Antonio Badini (Roma 1940) è stato ambasciatore italiano in Egitto, Norvegia e Algeria. Ha guidato la direzione generale Mediterraneo e Medioriente della Farnesina. Tuttavia, per chi si occupa della storia dell’Italia repubblicana, è l’uomo che è stato a fianco di Craxi nella notte della crisi di Sigonella dell’ottobre 1985.
Tra il 1983 e il 1987, come consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio, è stato testimone e in parte protagonista della politica estera italiana di quegli anni.
In questa lunga intervista divisa in 5 puntate racconta le sue maggiori esperienze professionali, a partire da Aldo Moro.
Inizio a parlare di Craxi, ma vengo interrotto.
“Il rapporto con Craxi – dice – è stato lungo e importante, ma guardando indietro non posso dimenticare Aldo Moro”.
Quando lo ha conosciuto?
Alla fine di giugno del 1976, in occasione del vertice di Portorico.
In quegli anni ero a Washington, Roberto Gaja, che guidava la nostra rappresentanza negli Stati Uniti, mi incaricò di partecipare ai lavo preparatori di quella che fu, con l’inclusione del Canada, la prima riunione del G7.
Moro era il Presidente del Consiglio, sia pure dimissionario, visto che pochi giorni prima si erano svolte le elezioni per la VII legislatura; agli Esteri c’era Mariano Rumor.

La situazione era delicata. Sia per l’Italia, che per il mondo occidentale.
Ha ragione.
Credo sia utile un accenno a quella difficile fase storica.
Nell’ottobre del 1973 la guerra arabo-israeliana del Kippur aveva scatenato la prima crisi petrolifera.
A fine anno i prezzi del greggio si erano quadruplicati, con ripercussioni enormi. Nei mesi successivi tutte le economie capitalistiche andarono in recessione, mentre l’inflazione viaggiava con percentuali superiori al 10%. Era la stag-inflazione, una situazione inedita che non si sapeva come fronteggiare. Nell’estate del 1975, dopo la Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione di Helsinki, il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing propose una riunione delle maggiori potenze occidentali per decidere cosa fare.
Il 15 novembre 1975 nel castello di Rambouillet, nel dipartimento degli Yvelines nella regione dell’Île-de-France, i leader di Francia, Repubblica federale tedesca, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone e Italia si incontrarono e discussero su come scongiurare il ricorso al “beggar-thy-neighbor policy”, il tentativo di scaricare sugli altri il costo, alquanto oneroso, dell’aggiustamento strutturale.

Era la prima riunione del G6. A cui l’Italia non avrebbe dovuto partecipare.
Non ci volevano i francesi; i tedeschi erano molto tiepidi ed inizialmente lo stesso Kissinger, allora influente Segretario di Stato americano, era assai perplesso. Improvvisamente l’atteggiamento degli Stati Uniti mutò: l’Italia doveva esserci. Sia il presidente Gerald Ford che Kissinger si impuntarono e gli altri si dovettero adeguare. Dagli archivi del Dipartimento di Stato americano è recentemente emersa una lettera di Ford a Giscard dell’ottobre 1975 (cioè un mese prima della riunione) in cui è scritto: “Sai che la mia preferenza sarebbe di limitare a cinque il numero per garantire lo scambio di opinioni più completo e franco possibile. È però emerso che realtà politiche esistenti in Italia richiedono che il primo ministro Moro sia incluso”.

Chi ha ricostruito quelle vicende, attribuisce i motivi del successo alla cautela di Moro e Rumor, cioè ai vertici politici di allora (che non fecero alcuna richiesta ufficiale per essere invitati) e all’abilità di Raimondo Manzini, all’epoca Segretario generale della Farnesina, che attivò ogni canale diplomatico per includere l’Italia. Da allora il nostro Paese siede tra le grandi potenze mondiali.

