Ogni volta che penso a un nuovo programma o a uno spettacolo – dice Renzo Arbore – mi torna in mente il mio professore di Diritto civile e mi chiedo: ‘qual è l’oggetto sociale?
L’oggetto sociale dell’Arbore conduttore televisivo, musicista, regista, autore e showman è la leggerezza, con brio. È swing. Non è frivolezza, è un modo di concepire la vita.
Calvino l’ha descritta nelle Lezioni americane. È la leggerezza dell’esordiente Benigni che nell’Altra domenica recensisce un film non visto, di Troisi che prova a cantare La porti un bacione a Firenze ma non può resistere al richiamo del mandolino e finisce per intonare Lacrime napulitane. È la leggerezza dell’happening sulla fame, con Banfi e Mirabella, ne Il caso Sanremo. È una leggerezza figlia della migliore goliardia e dall’avanspettacolo, ma senza il cinismo e la cattiveria.
Renzo Arbore è un colto signore borghese, laureato in Giurisprudenza, che ha preso la vita con leggerezza, l’ha regalata agli altri, ma soprattutto è riuscito a tirarla fuori dai suoi compagni di avventure.

Alto gradimento, L’altra domenica, Quelli della notte, Cari amici vicini e lontani, Indietro tutta sono i titoli più fortunati di una lunga serie di invenzioni radiofoniche e televisive. Trasmissioni in cui è riuscito a seguire e ad anticipare i gusti del pubblico, riscrivendo la grammatica e la sintassi della comunicazione con un unico denominare: l’improvvisazione. Gli hanno dato del «dadaista della televisione», del «jazzista delle parole» o, più semplicemente, di «bella capa fresca».
Il suo merito maggiore? Far raggiungere al «cazzeggio» la categoria del sublime.

La sua casa romana è una sorta di Vittoriale della contemporaneità. È stata l’abitazione di Pier Luigi Nervi, ora è un tempio della plastica e delle contaminazioni culturali. Luminosa, chiassosa e colorita come lui.

Un architetto americano visitandola, con la franchezza d’oltre Atlantico, gli chiese se era gay. Era, ed è, solo allegro. Collezioni di borsette di plastica, di gilet, di stivali da cowboy, gli occhiali di Elton John, oggetti di ogni tipo. Nella stanza da letto un’intera parete è occupata da un pannello con scrit- ta e logo di Quelli della notte. Ovunque gadget che parlano, cantano, si illuminano. Tutto è fatto per incuriosire, sorprendere, spiazzare. Tanto che quando la cortesissima e minuta signora filippina, a cui immagino tocchi la responsabilità di spolverare e ordinare tutto questo colorito ciarpame, ti offre qualcosa da bere, sei già pronto a vederla tornare trasformata in una delle Sorelle Bandiera.

Lorenzo, Giovanni, Maria Arbore nasce a Foggia nel 1937. La famiglia
è una di quelle in vista. Ascendenze nobili, un palazzetto in centro, uno zio sindaco. Il padre è un affermato dentista, gioviale e grande affabulatore; la madre, sempre attenta alle forme e dispensatrice di proverbi, è una Cafiero, pronipote del celebre anarchico e figlia di Lorenzo, libero pensatore repub- blicano. Famiglia appassionata di musica: il padre melomane, la madre suonava il pianoforte, un fratello era concertista di musica classica, una sorella era soprano e l’altra danzava.

Siamo in pieno dopoguerra. Foggia, duramente colpita dai bombardamenti del 1943, è un enorme cantiere in cui si confondono canzoni napo- letane e ritmi americani. Ma resta sonnolenta, un po’ pettegola, con i tempi dilatati, come tutte le città della provincia italiana. Lucio Dalla ha descritto quelle atmosfere in Tempo:
Sembra solo ieri che la domenica ci si chiudeva in casa con la radio
vedevamo le partite contro il muro non allo stadio poi verso sera tutti fuori
ad ingrossare il mucchio della gente ad annusare il mondo e i suoi colori
andando in giro senza far niente… niente poi nel buio dei giardini sottocasa
con le braghe nuove e la brillantina
se mi ami devi dirlo, te lo dico domattina adesso è tardi com’era tardianche se il tempo non passava mai.


