Il 1943 fu l’anno della svolta della Seconda guerra mondiale. Sul fronte orientale iniziò la controffensiva dell’Armata Rossa, che vinse la lunga e difficile battaglia di Stalingrado. Nello scacchiere meridionale si ebbe, nel maggio di quell’anno, la capitolazione delle truppe italo-tedesche in Africa. Immediatamente dopo, gli Alleati sbarcarono in Sicilia, iniziando così lo sfondamento della “fortezza Europa”.
In Italia, gli scioperi del marzo 1943, il bombardamento di Roma del luglio e la caduta del Fascismo il 25 luglio 1943, del fascismo, fecero precipitare la situazione. Il Paese era al tracollo, la guerra era persa su ogni fronte e l’Italia decise di arrendersi: il 3 settembre fu stipulato l’armistizio con gli Alleati. Verrà divulgato il successivo 8 settembre.
25 luglio e 8 settembre 1943 sono due date cruciali nella storia d’Italia.

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approvò con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo e restituiva la re il comando delle forze armate. Poche ore dopo, l’ormai ex duce viene fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III.
Il 25 luglio segnò la fine del fascismo come forma istituzionale e regime legittimo. Non fu, tuttavia, la fine del fascismo, che di lì a poco si ripropose in una nuova veste, nell’Italia del Nord, nella Repubblica Sociale Italiana, al cui vertice fu posto dai tedeschi lo stesso Benito Mussolini.
Il maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re capo del governo il 25 luglio, annunciò, reprimendo gli entusiasmi popolari che “la guerra continua”:
“Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l’Italia. Viva il Re”.

Il 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia, Italia e Alleati anglo-americani firmarono un armistizio, noto come “armistizio breve”. A nome di Badoglio, ancora a Roma, firmò il generale Giuseppe Castellano; per gli Alleati il generale Walter Bedell Smith. Le clausole dell’armistizio breve – che sarà seguito, il 29 settembre 1943, dall’“armistizio lungo” – prevedevano in realtà la resa incondizionata dell’Italia.

La sera dell’8 settembre 1943, fu nuovamente il maresciallo Badoglio, leggere alla radio un proclama che annuncia al Paese l’armistizio tra Italia e Alleati. L’accordo venne reso noto solo dopo pesanti pressioni da parte anglo-americana che arrivarono, mezz’ora prima dell’annuncio di Badoglio, a dare la notizia della resa italiana tramite Radio Algeri.
Il proclama di Badoglio, volutamente ambiguo sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli ex alleati tedeschi, è probabilmente uno dei testi più noti ed emblematici della storia nazionale.
“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”

Tra il 25 luglio e l’8 settembre, i tedeschi ebbero modo di occupare quasi tutta l’Italia e di preparare i piani che consentirono, dopo l’annuncio dell’armistizio di disarmare, deportare e uccidere alcune migliaia di soldati italiani, colti completamente di sorpresa e abbandonati dalle istituzioni che avrebbero dovuto prepararli alla svolta.

Nel 2003, a 60 anni da quei tragici avvenimenti, ho realizzato per Radio Vaticana uno speciale. Nella trasmissione assieme a Luigi Lotti, ordinario di Storia contemporanea alla Cesare Alfieri di Firenze e presidente dell’Istituito storico italiano per l’Età moderna e contemporanea, ho ricostruito, con il contributo di Emilio Gentile e alcuni documenti audio, quel delicato periodo della storia dell’Italia contemporanea.

