Vai al contenuto
Cose viste e pensateA futura memoria
Home » I ricordi di Antonio Badini 2 CRAXI, LA SFIDA AMERICANA, IL RUOLO IN MEDIO ORIENTE.

I ricordi di Antonio Badini 2 CRAXI, LA SFIDA AMERICANA, IL RUOLO IN MEDIO ORIENTE.

1983. Lo scenario è profondamente mutato. In Italia è finita la stagione della solidarietà nazionale e si è avviata quella del pentapartito. DC, PLI, PRI, PSDI e PSI condividono la responsabilità di governo, con la regola dell’alternanza, per la quale alla Presidenza del consiglio si alternavano democristiani e laici. Nel 1981, per la prima volta dal 1946, la DC, pur restando il maggior partito italiano, aveva ceduto la Presidenza del consiglio al repubblicano Spadolini. A cui era seguito il V governo Fanfani che aveva portato il Paese alle elezioni per la IX legislatura.

Lei era tornato in Italia.

Alla fine del 1979 lasciai gli Stati Uniti e a Roma fui inserito nell’Unità di coordinamento per la presidenza italiana della Comunità europea. A marzo del 1980 fui chiamato da Francesco Cossiga, divenuto presidente del Consiglio, a Palazzo Chigi per occuparmi dei rapporti con la Comunità europea. Fui confermato nell’incarico nei governi che seguirono: Forlani, Spadolini e Fanfani. Quest’ultimo, alla fine del 1982, mi promosse Consigliere diplomatico aggiunto.

Incontro Fanfani Reagan nel 1983. Colazione di lavoro alla Casa Bianca. Badini è il secondo da sinistra

Lavoro faticoso e poca ribalta, immagino.

L’attività che svolsi, in effetti, non usciva dal lavoro ordinario di un diplomatico in quella posizione. Fece eccezione l’iniziativa che ritenni di intraprendere, assumendomi i rischi connessi, per porre fine nell’agosto del 1982, a palazzo Chigi c’era Spadolini, alla “crisi del vino”. I viticoltori francesi, per difendersi dagli asseriti bassi prezzi del vino italiano, salivano a bordo delle navi attraccate nel porto di Sete, che trasportavano il nostro prodotto, per riversarlo in mare. Una forma di protesta del tutto inaccettabile, che peraltro avveniva nell’indifferenza totale delle Forze dell’Ordine.
La stampa italiana cominciava a dedicare all’evento titoli in prima pagina ed io, che ero rimasto solo nell’Ufficio diplomatico, ricevevo telefonate per sapere cosa il Governo intendeva fare a protezione dei nostri interessi. Cercai di mettermi in contatto con Sergio Berlinguer, che era il mio superiore, ma non lo trovai. Riuscii a parlare con Stefano Folli, portavoce del Presidente del Consiglio che si rimise alle mie valutazioni. Tuttavia capii dalle sue parole che era preoccupato per le possibili ricadute di immagine che quei fatti potevano determinare. Decisi allora di convocare con urgenza a Palazzo Chigi l’incaricato d’Affari francese, ammonendolo a nome del governo che se la scena dello scarico del vino italiano si fosse ripetuta l’indomani mattina, l’Italia avrebbe adottato misure di ritorsione pesanti ed immediate. Quella scena non si riprodusse e Folli parlò alla stampa del deciso intervento di Spadolini.
Andò bene. Mi chiamò il giorno dopo lo stesso Presidente del Consiglio per ringraziarmi e, ammetto, le cose per me da quel momento cambiarono.

Quindi arrivò, anni dopo, con il governo Craxi, la sua nomina a consigliere diplomatico.

Per la verità non fu così facile. Mi permetta di contestualizzare.
Nel giugno del 1983 si votò per la IX legislatura. La DC, guidata da De Mita, pur rimanendo il primo partito italiano, perse il 7%. Un tracollo. All’epoca – come ricorderà – se un partito guadagnava un 1% festeggiava una grande vittoria. La sconfitta democristiana fu ancora maggiore nelle grandi città.
Non c’erano alternative al pentapartito, ma un risultato del genere costrinse la DC a lasciare nuovamente la Presidenza del consiglio. Non a un partito minore come era accaduto con il repubblicano Spadolini, ma al maggiore alleato-antagonista, il PSI di Craxi. Fu una vera svolta.
Pertini, che era il Presidente della Repubblica, incaricò il segretario socialista il 21 luglio, il 4 agosto nacque il primo governo Craxi.

 

Giuramento del Craxi I, il 4 agosto 1983

Una svolta che determinò un profondo ricambio, immagino, anche nello staff di Palazzo Chigi.