Il tempo Arbore lo passava al liceo «Lanza», nei giardini, sul corso Cairoli e, un po’ più il là, in piazza Càvour (rigorosamente con l’accento sulla «a», come si fa al Sud per ipercorrettismo) nel bar «Càvour bis», dove sogna di andare in una grande città e di fare l’artista. Come nel film di Woody Allen è la radio che riempie e struttura i sogni. E di radio Arbore ne costruisce anche qualcuna. Oggi una di quelle, a galena, fa mostra di sé in una libreria. Fra i tavoli del bar «Càvour» e in quelli del vicino «Circolo tre bis» si forma Arbore: c’è la musica jazz, le storie e i personaggi che nella provincia trovano un palcoscenico straordinario, ma soprattutto la possibilità di suo- nare in pubblico. Un amore che passerà dalla fisarmonica alla tromba, per giungere al clarinetto.

Anni importanti che restano dentro. Lo studio di Arbore è, infatti, l’angolo di un bar. L’ha ricostruito a casa: un vero bancone zeppo di riproduzioni di plastica di frutti esotici. Un tavolo tondo, sommerso da copioni, e una finta finestra ricavata nella parete in cui appare il golfo di Napoli, riprodotto come un presepe, con tanto di luci.
Finito il liceo, anno 1955, la partenza per Napoli, la capitale del Sud. Nei sogni della famiglia l’inizio di una carriera di avvocato; per lui la pos- sibilità di vedere il mondo e conoscere gli americani.
Ma Napoli non è Foggia.
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Nel capoluogo dauno, i suoi capelli pieni di brillantina non passavano certo inosservati e la passione per gli americani e il jazz lo aveva trasformato in Renzo swing e tutti sapevano chi fosse. A Napoli era uno dei tanti arrivati con il «treno da Foggia», una indicazione di casta, più che geografica. L’antica capitale era abituata a distinguere i suoi stessi cittadini a seconda dei quartieri di nascita. Figurarsi venire da una provincia lontana e contadina. Si era «cafoni» per definizione.

L’inizio non fu facile. «Ero timidissimo – racconta – e per circa un anno praticamente non uscii di casa. Poi, qualcosa cambiò grazie a Gerardo Gargiulo, un ragazzo come me, ma spigliato, mi diede la forza di aprirmi. Con lui iniziai a girare Napoli, a frequentare gli americani, a cercare di confonderci con loro. Con Gerardo fummo tra i primi a Napoli a mettere i blue-jeans». Osservandoli, Renato Carosone scrisse Tu vuò fa l’americano, il dottor Arbore, da padre perplesso, li definì «pantaloni da elettricista».
I due crearono anche un gruppo musicale, iniziarono a suonare nei matrimoni, poi, Arbore fu invitato al «club USO» («United States Organi- zation») di calata San Marco, per intrattenere i militari della NATO. «Mi sembrò una consacrazione – dice Arbore – e suonai all’USO per tre anni». Trent’anni dopo, Arbore è negli Stati Uniti: debutta con l’Orchestra italiana. Il palcoscenico è il Radio City Music Hall, il tempio della musica americana. Lo spettacolo inizia con un potente occhio di bue che illumina un signore occhialuto di mezza età. È Gerardo Gargiulo affermato ingegnere civile di Sorrento, ormai lontanissimo dal mondo dello spettacolo. È lui a presentare l’antico amico nel giorno della consacrazione internazionale. In platea Anthony Quinn, Woody Allen, Ben Gazzara, il console italiano, una marea di italoamericani e di americani di Manhattan.
Frank Capra non avrebbe potuto fare meglio.


