. Poco dopo il decollo, il Boeing 737 fu intercettato dai caccia della Sesta flotta americana che lo obbligarono ad atterrare nell’aeroporto militare di Sigonella, in Sicilia. L’aereo egiziano toccò il suolo italiano alle 00,15 del 12 ottobre. La base di Sigonella è divisa in due: da una parte è statunitense, dall’altre italiana. La torre di controllo, gestita dagli italiani, fece in modo di far concludere l’atterraggio del Boeing nella parte italiana.
Una volta fermo, l’aereo fu circondato dai nostri avieri della Vam. Pochi minuti dopo atterrarono anche due aerei militari americani: un C131 da cui scesero i militari della Delta force, e un piccolo caccia da addestramento, al comando del generale Steiner. Le forze speciali americane circondarono, armi alla mano, gli avieri e il B-737 mentre una folta pattuglia di carabinieri, prontamente chiamati dal comandante italiano della base, circondarono a loro volta i militari della Delta force.
La tensione fu altissima, ma grazie alla calma e alla professionalità di tutti non accadde alcun incidente.


Ottima sintesi. Ma cosa stava succedendo?
Gli americani volevano non solo i 4 terroristi che – affermavano – avevano ucciso un cittadino americano durante il sequestro della nave da crociera, ma anche uno dei negoziatori, Abu Abbas, che accusavano essere stato il mandante di tutta l’operazione, incluso l’assassinio di Klinghoffer.
Quella notte Reagan chiamò Craxi, mentre il Segretario di Stato, George Shultz, chiamò Andreotti (che era responsabile degli Esteri) e il segretario alla Difesa, Caspar Weinberger, Spadolini (allora ministro della Difesa).
A me arrivò la telefonata di John Holmes, il vice dell’ambasciatore statunitense a Roma Rabb, che mi ragguagliò sui fatti e mi chiese di incontrare lui e l’ambasciatore nella prime ore del mattino (quando ci parlavamo erano le due). Sarebbero venuti da me per consegnarmi la lettera di estradizione per i cinque personaggi. Chiamai Craxi, che mi disse di sapere già tutto e aggiunse che dovevo prepararmi per andare a Sigonella. Subito dopo mi chiamò il capo dei servizi italiani, Fulvio Martini, anche lui al corrente di quanto stava accadendo, e mi chiese a che ora intendevo partire con lui per Sigonella e da chi pensavo di farmi accompagnare.
Tuttavia, la telefonata più inquietante che ricevetti fu quella dell’ambasciatore egiziano Yaia Rifaat. Senza troppi preamboli chiese di vedermi alle 7. Mi ricordò che l’Italia aveva garantito a Mubarak e al Arafat la vita e la libertà per i responsabili del sequestro. Risposi che era vero, ma che la decisione di emettere un salvacondotto era avvenuta prima che sapessimo dell’assassinio di Klinghoffer. Confermai l’appuntamento alle 7.

Notte movimentata.
Arrivai a Palazzo Chigi alle 5,30.
Feci chiamare Martini, il generale Cavanenghi, vice capo Gabinetto della Difesa, il responsabile del coordinamento dei servizi degli Esteri, Michele Cosentino, oltre che ovviamente Luigi Guidobono Cavalchini, capo Gabinetto del ministro degli Esteri Andreotti. Mentre facevamo il punto, il generale Steiner ricevette ordine di reimbarcare i suoi uomini e di lasciare Sigonella.
Alle 7 arrivò l’ambasciatore Rifaat, che a nome del ministro degli Esteri Abdel Meguid sottolineò la gravità del fatto che un aereo con la protezione diplomatica dell’Egitto fosse stato intercettato. Aereo e passeggeri dovevano riprendere il volo programmato verso Tunisi. Affermò, infine, che Mubarak voleva ricordare al presidente del Consiglio italiano che la resa dei 4 dirottatori dell’Achille Lauro era stata ottenuta in cambio del salvacondotto.