Certo, tutti i funzionari di nomina politica tornarono alle proprie amministrazioni, io rimasi dove ero. L’allora Segretario generale della Farnesina, Francesco Malfatti di Montefeltro, mi disse di non muovermi. Dovevo sostenere e supportare il nuovo presidente del Consiglio, in attesa della nomina del Consigliere diplomatico.
All’inizio il rapporto non fu semplice. Craxi aveva un piglio e una determinazione diversa dai suoi predecessori e in più non conosceva come funzionava la nostra diplomazia. Avemmo un paio di duri contrasti, ma il rapporto non si interruppe, anzi. Nacque una buona sintonia basata sulla franchezza: data e pretesa.
Mi accorsi che Craxi aveva chiesto alla sua segretaria e al suo autista di capire chi io fossi nella realtà di tutti i giorni, come agivo fuori dell’Ufficio, e che opinione avessi di lui e del governo che egli si accingeva a formare. Insomma una indagine “dal basso” per verificare quanto di bene era stato a lui detto “dall’alto”, in particolare da Gennaro Acquaviva, che fungeva da Consigliere politico, in realtà una sorta di alter ego per le ricadute sulla politica interna, e dallo stesso Malfatti. Non ero socialista e Craxi lo sapeva, e evidentemente si chiedeva se poteva fidarsi. Se avevo, o rappresentavo interessi diversi da quelli dell’amministrazione e, nel caso affermativo, quali essi fossero.
La precarietà durò più di sei mesi. Alla fine il capo ufficio stampa di Craxi, Antonio Ghirelli, sostenuto dalla influente segretaria Serenella, e dal suo fidato autista, dissero a Craxi, in mia presenza, che era ora di nominarmi Consigliere diplomatico. Dopo un paio di giorni il decreto fu firmato.

Che tipo di politica estera aveva in mente Craxi?

Intanto, va detto che egli considerava la politica estera essenziale per la sua azione di governo e per gli interessi del Paese. Non era stato così per molti dei suoi predecessori che, dopo aver ribadito la fedeltà atlantica, e l’europeismo di maniera, seguivano i consigli della Farnesina, che – il giudizio è di Kissinger – “vantava alcuni dei diplomatici più abili e intelligenti che io abbia mai incontrato”. Ma non era sempre il meglio che si potesse fare, poiché la politica è cosa diversa dalla diplomazia e deve essere fatta da chi viene eletto dal popolo e ad esso deve dar conto del suo operato. Solo De Gasperi, Moro e Andreotti avevano imposto in precedenza una propria politica estera, sia pure mossi da strategie ancorate alle diverse congiunture.
Nel suo progetto Craxi aveva due priorità: l’Italia doveva essere protagonista nella soluzione dei problemi del Mediterraneo, che nella sua visione comprendeva anche il Medioriente e contribuire attivamente al contenimento dell’influenza sovietica nell’est-europeo.

Come pensava di agire?

La cosa che mi impressionò fu la rete di contatti internazionali di cui godeva. Non aveva dimestichezza con le Cancellerie europee, ma attraverso l’Internazionale socialista aveva stretto rapporti non formali e profondi con tutti i socialisti della sua generazione: Mitterand, Olof Palme, Peres, Papandreu, Gonzales, Suarez e Panagulis. Gli ultimi tre, seppi successivamente, avevano avuto, quando nei loro Paesi c’erano regimi dittatoriali, un ufficio nella sede nazionale del PSI e uno stipendio che gli consentiva di vivere dignitosamente in Italia. Craxi aveva aiutato anche molti progressisti, non comunisti, dell’America latina, fra i quali Alfonsin e Sanguineti, divenuti poi Presidenti rispettivamente di Argentina e Uruguay. Inoltre, durante i suoi soggiorni parigini per l’Iternazionale aveva frequentato il leader dell’OLP Arafat e quello dei drusi libanesi Jumblatt. Ricordo ancora la telefonata che partì da palazzo Chigi quando si seppe che i nostri militari in missione in Libano erano sotto attacco dei drusi. Craxi chiamò Jumblatt: con un linguaggio non propriamente diplomatico, chiese e ottenne il ritiro immediato dei suoi miliziani.

Il portoghese Mario Soares, il francese François Mitterand, Craxi e lo spagnolo Felipe Gonzalez a margine di una riunione dell’Internazionale socialista

I rapporti con gli americani?

Eccellenti. Già prima della nomina a segretario del PSI, Craxi aveva interessato la diplomazia americana perché sosteneva una posizione di reale autonomia dai comunisti. La sua segreteria, poi, aveva marcato la distinzione ideologica rispolverando Proudhon. Fu in virtù dell’appoggio di Craxi che Cossiga prese la decisione di accettare l’installazione degli euromissili in Italia (1979), rendendo operante l’orientamento di Helmut Schmidt che aveva condizionato il sì della Germania Federale all’assenso di un altro Paese europeo. Craxi aveva dato al PSI una chiara posizione atlantista e anticomunista. Egli, in pratica, fece uscire i socialisti italiani dall’ambiguità che li caratterizzava dal 1946: amici degli Stati Uniti, ma vicini alle forze pacifiste e neutraliste.
Il voto favorevole all’installazione degli Euromissili fu una svolta il cui valore venne immediatamente percepito dagli americani. Lo confermano le memorie dell’allora ambasciatore americano in Italia Gardner e gli incontri informali che Craxi ebbe in quel periodo con Kissinger. Ugo Intini ha ricordato che Brzezinski il più autorevole tra i consiglieri del presidente Carter, aveva detto: “Bisogna riconoscere che un piccolo partito come il vostro ha avuto una funzione storica, perché se voi non aveste fatto la scelta che avete fatto, le cose sarebbero andate diversamente nel mondo”. Quando Craxi arrivò a Palazzo Chigi, aveva un credito internazionale altissimo. E, tuttavia, non si cullò sugli allori e mantenne il suo atteggiamento combattivo, che lo induceva a prendere posizione sui problemi del momento.