Lo storico e diplomatico Luigi Vittorio Ferraris ha scritto: “Si tratta di un caso in cui il risultato fu ottenuto non attraverso una manifestazione di forza, ma di debolezza, confermando il giudizio che 40 anni prima aveva dato Harold Nicolson e cioè che a differenza della Germania che basa la sua diplomazia sulla forza, l’Italia in politica estera basa la sua forza sulla diplomazia”.
A questa ricostruzione penso dovrebbe essere aggiunto un intervento della Santa Sede a favore dell’Italia. Non ho prove, ma solo sensazioni. Il mutamento della posizione americana fu troppo rapido per essere spiegato solo con l’abilità dei nostri diplomatici, che comunque fu grande.

Nel 1976 il vertice fu convocato a Portorico.

Il 27 e 28 giugno. Ai 5 si aggiunse anche il Canada, imposto dagli Stati Uniti, nonostante l’ostilità francese.
Nel 1976 l’Italia viveva una pesante crisi economica.
A dieci anni dal boom economico, il Pil era sceso del 3,6%. L’inflazione era al 17,2%, la disoccupazione sfiorava il 6%. Avevamo dovuto fare una serie di svalutazioni, riducendo il valore della lira di circa il 40% rispetto al dollaro e del 142% nei confronti del marco. Tra il luglio del 1973 e l’agosto del 1974 fummo costretti a ricorrere a una serie di prestiti internazionali, avuti soprattutto dalla Germania, che culminarono con l’umiliante cessione di una parte delle nostre riserve auree a titolo di garanzia. A seguito di una violentissima ondata speculativa, all’inizio del 1976 il mercato dei cambi fu chiuso per un mese.
I dati parlano da soli, ma il problema italiano era soprattutto politico.
L’Italia era “la grande malata d’Europa”, si diceva nelle cancellerie mondiali.
Lo era perché la crisi economica coincideva con quella sociale e politica. Il centro-sinistra, che aveva portato i socialisti al governo, era in stallo.
La società, anche sulla spinta dei movimenti esplosi tra il Sessantotto e il Sessantanove, era in fermento. L’Italia era attraversata da manifestazioni studentesche e le relazioni sindacali erano molto tese. Era iniziato anche il terrorismo. Su tutto aleggiava la presenza del PCI, il più grande partito comunista dell’Occidente, percepito e rappresentato come l’unica forza politica in grado di favorire il cambiamento. Dominava la cultura, era maggioritario nelle università e dove si formava l’opinione pubblica, si rafforzava nella pubblica amministrazione. Una presenza confortata da una costante crescita dei consensi elettorali.

Nel 1975 le elezioni amministrative avevano visto una vittoria diffusa dell’alleanza tra socialisti e comunisti, con questi ultimi maggioritari. L’ipotesi che i comunisti potessero arrivare al governo in Italia allarmava gli alleati.
Forse anche qualcosa di più. L’amministrazione repubblicana era nettamente contraria. Sin dal suo insediamento a Segretario di Stato, nel 1973, Kissinger aveva detto in modo risoluto che gli Stati Uniti non avrebbero accettato i comunisti al governo in nessun Paese alleato. La sua strategia, di bipolarismo militare e multilateralismo politico, era basata sul realismo, ma aveva limiti precisi, come dimostrò il golpe in Cile del 1973 contro Alliende, che certo non dispiacque a Washington…
Moro cercò di spiegare al Segretario di Stato americano la peculiarità del caso italiano.
I due si videro più volte, ma l’incontro più significativo avvenne nel settembre del 1974, in occasione del viaggio del Presidente della Repubblica, Leone, negli Stati Uniti. L’Italia arrivava forte della concessione, fatta nel 1972, della base della Maddalena ai sommergibili nucleari americani, ma – raccontano le convergenti ricostruzioni italiana e statunitense – non ci fu verso per Moro, allora ministro degli Esteri, di convincere Kissinger della necessità di attuare la strategia dell’attenzione verso il PCI.

Sembra che lo scontro fu durissimo.
Così si dice, non ho testimonianze dirette. Certo è, invece, che i due erano fatti di pasta diversa e destinati a non capirsi. Nelle sue memorie Kissinger è duro, talvolta sarcastico nei confronti del leader italiano. “Moro – ha scritto – possedeva una formidabile reputazione intellettuale. L’unica prova concreta che ebbi di questo suo ingegno fu la complessità bizantina della sua sintassi”. E aggiunge: “Ma poi gli feci un effetto soporifero; durante più della metà degli incontri che tenne con me mi si addormentò di fronte; cominciai a considerare un successo il semplice fatto di tenerlo desto”.
Kissinger anche quando aveva incarichi politici restava un professore universitario, di enorme erudizione e altrettanta consapevolezza del proprio valore. Difficilmente disponibile a modificare le proprie convinzioni.