Cosa rispose?
Dissi che sarei andato a Sigonella per valutare sul campo la situazione e capire che tipo di azione giudiziaria avena avviato la procura di Siracusa. Lo rassicurai: l’Italia avrebbe onorato gli impegni presi con l’Egitto. Aggiunsi che Craxi aveva promesso a Reagan di prendere in consegna i quattro dirottatori per metterli a disposizione della giustizia italiana, dato che il salvacondotto era stato concordato quando non si sapeva che c’era stato un omicidio.
Rifaat mi ricordò l’impegno preso da Mubarak con Arafat di lasciar giudicare i 4 da un tribunale palestinese. Inoltre, sottolineò con grande fermezza che l’aereo egiziano godeva di protezione diplomatica e perciò nessuno avrebbe potuto salire a bordo senza il permesso del governo egiziano. Una violazione di tale obbligo, aggiunse, avrebbe avuto gravi conseguenze nei rapporti tra Italia ed Egitto.

Posizione dura.
Ma legittima. Cercai di trasformare l’ostacolo in una opportunità e chiesi l’autorizzazione ad entrare nell’aereo per me e per il rappresentante palestinese in Italia Al Aflak, che avevamo concordato di far venire per facilitare le trattative.
Rifaat mi disse che avrebbe chiesto al ministro degli Esteri egiziano, Abdel Meguid. Prima di salutarmi sottolineò, con risolutezza, che Abu Abbas aveva acconsentito a chiedere la resa dei dirottatori con la promessa della sua e della loro incolumità.

Intanto stavano per arrivare gli americani.
Le due delegazioni quasi si incrociarono.
Raab e Holmes che mi diedero copia della lettera che avevano appena consegnato al capo Gabinetto del ministro di Giustizia, in cui si chiedeva l’estradizione dei 5 palestinesi.
Iniziai a spiegare che l’estradizione non poteva essere concessa se nel Paese richiedente vigeva la pena di morte, Rabb mi interruppe, dicendo le autorità americane sapevano e capivano e perciò avrebbero accettato che i 5 fossero arrestati e giudicati da un tribunale italiano.
Chiesi ai due diplomatici se avevano prove che Abu Abbas fosse il mandante dell’uccisione di Klinghoffer. Ebbi solo risposte generiche e confuse.
Klinghoffer era stato ucciso una nave italiana in mare aperto, la giurisdizione era evidentemente italiana.
Lo dissi, ma soprattutto ribadii che occorrevano le prove che Abbas fosse il mandante. Senza prove l’Italia avrebbe dovuto rispettare gli accordi con Mubarak e Arafat.
Il salvacondotto era per il reato di sequestro della nave, non per l’omicidio. Ma per cambiare la situazione occorrevano prove documentali.
Rabb disse che avrebbe rappresentato la posizione italiana a Washington.

Terminato il colloquio con la delegazione americana, andò a Sigonella?
Sì, intanto l’Egitto aveva autorizzato me e Al Aflak ad entrare nell’aereo. Ma con l’impegno a rispettare l’accordo sul salvacondotto.
Non appena fui sull’aereo egiziano mi resi conto dei pessimi rapporti tra i due palestinesi: Al Aflak disprezzava, anzi odiava, Abbas.
Dopo una serie di trattative, che ha raccontato in dettaglio nel suo libro con Gennaro Acquaviva, la procura di Siracusa consentì al Boeing egiziano di lasciare Sigonella.
C’erano delle restrizioni sulla destinazione?
Il sostituto procuratore di Siracusa, Dolcino Favi, che si occupava del caso, mi disse che potevamo trasferire l’aereo anche a Tunisi, o ovunque volessimo, poiché godeva della protezione diplomatica e non erano emersi elementi così gravi da derogare a una convenzione internazionale.
Telefonai a Craxi. Dopo un attimo di pausa, il presidente del Consiglio mi chiese di far trasferire l’aereo a Ciampino per il prosieguo degli accertamenti che egli si era impegnato con Reagan a compiere.
Partimmo subito dopo in formazione: prima un Falcon, con Martini, il rappresentante dell’OLP e me, quindi il 737 e, ma lo sapemmo solo dopo, due F104 italiani voluti dal capo dei Servizi. La scorta dell’Aeronautica fu provvidenziale. Infatti, si avvicinò un F-14 americano che cercò di deviare il nostro viaggio. La presenza dei due caccia italiani lo dissuase.
Arrivammo a Ciampino attorno a mezzanotte.