Il saggio di Ugo Intini che contiene la dichiarazione di Zbigniew Brzezinski e il racconto di molte vicende contenute in questa intervista

Occorreva, però, tradurre i rapporti personali in relazioni istituzionali, con quello che ciò implicava anche sul piano degli interessi nazionali e degli impegni di Governo che talvolta implicavano passaggi parlamentari. Ciò che per lui, capo di un partito minoritario, non fu sempre facile.

Esattamente. Ma soprattutto occorreva entrare in sintonia con l’amministrazione statunitense, dove il repubblicano Reagan, divenuto presidente nel 1981, aveva cambiato la posizione americana nei confronti dell’Unione sovietica.

Era un periodo di forte tensione fra Est ed Ovest.

Pochi lo ricordano, ma in quegli anni si arrivò a un passo dal conflitto nucleare. A metà degli anni Settanta l’URSS aveva una nuova strategia in Europa, che si realizzò ammodernando il proprio arsenale, nuovi missili balistici a medio raggio: gli SS 20. Duplice l’obiettivo. Quello militare era di intimidire i Paesi europei con una potenza distruttiva doppia rispetto ai vecchi SS4. Più sottile quello politico: dividere l’Europa occidentale dagli Stati Uniti, il ben noto de-coupling che minava il principio dell’indivisibilità della difesa atlantica. A Mosca erano infatti convinti che nessuno dei grandi Paesi europei, in quegli anni colpiti da una dura crisi economica, da violenti scontri sociali (che sfociavano nel terrorismo) e attraversati da consistenti movimenti pacifisti, avrebbe accettato di ospitare i missili che gli americani volevano dispiegare per rispondere agli SS20.

Una valutazione sensata.

La strategia sovietica era intelligente e realistica, ma la decisione italiana di accogliere nel proprio territorio i nuovi missili da crociera statunitensi la fece fallire.
Reagan, appena nominato (1980), decise di passare da una posizione di difesa a una di attacco. Prima propose di eliminare tutti i missili in Europa, con la celebre “opzione zero”. Alla risposta negativa da parte dell’URSS, reagì all’espansione sovietica, che definì “l’impero del male”, in tutti gli scenari: Africa, Asia, Paesi latino americani, Medioriente. Una pressione psicologica, tecnologica e militare che culminò, nel marzo del 1983, con l’annuncio della costruzione dello scudo spaziale, la Strategic Defense Initiative, l’SDI. Un sistema d’arma con base al suolo e nello spazio per proteggere gli Stati Uniti da attacchi di missili balistici con testate nucleari.
L’URSS, guidata da Andropov, soffrì la strategia americana. Non era preparata tecnologicamente e soprattutto non aveva le risorse economiche per una nuova corsa agli armamenti. Anzi, ma questo lo scoprimmo solo molti anni dopo, l’economia di tutto il Patto di Varsavia era allo stremo.
Sentendosi sotto pressione, l’URSS reagì in modo talvolta scomposto. Il 1 settembre del 1983 un Boeing 747 delle linee aeree coreane, sconfinato nello spazio aereo sovietico, fu abbattuto. Perché, sostenne l’URSS, era importante testare le difese aeree del Patto di Varsavia. I morti furono 269.

Ci fu anche altro.

Poteva andare molto peggio, nel novembre dello stesso anno. A seguito, infatti, di una imponente esercitazione della NATO in Europa, l’Able Archer 83, i sistemi di controllo sovietici – sbagliando – segnalarono un attacco in corso. Fummo a un passo dal baratro. Una situazione più grave o equivalente a quella di Cuba del 1962. Solo la freddezza di un militare di turno ci salvò dall’apocalisse nucleare. Invece di fidarsi dei radar che segnalavano l’imminente lancio di alcuni missili intercontinentali americani, seguì il suo istinto e bloccò la procedura di risposta preventiva. Quell’uomo si chiamava Stanislav Petrov, è morto nel 2017, pochi lo hanno ricordato. Ma questa è un’altra storia.
Mi perdoni della disgressione. Comunque penso di aver sintetizzato il clima in cui si inserisce il primo viaggio di Craxi come presidente del Consiglio negli Stati Uniti: dal 18 al 22 ottobre 1983.