Ma negli anni della formazione non c’è solo il mito a stelle e strisce, c’è Napoli. Quella del Mattino di Giovanni Ansaldo, quella che si richiamava a Benedetto Croce, quella dei Napolitano, dei Ghirelli, di Franco Rosi e Patroni Griffi, di Ferito a morte scritto da Raffaele La Capria, di Chicchino Compagna con Nord e Sud. Un ambiente culturale che stimola e coinvolge il giovane Arbore e ne fa un laico, progressista e fortemente occidentale. Un uomo che deciderà di avere nella stanza da letto un ritratto di Lincoln.

Ma c’è anche la Napoli musicale, quella «della canzone melodiosa e melodica più bella del mondo». Sergio Bruni e Roberto Murolo adottano il giovane Arbore, lo introducono nella tradizione della canzone napole- tana e gli offrono l’opportunità: fondere melodia e ironia. Un nobile de- caduto, il marchese Patrizi, per motivi di sopravvivenza rivisita la tradi- zione della posteggia. Si canta in cambio di un pasto ricco. Il nobile invita gli amici che uniscono blasone e portafoglio, Bruni e Murolo eseguono i grandi classici. Arbore compone e canta canzoni umoristiche. Qualche titolo: Però tu balli o’ rock, La ballata del verme solitario, No, tu sì troppo esigente. È la nascita del filone che porterà al Il clarinetto, seconda
classificata al Sanremo del 1986.


I quattro anni di Giurisprudenza si dilateranno per Arbore in sette, ma gli consentirono di avere importanti esperienze. Una di quelle fu di assistere alla partenza degli ultimi bastimenti per le Americhe. Un ricordo struggente. Molo Beverello, tardo pomeriggio, i ponti dei grandi transatlantici sono stracolmi. Le orchestre di bordo suonano musiche allegre. A terra molti piangono, a bordo qualcuno sbronzo dopo l’ultimo pranzo consumato in Italia ride, altri si commuovono. Tolti gli ormeggi, centinaia di fili seguono la scia della nave. Non sono stelle filanti. È lo spago dei gomitoli lanciati da chi partiva ai parenti sul molo. Con il movimento della nave i gomitoli si disfacevano. Finito lo spago, iniziava, simbolicamente, la nuova vita.
«Una immagine – dice Arbore – che mi torna alla mente quando vado a cantare all’estero e che mi ha ispirato nella direzione di RAI International». Ottenuta la laurea, era il 1963, Arbore chiese al padre un anno di tempo per provare a fare dell’arte la sua professione.
Venne a Roma. L’obiettivo era la RAI. Provò tutte le strade possibili. Quasi alla fine del periodo stabi- lito vinse un posto come «maestro programmatore di musica leggera». Nel- la stessa selezione si qualificò anche un giovane di Arezzo, Gianni Boncompagni. L’anno successivo i due danno vita a Bandiera gialla. Diventerà una delle trasmissioni più celebri della radio italiana. Innovativa, anzi rivoluzionaria. Per linguaggio, spontaneo e fortemente giovanilistico e per scelte musicali ispirate ai gusti e alle tendenze straniere. Scrivono Barbara Scaramucci e Peppino Ortoleva: «Bandiera gialla fu il programma che più di ogni altro testimoniò l’espansione del rock, dai Beatles ai Rolling Stones, e il contemporaneo boom dei 45 giri». Ma rivoluzionaria fu anche la scelta del pubblico, «trasmissione rigorosamente vietata ai maggiori di 18 anni», ripetevano i conduttori, e dell’orario di messa in onda, alle 17,45 del sabato. Si cercava di intercettare l’ascolto dei liceali mentre facevano i compiti.