Che clima c’era nell’aeroporto romano. Chi vi aspettava?
Capimmo subito che poteva ripetersi la stessa scena di Sigonella. Dentro e attorno a Ciampino c’erano almeno una ventina di americani. Un aereo statunitense finse un atterraggio di emergenza. Riuscimmo a vedere almeno 8 auto sospette e un furgone, probabilmente con apparati utili per le intercettazioni.
Ad attenderci, assieme al Segretario generale della Farnesina, Renato Ruggiero, c’era l’ambasciatore Rifaat che ribadì la richiesta di rispettare i patti che avevano portato alla liberazione della Achille Lauro.
Martini disse di aver appreso che la procura di Siracusa aveva deciso un supplemento di indagini ed aveva incaricato la procura di Roma di svolgerle. Fu un fulmine a ciel sereno. Era chiaro che la magistratura di Roma era intervenuta per impossessarsi del caso, che da quel momento, assumeva un rilievo di politica interna. Era fondamentale trovare una soluzione per sottrarci alla pressione degli americani e della magistratura.
Rimanemmo nella saletta di attesa Ruggiero, Martini, Al Aflak ed io. Alla fine, convenimmo su uno stratagemma. Avremmo mandato una macchina sottobordo e avremmo finto di prelevare Abou Abbas. L’auto, assieme alle nostre di servizio e a una scorta della polizia, sarebbe partita a sirene spiegate e ad alta velocità verso villa Borghese, dove c’è l’Accademia egiziana. Una istituzione che gode della extraterritorialità. L’espediente funzionò.
Le auto degli americani e il furgone seguirono il corteo diretto a villa Borghese. Sulla pista rimase il 737 con Abbas a cui si aggiunsero gli uomini della sicurezza egiziana mandati dall’ambasciata di Roma. Così passò la notte ma purtroppo non la rabbia della CIA, che non ci perdonò la beffa subita.

La mattina dopo arrivò il parere sull’estradizione.
Mentre gli americani facevano ogni genere di pressione per ottenere quelli che continuavano a definire, senza però portare riscontri, responsabili dell’omicidio, arrivarono i pareri dei consulenti del ministero della Giustizia.
Dalle informazioni che ci giunsero dal Cairo, ove operava il nostro ambasciatore Migliuolo, risultava che i dirottatori avevano ucciso Klinghoffer, probabilmente presi dal panico. Dalle intercettazioni della nostra Marina e da quelle israeliane (che erano state date agli americani), non vi era nulla che provasse la responsabilità di Abbas nell’uccisione di Klinghoffer. Pertanto il Governo prese atto del parere della Commissione, secondo la quale non vi erano i presupposti per l’estradizione di Abu Abbas.
In tarda mattinata, Ruggiero comunicò a Rabb la decisone del governo italiano di non procedere all’estradizione.
A quel punto Craxi fece partire Abbas per la Jugoslavia. Perché?
Craxi si era impegnato con Reagan a prendere in custodia i quattro dirottatori, mentre per Abu Abbas e il suo accompagnatore avrebbe valutato tutte le prove a disposizione e chiesto a una commissione speciale se era possibile concedere l’estradizione verso gli Stati Uniti. Al parere negativo della commissione e in mancanza di prove delle responsabilità di Abbas ci disse far uscire Abbas dal territorio italiano. Non scelse la Jugoslavia. Lasciò a noi di decidere come sbrigare la situazione. L’OLP propose (e noi accettammo) di farlo andare in Jugoslavia: Paese neutrale, in eccellenti rapporti con i palestinesi e confinante con l’Italia, quindi con pochi rischi che si ripetesse il dirottamento di Sigonella.
Ma non c’era nient’altro? Davvero non c’erano prove contro Abbas?
La sua era una responsabilità oggettiva nel sequestro della nave, poiché era a lui che i quattro dirottatori rispondevano. Ma la mia convinzione, al di là della verità giudiziaria su cui influirono un ambiente e circostanze emotivamente diverse, era che l’obbiettivo politico di Abbas fosse di indebolire Arafat, rafforzando la pressione del Fronte del rifiuto e della Siria che lo manovrava.
In quel momento tutto portava a credere che i quattro palestinesi avessero come missione il compimento di un attentato suicida ad Ashdod, dove era prevista la sosta dell’Achille Lauro. Non c’era e non c’è mai stato nient’altro. Non esiste alcuna prova che possa attribuire ad Abbas la responsabilità della morte di Klinghoffer. C’erano (e ci sono) solo le registrazioni dei colloqui tra i dirottatori della Achille Lauro e Abbas. Registrazioni conformi della nostra Marina militare e del Mossad, il servizio di sicurezza israeliano. Abass aveva saputo, ma non aveva né ordinato e neppure approvato l’omicidio di Klinghoffer, il quale secondo le prime testimonianze avrebbe reagito con coraggio all’azione dei quattro palestinesi.
Se ci fosse stato altro sarebbe di sicuro venuto fuori. È questa anche la conclusione di Julie Salamon, autrice di An Innocent bystander (Un passante innocente), un libro che ha avuto un buon successo negli Stati Uniti.
Nella narrazione della Salamon (una giornalista legata per nascita e frequentazione alla potente lobby ebraica americana), frutto di quattro anni di intenso lavoro di inchiesta, incontrando i protagonisti di quelle vicende e consultando gli archivi di Stato e quelli delle persone scomparse, come Rabb, non emerge nulla che possa dimostrare che Abbas sia stato il mandante dell’omicidio Klinghoffer.
Non solo: dal volume appare chiaro come Rabb si convinse della buona fede del governo italiano, una convinzione che lo indusse a trovare il modo per ricucire i buoni rapporti con Reagan e a opporsi alla richiesta della CIA, che insisteva a premere sul Dipartimento di Stato nel chiedere le scuse di Craxi come condizione essenziale per “perdonare l’Italia”.