Il volume che narra la storia di Stanislav Petrov, il colonnello dell’URSS che, il 26 settembre 1983, decise di fidarsi del proprio istinto e non dei sistemi radar che segnalavano (sbagliando) un attacco nucleare NATO. La sua scelta evitò lo scoppio della Terza guerra mondiale

 

Era un debutto importante.

Lo preparammo bene.
La Brown university di Providence, nel Rhode island, conferì a Craxi una laurea honoris causa. Il discorso che fece in quella occasione, è, di fatto, il suo programma in politica estera.
L’Italia, disse, è intimamente e profondamente europea, legata alle istituzioni, alle prospettive, al ruolo dell’Europa, convinta della necessità di fare evolvere il processo di costruzione e di allargamento dell’Europa, (…) l’Italia, immersa nel Mediterraneo, sente profondamente l’impulso naturale che la spinge a collegarsi con i popoli e i Paesi della regione mediterranea. Una vocazione antica, talvolta degenerata nelle vicissitudini della storia, che tuttavia si presenta nella sua attualità indicando prospettive di avvenire, all’insegna della pace, del rispetto dell’indipendenza e dei diritti dei popoli, del ruolo che l’Italia può svolgere in ogni campo della cooperazione economica, tecnica, culturale. Una cornice di Paesi in via di sviluppo, impegnati in forma diversa e sotto regimi diversi a entrare in uno stadio più avanzato della propria vita economica, civile e sociale, già guarda e sempre più potrà guardare all’Italia per le possibilità che essa offre e sempre più dovrà poter offrire come a un interlocutore e a un partner essenziale per la costruzione pacifica di un avvenire progredito. Allo sviluppo di relazioni sempre più strette e impegnative nella regione mediterranea bisogna attendere con visione lungimirante e con crescente intensità.
Era chiaro l’impegno di Craxi per una sollecita soluzione del conflitto arabo-israeliano e nello specifico di una equa soluzione della questione palestinese.

Craxi con Reagan alla Casa Bianca

L’Italia protagonista della politica del Mediterraneo e ponte con i Paesi in via di sviluppo, non erano idee nuove. Kissinger ha scritto che il nostro Paese prova ogni tanto a svolgere quella funzione, ma più a parole che nella sostanza.

Ma la situazione era e fu diversa.
Intanto il viaggio di Craxi servì a togliere definitivamente al PSI l’immagine di un partito ambiguo, che si barcamenava tra socialdemocrazia e comunismo. Il Craxi del viaggio negli USA del 1983 è recepito come europeista, atlantista e profondamente anticomunista.
Quanto all’impegno nel Mediterraneo, qualcosa era già cambiato. Dal 1982 l’impegno italiano non era più “a parole”, come aveva scritto Kissinger. Un nostro contingente militare, quasi 2500 militari, operava in Libano con Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Il compito era di permettere ai palestinesi dell’OLP, sopravvissuti all’operazione israeliana Pace in Galilea, di trovare rifugio negli Stati arabi confinanti e di garantire che i civili palestinesi nei campi profughi non sarebbero stati nuovamente armati. Era la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale che nostri soldati armati partecipavano a una operazione militare fuori dai confini.

Un passaggio importante, così come le convinte dichiarazioni a sostegno degli euromissili creavano un clima favorevole all’incontro con Reagan, ma Craxi aspirava ad altro.

Certo. Voleva l’Italia protagonista. E si giocava tutto nell’incontro con Reagan.

Reagan con Badini

Come andò?

Benissimo. Oltre ogni rosea aspettativa. L’abilità di Craxi fu quella di ribaltare il protocollo. Solitamente i capi di governo erano ricevuti dal presidente americano per un quarto d’ora. Saluti di cortesia e un discorso formale con alcuni accenni ai temi che la delegazione al seguito aveva o avrebbe sviluppato con l’amministrazione. Scaduti i minuti assegnati, un addetto si avvicinava al presidente americano e l’incontro si concludeva con le foto di rito. Prassi seguite dalle visite di Spadolini e Fanfani che negli anni precedenti avevo accompagnato rispettivamente a Washington e a Williamsburg, ove si tenne nel 1982 un vertice del G7.

Craxi cosa fece?