La sfida fu vinta e, qualche mese più tardi, nacque Per voi giovani. Arbore senza Boncompagni, in cinque appuntamenti settimanali alle 16,35. Altro successo e trasferimento in TV. Pubblico esteso agli universitari, più sofisticata l’operazione editoriale. Siamo in piena contestazione, è la primavera del 1969, ad Arbore si chiede di cucire musica e cultura giovanile. Nasce Speciale per voi. In quello che diverrà l’antesignano di tutti i talk show, in uno studio essenziale, un gruppo di giovani parla, discute, interroga gli ospiti introdotti da Arbore. C’è la musica, di grande qualità, ma anche le polemiche, gli scontri, la rappresentazione delle inquietudini del periodo. La novità della formula e lo spirito di quegli anni ha fatto di Speciale per voi una miniera per gli utilizzatori delle teche della RAI. È lì, infatti, che si vedono i protagonisti musicali di quegli anni, da Lucio Battisti a Claudio Villa, non solo cantare, ma anche raccontarsi, confrontarsi, uscire dagli schemi. Inoltre, i grandi complessi dell’epoca, dall’Equipe 84, ai Dik Dik, ai Noma- di, si esibirono per la prima volta dal vivo.



«Sono quello che ha sempre inseguito il non consueto, il nuovo, i sentieri poco battuti, tutto ciò che non andava di moda. Ho fatto l’‘altro’ cinema, l’‘altra’ TV, l’‘altra’ radio e persino l’‘altro spettacolo», dice Arbore, per spiegare il suo lavoro e così risponde anche a chi gli chiede la ragione di un successo costante nel tempo. Ma se le radici di questo approccio sono lontane e ben piantate nella reazione alla noia della provincia e nel jazz, c’è un passaggio che trasforma «un bravo conduttore» in un personaggio.
1970, per riempire il palinsesto estivo la direzione del secondo canale radio chiede a Arbore e Boncompagni di fare una trasmissione di musica da spiaggia. Andrà in onda tutti i giorni tra le 13 e le 14. I due riflettono, forse, come dice Boncompagni si rifanno al film di Henry Potter, Hellzapoppin, e pensano a qualcosa con un grande ritmo dove è la comicità, non la musica, ad essere dominante. Ma è un modo nuovo di essere comici. Non quello di Gran varietà proposto da Sordi, Fabrizi, Panelli o Stoppa. Un umorismo surreale, un po’ cialtrone, fatto d’improvvisazione e di personaggi demenziali.

Vanno dal dirigente di via Asiago e spiegano il progetto. Hanno anche un titolo: Musica e puttanate. Sintesi perfetta del format. Passa il format, il titolo si trasforma in Alto gradimento. Doveva durare tre mesi, andò in onda per sei anni, per essere ripreso più volte, in varie versioni. Grazie anche a Giorgio e Franco Bracardi e Mario Marenco, Alto gradimento diviene un fenomeno sociale.

Geniale ed irriverente spinse in molti ad accendere la radio mentre si pranzava. Tante espressioni entrarono nella lingua comune (Fangala!, Patrocloo! Chiappala, chiappala!, Li pecuri!), i personaggi (Scarpantibus, Max Vinella, Catenacci, il colonnello Buttiglione, il professor Aristogitone) usati ad esempio.
Nella Garzantina della radio si legge: «la costruzione dei personaggi, il loro alternarsi, il gioco continuo di autocitazioni, possono essere letti come singolare punto d’incontro tra la modernità del programma, il primo prodotto italiano collegabile al filone demenziale che negli stessi anni si stava sviluppando negli Stati Uniti e la ripresa di un’antica tradizione teatrale umoristica tutta napoletana, la ‘macchietta’». Alto gradimento fu il primo programma della RAI a non avere un copione.

Con la riforma della RAI Arbore torna in TV. Il secondo canale era diventato Raidue. Una rete che voleva essere, e fu, innovativa, irriverente e talvolta spregiudicata.
Il TG era affidato a Andrea Barbato, la rete a Massimo Fichera. Quest’ultimo chiamò Arbore e gli chiese se aveva un programma da realizzare. «L’oggetto sociale lo avevo chiarissimo – racconta Arbore – C’era anche un progetto consegnato ai vertici RAI, ma era stato bocciato. Volevo fare un telegiornale dello spettacolo. Sul modello del TG delle 13,30. Un conduttore in studio che si collegava con le capitali europee e con gli Stati Uniti per farsi raccontare come si divertivano e sognavano in quei luoghi».