Ma torniamo al pomeriggio di sabato 12 ottobre.
In tarda mattinata ero tornato a palazzo Chigi per coordinare il viaggio di Abass. Pensavo a un giorno intenso, si rivelò una delle giornate più difficili della mia vita.
Per mandare Abass in Jugoslavia era necessario trasferire il 737 da Ciampino a Fiumicino. Con Martini e il rappresentante dell’OLP avevamo concordato che Abass si sarebbe imbarcato su un aereo di linea della JAT, la compagnia di bandiera jugoslava, con altri passeggeri a bordo per evitare qualsiasi tentativo di dirottamento. Il velivolo egiziano doveva accostarsi a quello JAT per far salire a bordo Abbas e il suo accompagnatore. Un’operazione che andava fatta in modo rapido. Concordai i dettagli con l’ambasciatore egiziano. Dissi a Ciampino di autorizzare il decollo. Mi risposero che mancava il pilota. Ci vollero più di tre ore per trovarlo: stanco dell’attesa, senza autorizzazioni, era andato a comperare alcuni regali alla moglie con la quale aveva litigato in mia presenza durante lo scalo a Sigonella. Polizia, carabinieri e servizi lo rintracciarono in centro, tornò a Ciampino attorno alle 15.

Sembra una scena di un film della commedia all’italiana.
Non ci facemmo mancare nulla in quelle ore.
Mentre cercavamo il pilota, chiesi a Al Aflak se il governo jugoslavo era d’accordo a prendersi Abass. Ebbi ampie rassicurazioni, c’era stato un contatto diretto i vertici dell’OLP e il governo di Belgrado, mi disse. I due palestinesi poterono imbarcarsi sul volo, ma non erano ospiti del governo di Belgrado e dovevano usare nomi falsi. Fu necessario, perciò, trovare i biglietti. Lo fece Martini con stratagemmi che non ho mai interamente saputo.
Il giorno dopo, parlando con l’ambasciatore jugoslavo a Roma, seppi che il contatto, almeno ufficialmente, non c’era stato.
Nel frattempo, appresi che il sostituto procuratore di Roma, Franco Ionta, che aveva avuto l’incarico di approfondire le indagini per conto dei colleghi di Siracusa, voleva interrogare Abu Abass e i 4 dirottatori.
Assieme alla DIGOS si era presentato all’Accademia egiziana dove gli avevano opposto l’extra territorialità e detto che poteva parlare con i responsabili della struttura solo nel tardo pomeriggio.
L’iniziativa di Ionta era una grave intromissione nei poteri dello Stato, poiché la decisione di Craxi aveva avuto l’autorizzazione del sostituto procuratore di Siracusa. Era, inoltre, pericolosa perché, come fece sapere subito l’ambasciatore egiziano, il 737 fermo a Ciampino “era difeso con le armi e un’eventuale azione volta a permettere l’accesso di persone non autorizzate dal diplomatico egiziano avrebbe potuto recare conseguenze incalcolabili nel rapporto con l’Egitto, ma anche conseguenze gravi per la persona che accedeva senza autorizzazione”.