Salutò cordialmente Reagan e accennò che egli era pronto ad ascoltare quello che gli Stati Uniti si attendevano dall’Italia poiché, egli disse, un’alleanza non dura se è solo una delle parti a assumere impegni, poi tacque.
Il presidente americano fu preso di contropiede e al solito segnale dell’addetto al cerimoniale, che gli dava l’abituale destro di chiudere l’incontro, fece un gesto inequivocabile per significare che quella volta lo spartito non si sarebbe applicato.
Un po’ sorpreso, fu indotto ad apprezzare il ruolo dell’Italia e a dire, a sua volta, in cosa l’America potesse essere di aiuto per un rafforzamento dei legami di cooperazione e amicizia con l’Italia. Fu allora che Craxi disse che l’Italia poteva contribuire a separare i Paesi del Patto di Varsavia dall’URSS; in cambio egli chiedeva agli Stati Uniti di assumere un ruolo attivo nella soluzione dei problemi del Mediterraneo, a partire dal ginepraio arabo-israeliano. Dove due popoli amici degli italiani erano in guerra.
L’approccio fu pragmatico, realista, privo di retorica. Reagan rimase colpito e interessato. Si intrattenne a parlare con Craxi per 35 minuti, nonostante gli interventi del cerimoniale. L’intesa che Reagan avallò prevedeva che egli si impegnasse attivamente per smuovere l’attendismo israeliano che gli consentiva di consolidare la sua politica dei fatti compiuti.
l’Italia, dal conto suo, si impegnava a lavorare per l’opzione giordano-palestinese, anziché limitarsi a declinare il solito rosario sulla Risoluzione 242, approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che era impraticabile. In aggiunta, Craxi si disse pronto a trovare spazi di collaborazione con i Paesi satelliti dell’URSS per allentarne i legami con Mosca. Ma soprattutto Reagan aprì a Craxi una importante linea di credito basata su un solido rapporto personale, che si creò inaspettatamente tra i due.
Craxi parlò anche al Congresso. Un intervento simbolico, ma politicamente rilevante. Infatti, in quella occasione invocò per il Cile il ritorno alla democrazia, nonostante che il Dipartimento di Stato avesse consigliato di eliminare quel passaggio.

Colazione di lavoro alla Casa Bianca. Nella delegazione italiana, sulla sinistra, si possono riconoscere Craxi e Andreotti, Badini è in primo piano. La laedership statunitense è al completo: Reagan, il vice presidente George Bush, il segretario di Stato George Shultz. In primo piano, di fronte a Badini, l’ambasciatore USA in Italia  Maxwell Rabb

 

Occorreva dare contenuti a quella che definisce “linea di credito”.

Fondamentale fu la collaborazione di Maxwell Rabb, nominato da Reagan ambasciatore a Roma. Si rivelò essere un vero diplomatico, non come spesso capita con gli ambasciatori americani che si limitano ad azioni formali senza sognarsi lontanamente di cambiare le posizioni ufficiali di Washington.
Rabb era capace di chiamare gli uomini del Presidente, che avevano reale accesso nella Stanza ovale, e se necessario far cambiare le posizioni suggerite dal Dipartimento di Stato. Col tempo era diventato un grande amico dell’Italia, oltre che mio.
Di religione ebraica, dopo la laurea ad Harvard e aver servito come tenente di vascello nella seconda guerra mondiale, Rabb era stato chiamato da Eisenhower come capo di gabinetto alla Casa Bianca. Al termine di quella esperienza, aveva fondato un prestigioso studio legale a New York e, nel 1980, aveva appoggiato Reagan alle primarie repubblicane. Rabb capì, sostenne e spiegò al Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca il ruolo dell’Italia e l’importanza strategica che il nostro Paese poteva avere in quella fase delle relazioni internazionali.

Tributo giusto, ma torniamo all’azione di Craxi.

Bisognava dimostrare che la possibilità di incidere sulle democrazie popolari europee era concreta; e bisognava trovare una legittimazione, la più ampia possibile, per diventare un interlocutore credibile nel Medioriente.

Un programma ambizioso.

Ci riuscimmo, e fu un lavoro di squadra. Andreotti, che aveva la responsabilità degli Esteri, condivise il progetto e lo fece suo, contribuendo con l’intelligenza, l’abilità e l’enorme patrimonio di contatti e relazioni che aveva. Anche la nostra diplomazia lavorò di concerto a partire da Rinaldo Petrignani che guidava l’ambasciata italiana a Washington.

Reagan con l’ambasciatore Rinaldo Petrignani che ricoprì  l’incarico di ambasciatore italiano a Washington, per dieci anni consecutivi dal 1981 al 1991

 

Andiamo con ordine. Meglio, dividiamo gli scenari, anche se ovviamente si sovrapposero. Iniziamo con gli euromissili.