Nel caso specifico?
Lo spiega nelle sue memorie. “Nel 1963 – scrive – gli Stati Uniti decisero di sostenere la cosiddetta “apertura a sinistra” (coinvolgendo i socialisti nel governo), la cosa avrebbe, almeno così si sperava, isolato i comunisti. Invece – prosegue Kissinger – “lungi dall’isolare i comunisti, l’apertura a sinistra li fece diventare l’unico Partito di opposizione vero e proprio. Distruggendo i partiti democratici più piccoli, l’esperienza del centrosinistra privò il sistema politico italiano della necessaria elasticità. Da qui tutte le crisi di governo avrebbero avvantaggiato i comunisti”. Più avanti – forte della conoscenza della storia italiana, ma rivelando, nel contempo, la sua approssimazione nell’interpretare la politica italiana – paragona “la DC a un miscuglio tra Napoli e Firenze, capace di stratagemmi sottili come nella tradizione di Machiavelli, ma destinata a soccombere davanti al PCI, partito serio, razionale, disciplinato e appoggiato da Mosca, come lo era stato il Piemonte, sostenuto dalla Francia durante il Risorgimento”.

Un’analisi razionale.
Certo, razionale e colta, ma come accennato partiva dalla premessa erronea rispetto a quella di Moro, che i fatti dimostrarono più accorta. Kissinger aveva in testa un sistema che prevedeva una alternanza di maggioranze di governo. Moro immaginava la DC al centro del sistema. Capace di inglobare le nuove istanze sociali garantendo la democrazia e il progresso. Per farlo, il PCI, come era stato fatto con i socialisti, doveva essere assorbito per neutralizzarne la componente antisistema e fargli accettare i valori occidentali, atlantici ed europei.
A Portorico ebbi la fortuna di stare a lungo e da solo con il leader democristiano. Girammo a bordo di una buggy car, una di quelle auto elettriche che si usano nei campi da golf, parlando a lungo di questa strategia. Moro pensava di poter trasformare il PCI, allargando così la base democratica del Paese e nello stesso tempo conservando alla DC la guida dell’Italia.
Occorreva spiegarlo agli Alleati.
Lo fece.
Forte dei risultati delle elezioni che si erano appena svolte, in cui il “sorpasso” comunista, contrariamente alle supposizioni di Washington, non era avvenuto, affermò che il PCI aveva toccato l’apice della sua parabola e che il processo di trasformazione dei comunisti italiani era iniziato. Alla vigilia delle elezioni il Segretario comunista, Berlinguer, aveva dichiarato al Corriere della sera di sentirsi più al sicuro sotto l’ombrello della NATO.
L’Italia e la sua strategia dovevano ragionevolmente avere la fiducia e il sostegno degli alleati. In effetti, seppi dalla mia controparte americana che in questi termini si era espresso l’allora primo ministro britannico, James Callaghan, alla vigilia della “riunione a quattro”, che alla fine del tiro alla fune si tenne. In un formato tuttavia diverso da quello inizialmente voluto da Kissinger e da Schmidt.
Ma cosa spinse Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania a tenere una riunione riservata a margine dei lavori ufficiali? Fu per discutere della “questione italiana”?
Il pericolo comunista allarmava, anche se in modi diversi, tutti i partecipanti al G7. Stati Uniti e Gran Bretagna per gli equilibri geopolitici. Francesi e tedeschi per le possibili ricadute che tale svolta avrebbe potuto avere per le rispettive politiche nazionali. Cossiga ha rivelato che l’allora cancelliere tedesco Helmut Schmidt era favorevole all’allontanamento dell’Italia dalla Nato se i comunisti fossero andati al governo. Alla richiesta di chiarimenti – ha scritto Cossiga – lui rispose “di aver le truppe sovietiche a 30 chilometri da casa”.