Non c’era il tempo per discutere sulle prerogative diplomatiche.
Occorreva fare presto. Stava montando la polemica politica nel governo (Spadolini chiedeva una decisione collegiale e minacciava la crisi di governo, che poi ci sarebbe stata) e la pressione americana cresceva. C’era la sensazione dell’accerchiamento.
Il volo della JAT doveva partire alle 17.30.
Certo del ritardo del B737, chiamai l’Aeroporto di Fiumicino per posticipare il decollo del volo per Belgrado. Parlai con la vice direttrice. Le dissi – forzando – che per esigenze di sicurezza nazionale il volo non poteva decollare. Mi fu dato credito e l’aereo fu bloccato sulla pista, intanto il comandante dell’aero jugoslavo, imbufalito per il blocco (le cui ragioni, almeno ufficialmente non conosceva), minacciava chiunque gli parlasse per radio di denuncia per sequestro di persona.
Negli stessi minuti Ionta era tornato all’Accademia egiziana. Gli fu vietato l’ingresso e perciò decise di controllare il 737 che aveva a bordo Abass.
Alle 18.30 il Boeing egiziano lasciò Ciampino, 15 minuti dopo era a Fiumicino. Abass e il suo accompagnatore, assistiti dagli uomini di Marini, salirono sull’aereo della JAT direttamente sulla pista. Il volo decollò alle 19.45. Ionta arrivò sulla pista di Fiumicino 5 minuti dopo.

Intanto a Palazzo Chigi…
L’usciere mi avvertiva che l’ambasciatore Rabb era davanti al mio ufficio e voleva incontrarmi. Alle 19.50, di sabato 12 ottobre, dissi a Rabb che Abbas era in volo per Belgrado.
Eravamo ancora in piedi quando l’ambasciatore mi mostrò i pugni. Lo guardai allibito cercando di ricordargli che la decisione del governo gli era stata comunicata, alle 12 di quel sabato, dal Segretario generale della Farnesina. Evidentemente Rabb cercava una comprensione ufficiale di quanto i mezzi di comunicazione andavano via via riferendo su quel drammatico pomeriggio. Visibilmente alterato, egli sull’uscio si girò e mi chiese se avessi altro da dire. Non risposi. A quel punto, andando via, gridò: “La pagherete cara!”.
Sprofondai nella poltrona. Venne il commesso per accertarsi di come stessi, dato che l’ambasciatore a passo svelto si era diretto senza salutare verso l’uscita.
Seppi poi che nel cortile di Palazzo Chigi si era fermato con il giornalista Vittorio Orefice, collegato in diretta con il TG1, e aveva detto, livido in volto, che quella non sarebbe stata ricordata come una buona giornata nei rapporti tra Italia e Stati Uniti.
Occorreva ricucire.
Il lunedì mattina chiamai Rabb per sapere se era ancora adirato con me.
Con un tono diverso e una voce serena disse che voleva vedermi. Aggiunse che a Washington stavano studiando la posizione e che avrebbero potuto esserci delle novità, ma tornò a chiamarmi “Antonio, amico mio” ed io capii che le novità erano positive.
Un’ora dopo era da me. Voleva verificare tutti dettagli per parlarne personalmente con la persona cui Reagan dava interamente fiducia. Ma aveva buoni presagi.
Sei giorni dopo, il 18 ottobre, arrivò la lettera di Reagan che iniziava con “Dear Bettino” e si concludeva con un invito alla riunione di New York.

Craxi fu invitato a New York per una inedita riunione del G7 volta a esaminare la posizione alleata nei colloqui di Rekjavik tra Reagan e Gorbachov.
In quell’occasione Craxi chiese a Reagan l’aiuto per abolire il G5 in occasione del Vertice del G7 che si sarebbe tenuto nel maggio 1986 a Tokio. Di fatto l’invito era un segnale di una ritrovata sintonia tra USA e Italia e tra Reagan e Craxi.
La conferma di quanto sostengo viene proprio dal vertice G7 di Tokyo.