Su questa idea nacque L’altra domenica. Ma fu molto più di un rotocalco di spettacolo. C’erano i corrispondenti e gli inviati, noti o pronti a diventarlo: Isabella Rossellini (da New York), Françoise Rivière (da Parigi), Michael Pergolani (da Londra), Milly Carlucci, Silvia Annichiarico, Gianni Minà, Fabrizio Zampa, che raccontavano con leggerezza, brio e autoironia luoghi, personaggi e storie. A loro si alternavano le corrispondenze surreali di Marenco e le già ricordate recensioni di Benigni, i siparietti del «cugino americano» Andy Luotto, i cartoni animati di Nichetti, Otto e Barnelli e le Sorelle Bandiera, che con lievità introdussero il tema dell’omosessualità.

I GASAD, Gruppi a Sinistra dell’Altra Domenica, rompendo schemi e convenzioni, grazie all’abilità di Guido Manuli e Maurizio Nichetti, realizzarono un cartone con il segretario del PCI, Berlinguer che ballava sulla musica della Febbre del sabato sera, un fumetto con Pertini, allora presidente della Repubblica, come protagonista, e uno in cui papa Wajtyla giocava a tennis con Panatta e vinceva solo per l’intervento dello Spirito Santo. I primi video musicali, il debutto televisivo di Paolo Conte, gli esordi di Vasco Rossi, Pino Daniele e un ironico e fuori dagli schemi Fabrizio De André. Infine, per la prima volta in RAI, i quiz telefonici, piatto forte delle televisioni private di allora. Insomma, un contenitore di «musica, giochi, ricchi premi e cotillons», il primo della televisione italiana (pochi ricordano che L’Altra domenica nacque a marzo del 1976, mentre Domenica In di Corrado più tardi, a ottobre dello stesso anno) guidato con ferma, ma ironica mano, da Arbore.

L’Altra domenica, prima di Odeon e assieme all’appena nata «Repubblica» incarnò un nuovo modo di fare comunicazione, contemporaneamen- te rappresentò una pausa di leggerezza nei cupi anni di piombo.
Sullo stesso filone i due film che Arbore firma come regista: Il pap’occhio del 1980 e FF.SS. Cioè: che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene? del 1983.
Nel 1984 fu la volta di Cari amici vicini e lontani. A volerlo, in occasione dei 60 anni della radio italiana, il direttore di Raiuno, Emanuele Milano. Chiese una trasmissione un po’ festa aziendale, un po’ tuffo nella memoria. Un Arbore elegante e goliardico raccontò con voci, musiche e protagonisti l’avventura della scatola che genera sogni e alimenta la fantasia. Talvolta visibilmente emozionato, riportò al microfono i protagonisti della radio e molti degli idoli della sua giovinezza. Con l’orchestra Senza vergogna ripropose le melodie di quattro generazioni di italiani. Le Gemelle Nete, due giovanili ultrasettantenni, chiudevano la trasmissione con un brano swing di Kramer-Garinei-Giovannini: Un bacio a mezzanotte.

Le sei puntate furono un successo straordinario, toccando i 14 milioni di spettatori.
Cari amici vicini e lontani è una trasmissione che fa storia a sé, come se fosse il tributo che Arbore sente di dare alla radio. Lo strumento che lo ha forma- to, lo ha fatto sognare, gli ha dato fama e notorietà. Per la radio accettò la prima serata. Non lo farà mai più, declinando cortesemente gli inviti fatti dai vertici RAI. A lui si addicono la sperimentazione e le frontiere inesplorate. Come la seconda e la terza serata.