Gli americani all’inizio del 1976 avevano ribadito la posizione sostenuta da Kissinger con un comunicato ufficiale che si opponeva all’ingresso del PCI al governo.
Anche i sovietici – sia detto per inciso – erano contrari. Oleg Gordievskij, all’epoca alto funzionario dei servizi sovietici e nel 1985 fuggito in Occidente, ha scritto nel suo La storia segreta del Kgb, che Mosca era contraria ad ogni coinvolgimento comunista nel governo italiano, perché avrebbe potuto alterare gli equilibri della guerra fredda.
Tutti motivi che spinsero alla famosa riunione a cui fu esclusa la delegazione italiana.
Come andò?
Fu un pranzo di lavoro “a quattro” che la delegazione americana, sensibile alla nostra “démarche”, si adoperava a precisare come il “Gruppo di Berlino”, gelando chi desiderava far trapelare che l’incontro fosse sul “caso Italia”, anche se in effetti lo era.
La colazione di lavoro era fissata alle 12 e 45 del 27 giugno al Dorado beach hotel.
Qualcuno della delegazione italiana era nei paraggi, ma non fu fatto entrare. La giustificazione addotta era che l’Italia non era membro del “Gruppo di Berlino”. Solo l’abilità dell’ambasciatore Gaja, che seguiva passo passo la nostra delegazione, evitò l’incidente diplomatico. Io fui incaricato di stare con Moro dallo stesso Gaja, che aveva assunto, lui da tutti considerato la cortesia incarnata, il ruolo di una sorta di Cerbero. Mi disse di non lasciarlo un solo istante e di non badare alle forme nello schivare i più “curiosi”. Dovevo restare con Moro per tutto il tempo in cui si svolgeva la colazione. Fu in quella occasione che nacque l’idea di un discorso di Moro al “popolo portoricano” da tenere al termine delle sessioni del G7. L’idea piacque a Moro, che poi si lasciò travolgere dal bagno di folla che lo accolse dopo il suo incontro col governatore di Portorico. Il successo di quel discorso convinse il leader democristiano della bontà dell’idea di Gaja di un viaggio negli Stati Uniti per spiegare la sua strategia alle diverse realtà americane.

Un attimo. Cosa accadde nel pranzo?
Notizie fornitemi dalla mia controparte americana mi fecero capire che la riunione fu piuttosto scialba e inconcludente. Circostanza questa che ci indusse a prendere con cautela la rivelazione che, un mese dopo il vertice, fece Helmut Schmidt secondo cui Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania avevano concordato che non avrebbero concesso prestiti all’Italia se si fosse costituito un governo con il PCI. Tuttavia, durante il pranzo, su proposta francese, si decise di organizzare un altro incontro sul caso italiano. Vertice che si svolse a Parigi qualche settimana dopo, anch’esso senza assumere alcuna decisione.
In concreto prevalse la tesi del Primo ministro inglese James Callaghan: l’Italia, egli disse (secondo la mia fonte, che aveva assistito alla riunione), è un Paese democratico che ha dimostrato una leale fedeltà atlantica. Le elezioni hanno confermato la leadership della DC e il sorpasso comunista non c’è stato. Spetta agli italiani decidere del proprio futuro.

Insomma, aveva vinto la linea Moro.
Anche se osteggiato da una parte della delegazione italiana.
Prego?
Alla vigilia della colazione di lavoro, Rumor si recò nottetempo, accompagnato non si sa da chi, nella villa dove alloggiava Callaghan per convincerlo a modificare la sua posizione garantista ed allinearsi alle valutazioni degli altri tre partecipanti che nel giro degli interventi del pomeriggio erano stati più critici sulla linea di Moro.
Callaghan, seppi dalla mia fonte, trattò con un certo sarcasmo Rumor “accusato di non aver capito il suo Primo Ministro” al quale confermò la volontà di mantenere la sua posizione sul principio della non ingerenza.
Così ci fu la possibilità, sia pure con grandi cautele, di far nascere nel luglio del 1976, III governo Andreotti, quello della “non sfiducia”, senza la spada di Damocle della minaccia americana e tedesca di tagliare i finanziamenti all’Italia. Andreotti a dicembre venne negli Stati Uniti a rassicurare gli alleati sui limiti della collaborazione dei comunisti e ad illustrare al Fondo monetario internazionale il miglioramento dell’economia, dato essenziale per ottenere nuovi prestiti. Anzi, grazie a Lamberto Dini, allora Direttore esecutivo del FMI, l’organizzazione finanziaria internazionale fece una dichiarazione assai rassicurante che fu ben accolta dai mercati finanziari.