Cosa accadde a Tokio?
Craxi voleva un riconoscimento al ruolo che l’Italia aveva nell’economia mondiale.
Nel 1987 il nostro PIL superò quello inglese. Perciò propose di allargare all’Italia le riunioni dei ministri economici dei Paesi più industrializzati. Fino ad allora aperte solo a Stati Uniti, Regno Unito, Repubblica federale tedesca, Giappone e Francia.
Craxi aveva ottenuto da Reagan l’impegno a far adottare la proposta italiana da parte dei ministri delle Finanze e farla poi avallare dai capi di Stato e di governo nella riunione conclusiva.
Negli incontri preparatori il ministro francese Balladur, contrario al nostro ingresso, riuscì a far votare un documento che solo genericamente auspicava l’allargamento del Consiglio. Né Goria, ministro delle Finanze, né il direttore generale del Tesoro, Mario Sarcinelli, si accorsero del trabocchetto. Io ebbi il sospetto che la frase non fosse conforme ai nostri desideri.
Andai nella sala ove era la nostra delegazione e chiesi il parere di Lamberto Dini, allora direttore generale della Banca d’Italia. Avevo ragione: erano necessarie delle correzioni. Dini intervenne sulla bozza di comunicato finale e io la portai a Craxi. Il nostro presidente del Consiglio fece segno a Reagan di chiedere al primo ministro giapponese Nagasone una breve sospensione della riunione. Reagan ascoltò Craxi e chiamò James Baker, Segretario al Tesoro, e gli disse: “Jimmy, I told you to write down what Bettino has asked for please call again the Finance meeting and get done what Bettino wants”, dandogli la frase corretta.
La cosa andò in porto, ma Balladur ci provò ancora a rimettere in corsa il G5. Organizzò nell’ottobre successivo una riunione dei “Sette” che egli fece precedere da una dei “Cinque” Stavolta, però, intervenne Craxi. Disse a Andreotti di non far partecipare Goria alla riunione del G5. Goria si era accontentato della “cortesia” di Balladur di riferirgli l’esito della riunione dei “Cinque” prima della cena di lavoro. Il Segretario al tesoro di nuovo rimproverato da Reagan, su cui avevamo fatto intervenire Rabb, fu molto duro con Balladur dicendogli che se riprovava a fare il furbo egli avrebbe disertato le riunioni in Francia o comunque di iniziativa francese. Egli, gli disse, per due volte aveva subito a causa di iniziative francesi rilievi dal suo Presidente. Il discorso si chiuse e il G5 venne sepolto.
Anche con la Libia gli Stati Uniti accettarono che l’Italia avesse una posizione distinta per ragioni di sicurezza.
Si racconta che fummo noi ad avvisare Gheddafi dell’imminente attacco americano il 15 aprile del 1986. Allora Reagan, in rappresaglia a un attentato a Berlino che aveva provocato la morte di alcuni militari americani, inviò i suoi bombardieri per uccidere il leader libico.

Fu io a telefonare all’ambasciatore libico a Roma, Shalgam dicendo di far prendere a Gheddafi le giuste precauzioni perché vi sarebbe stato un attacco alla caserma Al Aziza dove risiedeva.
Poche ore prima Craxi aveva negato al generale Walters il permesso di sorvolo del territorio italiano ai bombardieri americani incaricati di colpire la residenza del leader libico. Perché, spiegò, far fuori Gheddafi equivaleva a mettere una bomba ad orologeria contro l’Italia e i Paesi limitrofi.
Craxi conosceva bene la situazione interna libica, una volta al mese incontrava il numero due del regime, Jalloud, che veniva a Roma in incognito. Era convinto che uccidere Gheddafi non era utile all’Occidente, se non si organizzava la successione, che richiedeva una tessitura paziente ed accortissima tra i più influenti Capi tribù. La maldestra azione di Sarkozi nel 2011 ha dimostrato la correttezza di quella valutazione.
Tornando al ruolo italiano nel Mediterraneo, comunque se ne valuti la gestione, il sequestro dell’Achille Lauro segnò la fine del tentativo italiano di mediazione tra Israele e palestinesi.
Non vi è dubbio, la Siria rialzò la testa e ripresero gli attentati del Fronte del rifiuto, tra cui quello che ebbe luogo il 27 dicembre a Fiumicino. Anche Mubarak si defilò e Hussein, che non era certo felice dell’opzione giordano palestinese, non pianse di dolore
Mi permetta di tornare a Sigonella con due questioni. La prima: nel racconto che ha fatto c’è un protagonista di cui non abbiamo mai parlato: Al Aflak, il rappresentante dell’OLP in Italia. Viene a Sigonella con un aereo dei nostri Servizi, entra nel Boeing egiziano, è presente a Ciampino.
Chi era Al Aflak? Che ruolo ebbe in tutta la vicenda?
Al Aflak era un esponente di rango dell’OLP. Un uomo preparato e colto. Parlava perfettamente italiano. Capì il mio ruolo e lo rispettò sempre. Quando parlai con Abbas a Sigonella fu chiaro che non traduceva semplicemente ciò che dicevo. Ci metteva del suo. Nel tono che usava c’era astio, risentimento, rabbia nei confronti di chi, con il dirottamento dell’Achille Lauro, aveva compromesso una seria opportunità per risolvere la questione palestinese.
Quando gli dissi che Craxi mi aveva chiesto di trasferire l’aereo egiziano a Ciampino, rispose che forse sarebbe stato meglio che avesse indicato Tunisi, così da permettere agli americani di abbatterlo e chiudere col minore dei mali quella brutta storia. Lo disse per celia, naturalmente, ma con la tristezza di chi sa che la pace per la sua terra aveva perso una grande chance. Era anche il mio pensiero.
L’altra questione è più generale. Se Reagan capì Craxi e accettò il comportamento italiano, è sicuro che tutta l’amministrazione americana fece lo stesso? Secondo alcuni Tangentopoli ha le sue radici proprio in quello che accadde nella notte tra il 10 e l’11 ottobre del 1985. Insomma, qualcuno l’avrebbe fatta pagare a Craxi e forse anche ad Andreotti.

