Sergio Lepri (1919-2022) è stato un maestro per più di quattro generazioni di giornalisti italiani. Dal Giornale del Mattino all’ANSA e quella quella strana storia di un UFO atterrato in Valdarno.
Il ritratto che segue è stato pubblicato sulla Nuova Antologia nel 2014.
È il direttore, anzi il DIRETTORE, tutto maiuscolo. Beffarda rivincita della retorica nei confronti di un nemico acerrimo delle maiuscole.
Sergio Lepri, classe 1919, è uno dei maggiori giornalisti italiani. Il grande pubblico lo conosce poco. Della sua generazione molti ricordano Montanelli, Zavoli, Biagi, Levi, Scalfari, Bocca e Ronchey, eppure Lepri, più degli altri, ha contribuito, per dirla con Gobetti, a scrivere l’autobiografia del nostro Paese. Lo ha fatto forgiando almeno 4 generazioni di giornalisti all’etica della professione e al rifiuto della retorica, ma soprattutto trasformando l’«ANSA» nella maggiore e più autorevole agenzia d’informazione italiana.
Piccolo e puntuto, Lepri è un fiorentino a cui non piace la ribalta fine a sé stessa. Appartiene a quella categoria di persone che ritengono uno spreco l’intelligenza se non si accompagna al lavoro sodo e silenzioso. Perciò odia il pressappochismo, la cialtronaggine e si indigna se il ciarpame, soprattutto se urlato, conquista il successo. Chi lo conosce lo ha visto provare un fastidio fisico per il tono della voce alterato, il turpiloquio e il «tu» dato solo perché si fa il medesimo mestiere. Per stile, tratto e concezione del mondo sembra un inglese. Sportivo, appassionato di montagna ha abbandonato le arrampicate al compimento dei 90 anni, mentre continua a giocare a tennis, «due volte alla settimana», precisa con una punta di civetteria.
Da sempre attento all’evoluzione tecnologica ha un suo sito Internet dove, tra le altre cose c’è una cronaca del 1943, anno cruciale per la sua generazione (e non solo). Il testo, studiato per il web, è ricco di link, ma soprattutto è un’opera aperta in cui ciascuno può offrire il suo contributo e la propria testimonianza. Insomma, questo ragazzo che si avvicina ad avere 5 volte 20 anni, ha capito e usa meglio di molti figli e nipoti le potenzialità di Internet e della interattività.
Lepri è diventato direttore dell’«ANSA» nel 1961. Allora, l’agenzia, erede della Stefani, era da una modesta impresa artigianale, appiattita sul governo e di scarsa rilevanza. Quando la lasciò, per sua volontà, nel 1990 era diventata una delle maggiori agenzie d’informazione del mondo. Lo era per numero di notizie, per giornalisti, uffici di corrispondenza, ma soprattutto per autorevolezza.
«Le agenzie di stampa – l’affermazione è sua – sono come l’aria che si respira. Dell’aria ci accorgiamo solo quando manca o è inquinata». Osservando il flusso di notizie passate sulle reti dell’«ANSA» in quei 30 anni emerge la crescita civile dell’Italia e insieme una informazione seria, completa e imparziale. Fondamento di democrazia e del pluralismo.
Gli oltre 800 giornalisti assunti da Lepri ricordano quella frase che concludeva il colloquio di selezione: «Non conosco le sue idee politiche e non le voglio conoscere. Soprattutto non le voglio conoscere dalle notizie che scrive».

Questa filosofia, in un Paese dove la stampa è sempre stata partigiana e spesso asservita al potente di turno, ha fatto dell’«ANSA» il più anglosassone dei nostri mezzi d’informazione e il più autorevole. Ancora oggi, in epoca di Internet e di Twitter, si attende che l’«ANSA» abbia dato la notizia, prima di pubblicarla. Segno di un insegnamento e di un’autorevolezza che rimangono ancora saldi.
Sergio Lepri – si è detto – non è fisicamente un gigante, tanto che durante la guerra non fu ammesso al corso ufficiali per carenza di due millimetri, ma ha una personalità e un carattere che sovrastano abbondantemente il suo fisico. Un suo antico redattore, oltre un quintale di peso distribuito per 1 metro e 90 di altezza, ricorda ancora la soggezione e il timore che lo assalivano quando veniva convocato dal DIRETTORE. Ma a differenza di Ettore Bernabei, un altro fiorentino, suo amico e compagno di vita, le sue arrabbiature non sono mai state urlate, né drammatizzate. Prima della convocazione arrivava un bigliettino in cui, con grafia minuta e precisa, si spiegava che il giorno tale, nella notizia X c’era stata una imprecisione, un errore o qualcosa di peggio. Se l’errore si ripeteva, arrivava l’invito nel suo studio. In questo modo, per un congiuntivo ripetutamente e colpevolmente sbagliato, arrivò anche il licenziamento.