Nel 1985, in un orario fino ad allora destinato a qualche replica, le 23, su Raidue, andò in onda Quelli della notte. Un programma difficile da definire: 33 puntate trasmesse fra il 29 aprile e il 14 giugno. Poco più di 700 mila spettatori alla prima puntata, oltre 3 milioni all’ultima. Una punta di share del 51%. La notte del 15 giugno ci fu bisogno della polizia per tenere a bada i fan che chiedevano che la trasmissione non finisse.
È stato blues televisivo. Una jam session in cui esibivano in modo surreale e magico un campionario di umanità varia: il rappresentante di pedalò veterocomunista che non capiva, ma si adeguava, il frate Antonino da Scasazza, il teorizzatore del brodo primordiale, il filosofo dell’ovvio, la romantica sognatrice, l’arabo stralunato, Roberto D’Agostino, che sintetizzò lo spirito del decennio, meglio di ogni altro, parlando di «edonismo reaganiano».

Due sigle, Ma la notte no e Il materasso, divenute classici. Una trasmissione popolare nel senso migliore del termine, capace di unire l’intellettuale e chi voleva solo divertirsi. Simile alla commedia dell’arte dove c’era solo un canovaccio. «Non dicevo mai l’argomento della serata se non subito prima di andare in onda» spiega Arbore e precisa: «Avevo solo costruito i personaggi. Ciascuno sapeva chi doveva essere, poi si improvvisava». Jazzisti della parola.
Nata, secondo la leggenda, dalla partecipazione alle riunioni di condominio a Foggia e dal ricordo delle chiacchiere che facevano i musicisti del «Number Two» di Capri dopo la chiusura, Quelli della notte, è l’esempio più alto della capacità di Arbore di selezionare e amalgamare i protagonisti dei suoi spettacoli.

Due anni più tardi Indietro tutta. Medesima la tecnica di improvvisazione, nuovi i personaggi e gli spunti. Altro grande successo. La televisione faceva satira su se stessa. Lo sponsor, il celeberrimo Cacao Meravigliao, era così finto da sembrare vero. Come la televisione.
Nel 1986 Arbore va al Festival di Sanremo come concorrente. Con tre amici e il cognato esegue Il clarinetto.

Rischia di vincere, arriva secondo. Il successo probabilmente gli instilla il dubbio che possa tornare a cantare. Per la verità non aveva mai smesso: dagli esordi nelle feste scolastiche, poi con i Parker’s Boys e i Southern Railway Travelers. Original Dixieland Jazz Band, ma gradualmente la canzone era diventata un elemento accessorio. Incursioni nei programmi, le sigle, anche qualche colonna sonora, ma l’attività da conduttore aveva preso il sopravvento.
Il «Corriere della Sera» lo manda a raccontare il nuovo spettacolo di Enzo Jannacci alla Fiera di Roma. Arbore osserva un uomo che mentre suona si diverte, che gioca, che affron- ta con leggerezza il lavoro e si chiede che cosa volesse fare lui superata la soglia dei cinquanta. La risposta fu l’Orchestra italiana. L’oggetto sociale Napoli. La «Napoli signora», come ha spiegato e raccontato con Raffaele La Capria in una delicata trasmissione di Rai Storia. Quella Napoli borghese di Di Giacomo, che seppe conquistare un bergamasco come Donizetti e ispirargli Te voglio bene assai e Canzone marenara. La Napoli trascurata e forse disprezzata dalla cultura dominante che per lungo tempo si è occupa- ta solo dell’anima plebea, di quella dei vicoli, tacendo e dimenticando la borghesia di Posillipo e Capodimonte. Così, con un distinguo rispetto a chi considera Eduardo un «piccolo borghese» e il mandolino l’espressione di una subcultura tanto da eliminarne l’insegnamento dal conservatorio partenopeo, nacque nel 1991, Orchestra italiana. Con essa la nuova vita dello showman. Concerti in tutto il mondo da New York a Pechino, da Mosca a Tokyo, come ambasciatore della musica e dell’italianità nel mondo. Con serietà, ma senza prendersi su serio.