Reagan prese le parti di Craxi perché aveva capito che l’uomo faceva quello che dichiarava di voler fare nell’interesse del suo Paese e meritava rispetto poiché ne aveva titolo. Rabb spiegò all’Amministrazione americana il ruolo svolto da Craxi in frangenti critici. Prima, con la decisione sugli euromissili e, poi, assestando i primi, fondamentali, colpi alla compattezza del Patto di Varsavia.
Quanto alla CIA il discorso è diverso.

A parte il ruolo negli Stati Uniti svolto da Michael Ledeen, su cui occorrerebbe conoscere di più, ho la convinzione che l’Agenzia non dimenticò di essere stata giocata prima a Sigonella e poi a Ciampino dalla professionalità dei Carabinieri e dei nostri Servizi che riuscirono ad eludere un complesso sistema di controllo messo in campo dagli americani, violando la nostra sovranità.

Si spighi meglio
Ricostruendo gli avvenimenti di quei giorni riemergono circostanze che fanno riflettere.
La prima è la sicurezza delle comunicazioni. Ci rendemmo conto in tanti che i telefoni di Sigonella, Ciampino e persino di Palazzo Chigi erano controllati. Solo la scaltrezza e la fantasia di Martini ci garantì linee sicure. Ora si può dire: usammo i telefoni pubblici di piazza San Silvestro con i gettoni. Scomodo, sicuro.
C’è, poi l’azione della magistratura a Roma. La procura di Siracusa ci aveva dato il via libera per spostare aereo e passeggeri. I quattro dirottatori erano a disposizione della magistratura. Perché fu richiesto un supplemento d’indagine? Perché fu chiesto a Roma e non a Genova, competente per territorio visto che l’Achille Lauro era partita da Genova? Sarà, infatti, celebrato a Genova il processo.
Perché il sostituto procuratore romano voleva a tutti i costi violare l’extraterritorialità dell’aereo e dell’Accademia egiziana, pur di interrogare Abbas? E per farlo entrò sgommando sulla pista di Fiumicino. Perché non ci fu alcun contatto tra la procura di Roma e il ministero di Giustizia che stava seguendo la richiesta di estradizione di Abbas?
Perché il Segretario generale della Farnesina ed io fummo in quelle ore controllati dalla DIGOS?
Insomma, la Procura di Roma si mosse con tanta solerzia solo per seguire le richieste dei magistrati di Siracusa? Per motivi di politica interna? Per accontentare una richiesta americana? O per tutte e tre le ragioni?
Sono solo domande, ma legittime.
Quanto alle conseguenze nel lungo periodo della notte di Sigonella, mi consenta di non rispondere. Ho delle sensazioni e qualche opinione, ma senza alcun riscontro.
(3. continua)