Di quegli anni c’è anche la storia di quel redattore parlamentare che si sentiva più attratto dall’università. Lepri ne accettò le dimissioni, ma senza dirglielo gli conservò per un mese il posto. Passati 20 giorni il giovane si presentò all’ingresso dell’agenzia pentito della scelta fatta e disperato perché sentiva di aver perso l’opportunità della vita. Senza parlargli Lepri gli mandò un fattorino a consegnarli la lettera di riassunzione e non tornò mai più sull’argomento.
Modi di gestire il potere e di governare la redazione forse di altri tempi, ma efficaci e capaci di farlo ancora rimpiangere. Dieci anni dopo il suo pensionamento un’intera redazione regionale, sapendolo in città e dovendo risolvere un problema di rapporti interni, decise di andarlo a trovare durante la prima colazione. Così alle 8 del mattino, chi lo andò a prendere, per un convegno sulle trasformazioni della lingua italiana, si trovò una quindicina di colleghi seduti come scolaretti davanti a Lepri che, sorseggiando un caffè e sbocconcellando delle fette biscottate, aveva rimesso pace in una redazione tradizionalmente vivace.
Giovanni Giovannini, a lungo presidente dell’«ANSA» e suo amico, ha scritto che per capire Lepri si deve tornare alla Firenze del 1944. Anno difficile ed esaltante. Con l’Italia divisa in due dalla guerra, il capoluogo toscano si liberò da solo dai tedeschi. Da quell’atto di coraggio, che vide uniti contro il nemico nazifascista comunisti, socialisti, azionisti, democristiani e liberali, nacque uno straordinario laboratorio politico destinato ad avere effetti profondi sulla vita dell’intero Paese. Una delle manifestazioni di quel coacervo culturale rappresentato dal Comitato Toscano di Liberazione Nazionale fu «La Nazione del popolo», un quotidiano singolare a partire dal nome (con l’accoppiamento semanticamente discutibile di «nazione» e «popolo»), per proseguire con una direzione formata da 5 direttori, uno per partito, e da 5 vice, anche loro in rappresentanza dei cinque partiti e da una redazione pariteticamente composta da giornalisti dei 5 partiti.
Un occhio superficiale potrebbe dire che fu il primo esempio di lottizzazione. A scorrere gli articoli e a ripercorrere le vicende interne – come ha fatto acutamente qualche anno fa Pier Luigi Ballini – appare, invece, un tentativo di riscoprire la democrazia e il confronto dopo 20 anni di dittatura. Luciano Violante ha scritto che la «Nazione del popolo» ha anticipato molti dei temi che hanno travagliato 50 anni di storia italiana. Una affermazione che trova un facile riscontro a rileggere, a caso, nomi di redattori e collaboratori: Vittore Branca, Carlo Levi, Piero Calamandrei, Paolo Barile, Carlo Cassola, Manlio Cancogni, Eugenio Garin, Giorgio Spini, Ettore Bernabei, Carlo Sforza, Eugenio Montale, Romano Bilenchi, Vasco Pratolini, Lionello Venturi, Guido Carli.

Lepri entrò alla «Nazione del popolo» come vicedirettore, in rappresentanza dei liberali. Aveva 25 anni, una laurea in Filosofia, una esperienza da supplente al liceo e la passione per il liberalismo di sinistra che lo aveva portato a dirigere il foglio clandestino del Partito liberale, «L’Opinione».
«La scelta del giornalismo – ha detto ricordando quegli anni – fu fatta da molti di noi perché l’impegno morale che avevamo cercato di esprimere nell’insegnamento ci sembrava trovasse uno spazio più largo. Il giornalismo ci pareva un modo più forte per incidere sulla società, di rafforzare i con- tenuti di quella libertà che era dovuta anche alla lotta partigiana, ma era arrivata con i carri armati inglesi e americani e che allora dovevamo dimostrare di meritarcela e potevamo farlo contribuendo a far nascere e farle solide di consenso le nuove istituzioni democratiche».