Sul campo c’erano due ipotesi: o i sovietici accettavano l’opzione zero, cioè il ritiro di tutti i missili in Europa e, quindi, gli Stati Uniti non avrebbero dispiegato i Pershing 2 e i Cruise, oppure l’installazione diventava inevitabile. Craxi parlava chiaro e forte sul tema per non dare vie di fuga al PCI che continuava ad opporsi all’installazione dei missili occidentali. I Paesi coinvolti erano Italia, Germania e Olanda. I tedeschi avevano detto che avrebbero concesso l’autorizzazione solo se anche l’Italia lo avesse fatto.
Era, dunque, una decisione importante. Dopo la disponibilità data nel 1979, bisognava mantenere l’impegno.
Non fu facile. Craxi subì pressioni fortissime. Tutta l’Europa fu attraversata dalle manifestazioni dei pacifisti contrari al dispiegamento. Andropov inviò un lungo messaggio in cui minacciava di congelare le relazioni con l’Italia. Craxi ha anche raccontato di un incontro avuto in precedenza con il potente ministro degli Esteri sovietico, Gromyko: “Ero a Mosca e una sera stavo a tavola con mia moglie e i miei figli. Ero Presidente del Consiglio ed era aperta la questione degli euromissili che avevo deciso di installare in Italia… Arrivò in casa in questa villa di Mosca, arrivò Gromyko, il quale si sedette a tavola, c’era l’interprete e cominciò a parlarmi dandomi del tu, come se fosse una specie di mio nonno… Il nonno e c’erano i bambini… e cercò di convincermi a non mettere gli euromissili : “Ma tu perché vuoi fare questa cosa? Fai aggravare tutta la situazione”, e io mi ricordo che gli risposi “Senti, togli i tuoi che io non metto i miei… togliete voi i missili che avete puntato sull’Europa e noi rinunceremo ad installare gli euromissili.” Successivamente i rapporti tra Gromyko e Craxi furono molto cordiali.

Il francobollo dedicato dalla Russia a Andreevič Gromyko (1909-1989), ministro degli Esteri dell’URSS tra il 1957 e il 1985 e poi presidente del Praesidium del Sovioet supremo dal 1985 al 1988.

 

Insomma, Craxi non si fece intimorire e ribadì la proposta dell’opzione zero. Egli aveva capito l’obiettivo ultimo che avevano i sovietici: il decoupling dell’Europa da Washington. Mosca voleva rompere l’asse fondamentale dell’Alleanza atlantica: l’indivisibilità della difesa militare.

I sovietici rifiutarono l’Opzione zero e perciò si andò avanti. Il Parlamento italiano, a metà novembre 1983, ratificò, con il voto contrario del PCI, la decisione di procedere all’installazione degli euromissili. All’inizio del 1984 i primi Cruise erano operativi nella base militare siciliana di Comiso a far coppia con i Pershing2 che erano già installati in Germania.

La base militare di Sigonella in Sicilia

Secondo passaggio: il rapporto con i Paesi dell’Est con l’obiettivo di dividerli dall’URSS. La proposta che aveva interessato Reagan.

Intensificammo i contatti con l’Ungheria, che avevamo capito era in quel momento la più desiderosa di una maggiore autonomia economica. Un membro influente del Partito comunista ungherese, Szuros, aveva messo in dubbio la teorica superiorità dell’interesse collettivo rispetto a quello nazionale, affermando che nella realtà politica il bene comune non era un dogma bensì la sommatoria degli interessi nazionali, che andavano quindi perseguiti in priorità, poiché senza lo sviluppo delle potenzialità proprie a ciascuno di loro non poteva esserci un più alto bene comune. Le nostre piccole e medie industrie potevano risolvere i loro problemi tecnologici a costi sostenibili e in tempi rapidi. Fu così che fu definita la nostra visita in Ungheria. Incontrammo nell’aprile del 1984 il presidente ungherese Janos Kadar.
Capimmo che Budapest poteva agire come un Cavallo di Troia per attirare i Paesi dell’Est-europeo verso il sistema di valori dell’occidente, quando Kadar rimase silenzioso all’auspicio avanzato da Craxi di una pronta riabilitazione di Imre Nagy, il primo ministro impiccato su ordine dei sovietici nel 1956.
Alla collaborazione economica sarebbe seguita una pressione politica in nome dei principi dell’Internazionale socialista. Fu così che ottenemmo dopo la visita a Budapest, l’invito di Honecker nella Repubblica democratica tedesca, che era considerata la più fedele alleata di Mosca. La visita a Berlino-Est fu un successo. Kohl ci dette il via libera chiedendoci anzi di interporre i nostri buoni uffici per il rimpatrio nella Germania federale di 2000 Sudeti.

La Thatcher cominciò a guardarci con un misto di ammirazione e sospetto, che poi si trasformò in una piena condivisione politica, quando Craxi definì pubblicamente il generale polacco Jaruzelski “grande patriota”. Lo fece nel discorso di commiato prima di salire sull’aereo che lo portava a Mosca, per incontrare, primo uomo di governo occidentale, Gorbaciov.
Il sostegno di Craxi a Solidarnosc e la campagna per la riabilitazione nel suo Paese di Imre Nagy, erano la continuazione di quella strategia che aveva portato Craxi a candidare nelle liste del PSI, e a far eleggere al Parlamento europeo, Jiri Pelikan, uno dei leader della Primavera di Praga del 1968.

Il manifesto che annuncia la candidatura in Italia per il Parlamento europeo nelle elezioni del 1979 di Jiří Pelikán (1923 –1999) giornalista cecoslovacco, promotore della “Primavera di Praga” del 1968, condannato all’esilio in Italia, da dove si batté per il ripristino delle libertà democratiche in Cecoslovacchia. Eletto nel 1979 fu confermato parlamentare europeo nel 1984

 

Un atteggiamento tipico di Craxi, in cui si mescolavano razionalità e impeto.