Giriamo nella grande casa romana. È ancora più sorprendente di quanto si possa immaginare. Scopro che si diverte a disegnare mobili. La tavola è sempre apparecchiata, come nelle case benestanti del Sud, e nella dispensa sono stipati e congelati cibi di tutto il mondo (una leggenda, non smentita, narra che ci siano anche le razioni degli astronauti), il salotto è come quello di Quelli della notte (probabilmente è il contrario). Le chiacchiere sul jazz riportano al 1968: 18° Festival di Sanremo. Arbore poco più che trentenne fa parte dei selezionatori e sceglie la canzone che eseguirà l’ospite d’onore del festival, Louis Armstrong. «Gianni Ravera mi portò nel camerino e mi presentò uno dei miei miti. ‘Questo è il ragazzo che ha scelto la tua canzone’, disse. Armstrong mise la mano sul cuore. Ho ancora i brividi».

Su una libreria una silhouette di Totò. Al principe De Curtis Arbore ha dedicato una trasmissione, Caro Totò ti voglio presentare, ma non l’ha mai conosciuto. «Quando morì sono stato l’intera giornata sotto la casa, ho fatto il giro del palazzo, del quartiere. Mi sono fermato a vedere la fila di chi, celebrità e gente comune, andava a salutarlo, ma non ho avuto il coraggio di salire».
Ci spostiamo al superattico. C’è lo studio televisivo del suo Renzoarborechannel.tv, la nuova avventura. Ne parlerà nel libro che sta scrivendo con Lorenza Foschini, per i suoi cinquant’anni di attività. L’accenno al libro si accompagna a un velo amaro. Lui, da sempre e solo, uomo della RAI, è lì, se qualcuno lo chiama. «Il servizio pubblico va ripensato e la RAI rivoluzionata – dice – perché il digitale ha cambiato il modo di fare comunica- zione, ma l’obiettivo rimane lo stesso: informare, divertire, educare. La RAI deve continuare ad esistere perché la comunicazione è uno strumento troppo importante e pericoloso per essere affidato solo al mercato».
Dopo avermi mostrato con malcelato orgoglio un giradischi appena arrivato dagli Stati Uniti «dove hanno riscoperto il vinile a 78 giri, il massimo dell’alta fedeltà», uno sguardo alla camera da letto. In bella mostra le cittadinanze onorarie (non ci sono tutte, però), il diploma di laurea, un manifestino della Lega del Filo d’oro, l’associazione benefica di cui Arbore è testimonial e la nomina a Grand’Ufficiale. C’è la firma di Scalfaro, il presidente che per primo andò ad applaudire l’Orchestra italiana. L’episodio riporta alla mente lo scherzo che gli fu fatto da Paolo Guzzanti, che imitando Pertini, lo chiamò in diretta durante Quelli della notte. Arbore sorride.
Per associazione il ricordo va ad un’altra telefonata. Ci sono Arbore, Verdone, Troisi, che si annoiano, pensano di chiamare Pippo Baudo. Verdone finge di essere un artista bravo, ma sfortunato, nel pieno di una crisi depressiva. Supplica Baudo di ascoltare al telefono le sue imitazione per un parere, per dirgli se c’è talento e abilità. Mosso a pietà, nonostante l’ora tarda, Baudo accetta. Arbore, Verdone e Troisi fanno loro stessi. Alla fine della telefonata lo «sfortunato» artista riesce a strappare un appuntamento. Nessuno naturalmente, si presenterà. E nessuno dirà a Baudo dello scherzo. Talento, goliardia e improvvisazione.
Passando per il bar-studio, Arbore si ferma. Mi guarda, tocca un enorme pappagallo di plastica appeso sopra il bancone e dice: «Anche i pappagalli di plastica parlano». Il finto animale ripete la frase con voce roca e metallica.
Mariangela Melato, la donna più importante nella sua vita, ha detto:
«Non c’è in giro un Peter Pan come lui».