Il giornalismo, insomma, come servizio. Di più: come impegno civile. Nel 1946, con le prime elezioni, l’esperienza della «Nazione del popolo» finì. I redattori di cultura social-comunista passarono al «Nuovo Corriere» che dal 1948 sarà diretto da quel comunista eterodosso che fu Renato Bilenchi; la «Nazione del popolo» andò ai democristiani, cambiando nome: prima «Il Mattino dell’Italia centrale», quindi il «Giornale del Mattino». Lepri decise di rimanere con i democristiani, benché fosse un liberale di sinistra.
In quegli anni Firenze era un luogo vivace e stimolante. L’università con Calamandrei, Maranini, Piacentini, Devoto, Cantimori, solo per citare alcuni nomi, raggiungeva eccellenze e il dibattito culturale ruotava attorno a riviste come «il Ponte», «La Rassegna» e «Società», in cui (anche qui citando solo alcuni nomi) scrivevano Luigi Salvatorelli, Eugenio Montale, Piero Pancrazi, Carlo Levi, Gaetano Salvemini, Mari Luzi, Cesare Luporini e Giorgio Bassani. In questo contesto il «Giornale del Mattino», dopo la prima fase di assestamento, diretto da Ettore Bernabei e con Lepri caporedattore, divenne una palestra politica e giornalistica di livello nazionale. Sul versante politico si divenne la voce della Democrazia cristiana vicino a La Pira e a quella componente che si consoliderà nelle «Nuove cronache» di Fanfani; giornalisticamente fu il luogo dove sperimentare linguaggi e stili, perché come ricorda Bernabei, «dovevamo fare un giornale letto soprattutto da chi democristiano non lo era». Un giornale corsaro e anticonformista. Basta pensare che nel 1947 ebbe il coraggio di titolare un fondo politico Un partito dagli occhi azzurri. Anticipando così, e non solo sui titoli, ciò che avrebbero rappresentato per il giornalismo italiano prima «il Giorno» e quindi «Repubblica».

Il «Giornale del Mattino» iniziò la sua attività al terzo piano di un palazzone di via Ricasoli in cui coabitavano (con qualche problema non solo di ascensore) i 3 quotidiani fiorentini (ai due di cui si è detto si era aggiunta la rinata «Nazione»). Poi si trasferì in via delle Ruote, in un palezzetto costruito proprio come sede del quotidiano. In quelle stanze passarono negli anni giornalisti destinati ad avere una vasta fama: Hombert Bianchi, Paolo Cavallina, Umberto Fedi, Giampaolo Cresci, Riccardo Ehrman, Vittorio Citterich, Fulvio Damiani, lo scrittore Carlo Cassola. Tutti uniti nello sforzo di fare un quotidiano popolare, attento alla vita di tutti i giorni e sensibile alle trasformazioni sociali e tecnologiche. In questa filosofia, come ha acutamente sottolineato Giovannini, c’è sia l’«ANSA» di Lepri che la RAI di Bernabei.

Fu proprio a quegli anni che risale un avvenimento per cui in Lepri si è instillato un dubbio che lo arrovella ancora. Riguarda gli extraterrestri. Penso meriti di essere raccontato. Non tanto per il fatto in sé (comunque interessante), quanto perché mostra il metodo e, appunto, lo «stile» del DIRETTORE.
Novembre 1954, giorno di Ognissanti, prime ore della mattina, a Bucine, un piccolo comune del Valdarno, una contadina di 40 anni sta andando a messa. Per farlo deve attraversare un bosco e una radura. Si sfila calze e scarpe per non rovinarle. Nella radura scorge un oggetto scuro, un specie di grosso fusto appuntito, alto circa 2 metri. Attratta da quell’oggetto non si accorge di due piccoli esseri in tuta grigia («sembravano in pigiama!», disse la donna) che le si avvicinano, le sorridono e cercano di parlarle. Ma la lingua è incomprensibile. I due prima di risalire sul quel tubo puntuto, le prendono calze e scarpe. La donna fugge a cercare aiuto. Pochi minuti dopo torna sul posto con altre persone, ma non c’è più nulla se non un grosso foro nel terreno nel punto corrispondente a luogo dove era il fusto.
Questo racconto arrivò alla redazione del «Giornale del Mattino» attraverso i carabinieri. Lepri incuriosito andò in Valdarno con un redattore. Con il metodo che ha insegnato a generazioni di giornalisti verificò la notizia, ma con la convinzione che: «Gli UFO non esistono!». Ma più andava avanti, più la versione della donna aveva riscontri. Non poteva aver letto storie di fantascienza perché non sapeva leggere, né a casa aveva libri o riviste. Carabinieri, parroco e vicini di casa ne parlavano come una persona seria e poco incline alla fantasia. Investigando nel Paese spuntarono anche altre persone, che quel giorno e all’ora indicata dalla donna, avevano sentito rumori e visto luci non consuete.