Craxi aveva usato con coraggio il medesimo approccio con Reagan quando aveva deciso di criticare, nel discorso tenuto al Congresso americano, l’assassinio del presidente cileno Salvador Allende e il sostegno della destra statunitense al golpe di Pinochet. Ovviamente, però, l’impatto di queste iniziative era diverso nei Paesi dell’Europa dell’Est. Significava incrinare la compattezza del blocco sovietico e attirare la simpatia di Reagan che aveva preso a perdonare al leader italiano gli scostamenti dalla linea americana che arrivavano attraverso il nostro ambasciatore a Washington, Rinaldo Petrignani, o da dalla missione diplomatica statunitense a Roma, specie dal numero due, John Holmes.

Tessere questa complessa rete non fu certo un lavoro di routine…

Furono mesi esaltanti, anche molto faticosi.

Veniamo alla questione palestinese.

Direi alla questione Mediterranea. L’obiettivo di Craxi era di dare all’Italia un ruolo da protagonista in tutto il Mediterraneo. Lo dimostra quanto fece, già prima dell’arrivo a Palazzo Chigi, per il ritiro delle truppe turche dall’isola di Cipro, l’appoggio al partito laburista maltese, i rapporti privilegiati con l’Algeria e la Libia, frutto, questi ultimi, anche di Andreotti. Ma è indubbio che il maggiore interesse era per la soluzione della questione israelo-palestinese.

C’era stata l’apertura di credito da parte di Reagan.

Ma non era sufficiente, andava consolidata e rafforzata per vincere la resistenza della burocrazia del dipartimento di Stato. La palla era ancora nel nostro campo.
Occorreva una sorta di mandato europeo. E qui l’astuzia di Andreotti fu preziosa. L’allora Comunità europea difendeva il rispetto assoluto della risoluzione 242 delle Nazioni unite, che non aveva nessuna prospettiva di essere attuata. Fungeva al contrario da alibi per un non-impegno europeo.
Con l’abilità di un consumato pokerista, Craxi ottenne a margine del vertice di Dublino del dicembre del 1984 una sorta di via libera a esplorare altre strade idonee a sbloccare lo stallo, che era diventato una concausa dell’accresciuto terrorismo delle fazioni più radicali del movimento palestinese. Il Consiglio europeo, nonostante lo scetticismo francese, approvò la conclusione del presidente di turno irlandese, Fitzgerald, che autorizzava, sia pure informalmente, la ormai prossima presidenza italiana ad avviare “una serie di contatti con le parti”. Da gennaio 1985 la presidenza passava infatti all’Italia.

Craxi e Andreotti

Che progetto aveva Craxi?

Il piano era quello di sbloccare l’impasse determinato dalla risoluzione dell’ONU, i cui principi – la restituzione dei territori occupati da Israele dopo la terza guerra arabo/israeliana e una giusta soluzione del problema dei profughi – rendevano impossibile anche l’avvio di una seria trattativa.
Craxi pensava a incontri serrati con alcuni personaggi arabi per capire i margini di manovra, che era centrata sulla pace possibile.
La prima tappa era quella di convincere Arafat. Ci riuscimmo in un incontro segreto nella villa del leader palestinese nei dintorni d Tunisi, organizzato in tutta fretta appena qualche giorno dopo il vertice di Dublino. Partecipai come “note-taker”. Craxi era accompagnato da Andreotti. Arafat accettò, non senza opporre all’inizio del colloquio una forte resistenza, di celebrare il prossimo Consiglio palestinese ad Amman. Craxi acquisì subito dopo l’appoggio del presidente egiziano Mubarak, che andò a trovare al Cairo, e, quindi, convinse re Hussein di Giordania, passeggiando nei giardini di Villa Madama, a impegnare con tenace pazienza il suo Paese verso una Confederazione con la futura Palestina.
Craxi trovò invece le porte chiuse a Riad. Il re saudita Fahad insistette infatti sui tempi lunghi che avrebbero indotto Israele a cedere, in cambio della prospettiva di diventare una delle potenze principali del Medioriente. Craxi la pensava in maniera opposta, convinto che il tempo non lavorasse a favore della pace e si affrettò a interpellare Reagan, che gli pose due condizioni: l’appoggio di Hussein sull’opzione di una Confederazione giordano-palestinese e un negoziato senza la partecipazione di palestinesi “con le mani insanguinate”, cioè che non avessero preso parte a attentati contro Israele.

 

C’era possibilità di un accordo con Israele?