Kissinger, ancora in carica fino a gennaio, evidentemente pensava ormai ad altro e Simon, Segretario al Tesoro americano, appoggiò subito con enfasi la dichiarazione del FMI.

Ma torniamo al giro di conferenze negli USA di Moro.
Al presidente dissi che finché ci sarebbe stato Kissinger era impossibile far cambiare posizione al governo americano. Almeno direttamente. Occorreva agire sul Congresso e sull’opinione pubblica, cioè attraverso le università e la comunità italiana. Moro doveva spiegare nel dettaglio la strategia. Avrebbe dovuto giocare di sponda, raccontando la società italiana, i progressi compiuti; il ruolo nel Mediterraneo e in Medio Oriente; l’importanza degli accordi di Osimo del 1975, che avevano chiuso il lungo contenzioso tra Italia e Jugoslavia che, sia pure con gravi rinunce italiane, dava stabilità alla regione. Moro si disse d’accordo, io non appena tornai a New York, d’intesa e con il sostegno dell’ambasciatore Gaja, iniziai a preparare il viaggio.

Intanto c’erano state le elezioni presidenziali negli USA.
Ford fu sconfitto e così si concludeva l’era Kissinger.
La vittoria del democratico Carter lasciò immaginare che con la nuova amministrazione sarebbe cambiato l’atteggiamento verso la politica italiana. Non cambiò, anzi l’opposizione a un possibile ingresso dei comunisti al governo fu più dura. Nel gennaio 1978 il Dipartimento di Stato emanò un comunicato in cui si leggeva: “L’atteggiamento del governo statunitense nei confronti dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso quello italiano, non è in alcun modo mutato. (…) I leader democratici devono dimostrare fermezza nel resistere alla tentazione di trovare soluzioni tra le forze non democratiche”.
Kissinger era un pragmatico, aspro ma concreto nell’approccio. Zbigniew Brzezinski, formalmente consigliere per la sicurezza nazionale, ma di fatto ispiratore della politica estera statunitense, era un teorico, la nascita polacca ne acuiva l’anticomunismo viscerale.

Una posizione che bloccò il ciclo di conferenze?
No. Brzezinski era sensibile al mondo delle grandi università americane: Yale, Columbia, Stanford, Johns Hopkins, e delle organizzazioni come Aspen o della Trilaterale di cui, quale ex fedele consigliere di David Rockfeller, era uno dei fondatori. Inoltre, gli italo-americani erano in gran parte democratici, perciò intensificai il lavoro, prospettando a Moro un intenso calendario di conferenze.

Ottenni, anche con un po’ di fortuna, che Moro potesse parlare alle commissioni Esteri del Congresso. Il presidente del Comitato per le relazioni estere della Camera dei rappresentanti, Zabloski, incontrai varie volte, mi assicurò che Moro avrebbe parlato alle commissioni riunite di Camera e Senato e sarebbe stato ricevuto con gli onori del protocollo dal presidente della Camera. Zablonski ci disse di non condividere il fervore da crociata di Brzezinski, che gli pareva suscettibile di pregiudicare i vantaggi per l’occidente della “détente”. Ed ebbe ragione perché quel fervore alla fine portò, come reazione di Mosca, alla “dottrina Breznev” sulla sovranità limitata dei Paesi satelliti.
Dopo una serie di rinvii dovuti alla delicatezza della situazione politica italiana, tutto era pronto. Il tour americano doveva iniziare alla fine di marzo del 1978. Il 16 marzo Moro fu rapito dalle Brigate rosse.