Craxi non si nascondeva le difficoltà. Il suo primo obiettivo era di trovare un comune denominatore tra re Hussein e Arafat, quindi avrebbe coinvolto Mubarak nel tentativo di mediazione, soprattutto con Arafat. Una volta ottenuti i necessari affidamenti da Arafat e un parere positivo di Mubarak sulle chances di andare avanti, avrebbe spinto per un impegno formale di Hussein. A quel punto la partita si spostava con Israele. Ricordo il lungo colloquio che Craxi ebbe con Rabb, al termine del quale gli affidò una Memoria da consegnare a Reagan.
L’obbiettivo era di ricevere un segnale positivo sul cammino intrapreso.

Il segnale arrivò ?

Sì, con nostra grande soddisfazione.
Anche la Farnesina aveva lavorato molto bene. Petrignani comunicò ad Andreotti di un positivo riscontro alle iniziative italiane a seguito di un colloquio con l’assistente Segretario di Stato, Armacost.
A quel punto era evidente che c’era stata una consultazione tra la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato.

Era la svolta.

Era un passaggio importante. Intanto, il capo dei nostri Servizi, l’ammiraglio Fulvio Martini, confidò a Craxi che i tempi per consolidare la trattativa si facevano stretti. Con il suo aiuto, facemmo venire a Roma Arafat. Il leader palestinese nella colazione che avemmo a Villa Madama pronunciò una frase che interpretammo come una svolta: “Dateci una seria prospettiva di avere una patria come gli altri popoli e saremo anche noi partecipi di un più vasto assetto politico da proteggere e difendere”.

Craxi e Arafat

Arafat e Hussein avevano cominciato a lavorare sulla confederazione, in cui sarebbero confluiti giordani e palestinesi. A quel punto, Craxi decise di invitare a Roma l’allora primo ministro israeliano Simon Peres. Con lui Craxi aveva condiviso amicizie e frequentazioni, quando entrambi si incontravano a Parigi per l’Internazionale socialista. Ciò certamente poteva aiutare.

Badini e Arafat

Perché Martini vi mise fretta? Chi si opponeva alla trattativa? Quali erano le ragioni e gli interessi che ostacolavano l’iniziativa italiana?

Martini ci aveva detto che la Siria stava chiedendo alle fazioni estremiste dei palestinesi, che essa controllava, segnali forti di distinguo verso la politica di Arafat.
Ciò rientrava comunque nell’ordine delle cose. In realtà, a raffreddare gli animi, intervenne uno stop di Peres.

Cosa accadde?

Il premier israeliano arrivò a Roma l’11 marzo del 1985. Il colloquio entrò subito nel vivo della questione palestinese e fummo sorpresi del tono aspro con cui Peres minimizzava i progressi che Craxi gli aveva appena riassunto.
Craxi reagì osservando che era stato fatto esattamente ciò che il primo ministro israeliano aveva chiesto per dar corso a un dialogo concreto per la ripresa delle trattative di pace. Peres fu persino astioso con Craxi. Disse che per lui convincere Israele a dare piena fiducia a Arafat era una missione impossibile. Craxi ricordò a Peres gli impegni presi e rispose, che, evidentemente, li aveva assunti convinto che l’Italia non sarebbe riuscita a svolgere il suo compito, come invece stava accadendo.
I due si scaldarono e cominciarono a volare parole grosse. Ritenni opportuno abbandonare la sala dei colloqui, ma le grida per qualche attimo si avvertirono distintamente anche fuori.
Dopo un po’ di tempo i due, un po’ rasserenati, uscirono per parlare ai giornalisti. Fu un incontro breve. Craxi disse che vi sarebbero stati ulteriori passi e che occorreva in quel momento dar prova di lungimirante pazienza.

Craxi e il leader israeliano Simon Peres

 

In che modo il dialogo si mantenne aperto?

Craxi non mi disse come l’incontro con Peres si fosse effettivamente concluso. Lo capii dall’incarico che di lì a poco mi affidò. Peres aveva chiesto un appoggio più esplicito da parte di Hussein alla ipotesi di confederazione. Craxi mi disse, infatti, di preparare una lettera per Reagan in cui si indicava il lavoro da realizzare nelle settimane successive per consentire a Peres di allargare, nel governo e nell’opinione pubblica, il consenso su questa iniziativa di pace.
La strada era in salita ma Craxi appariva sereno e mirava nell’immediato a ricevere risposte positive da Hussein e da Mubarak.

Mentre la nostra diplomazia lavorava per una soluzione della questione palestinese, il 7 ottobre 1985, al largo delle coste egiziane, 4 terroristi del Fronte per la liberazione della Palestina sequestrarono e dirottarono una nave italiana da crociera, l’Achille Lauro. A bordo c’erano 201 passeggeri di diverse nazionalità, molti dei quali statunitensi, e 344 uomini di equipaggio. Si pensò a un intervento militare, poi i contatti tra Craxi, Andreotti, Mubarak, Arafat portarono a una soluzione diplomatica. La nave avrebbe attraccato nel porto egiziano di Alessandria, i terroristi, a cui era stata garantita l’immunità, sarebbero scesi e la nave avrebbe ripreso la crociera. Tutto sembrava risolto.