Non solo: un carrettiere che stava lavorando sulla collina di fronte a Bucine disse a Lepri, prima che il racconto della donna si diffondesse, di una strana luce che si era alzata a prima mattina dalla radura dove ci sarebbe stato l’incontro.
Il «Giornale del Mattino» dedicò tutta la prima pagina a «I marziani nel Valdarno» e diede una clamorosa buca alla «Nazione» che aveva ignorato la segnalazione dei carabinieri. La notizia meritò una copertina della «Domenica del Corriere» e l’arrivo di due ufficiali del «Progetto Blue Book» dell’Aereonautica militare statunitense, che studiava gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati.

Lepri convinto «che gli UFO non esistono!» andò a chiedere lumi al più famoso psichiatra della zona. Il clinico ipotizzò «una manifestazione onirica», cioè un sogno ad occhi aperti. Ipotesi verosimile; ma che fine avevano fatto le calze e le scarpe della signora, cercate con accuratezza dai carabinieri?
Nessuno seppe dare una risposta sensata. A Lepri quella storia deve essere tornata spesso in mente, tanto che la raccontò negli anni Novanta. Preceduta e seguita dall’affermazione: «Gli UFO non esistono!».
Quando ho deciso di iniziato a scrivere questo ritratto ho chiesto a Lepri se ricordava ancora quell’episodio. Non solo lo ricordava, ma candidamente mi ha detto che una decina di anni fa, cioè a distanza di 50 anni, aveva deciso di tornare nei luoghi dove si erano svolti i fatti e aveva cercato la signora protagonista della storia. Ci aveva parlato e si meravigliava perché quella volta, mentendo in modo manifesto, affermava di non ricordare nulla. «Si sarà resa conto che era solo un sogno», mi ha detto, alla mia obiezione che restava il problema delle scarpe e delle calze sparite, sorridendo, ma con determinazione è tornato ad affermare: «Sappiamo tutti che gli UFO non esistono!».
Ecco questo è il DIRETTORE: curioso di conoscere, con una profonda capacità di analisi critica e tanto determinato da seguire una pista o un dubbio per 50 anni. Un modo di lavorare che ha imposto all’«ANSA» e ha insegnato ai tanti studenti che si sono formati alla LUISS e sui suoi fortunati libri di stile, a partire dal celebre Professione giornalista.
Nel 1957 Lepri lasciò il «Giornale del mattino», di cui era intanto andato a fare il corrispondente da Parigi, per diventare portavoce di Amintore Fanfani, prima segretario della DC e poi presidente del Consiglio. Una scelta intelligente del cavallo di razza aretino, che volle a suo fianco un crociano intelligente, di fede liberale, piuttosto che uno dei tanti seguaci di stretta osservanza.
Terminata l’esperienza di portavoce, arrivò all’«ANSA». In molti non capirono la scelta. Dopo essere stato a fianco di Fanfani ed essendo amico di Bernabei avrebbe potuto chiedere tutto. Non chiese nulla e andò ad lavorare in un ambiente vecchio, dove si respirava un’aria polverosa e nessuno credeva che potesse esserci un futuro. Un usciere della Camera, categorie di persone abituate a conoscere, a «pesare» il potere, saputo che era andato a lavorare nell’agenzia lo confortò dicendogli: «Dott’, quando c’è la salute…».
Eppure, l’«ANSA» rappresentava in qualche modo il completamento di quanto era iniziato alla «Nazione del popolo». «L’ANSA’ mi sembrò – ha scritto lo stesso Lepri – uno strumento per dare ai cittadini le informazioni che li aiutino a governare meglio la propria giornata e a migliorare la qualità della vita e, insieme a migliorare il proprio patrimonio di conoscenze». Insomma, il giornalismo come contributo alla crescita civile del Paese. Un compito facilitato dalla natura societaria dell’«ANSA»: una cooperativa fra giornali quotidiani di diversa tendenza (dal «Popolo all’Unità»). Una proprietà così eterogenea che avrebbe potuto garantire una informazione completa e imparziale. Per farlo occorreva mano ferma, sguardo lungo e gestione manageriale. Ci furono tutte.
La terzietà nei confronti della politica fu gelosamente difesa, sia dai governi (nonostante i finanziamenti pubblici di cui godeva l’agenzia), che dalle opposizioni. Spesso con la semplice correttezza, talvolta opponendo un fermo, ma ragionevole diniego. In alcuni casi l’«ANSA» costruì la propria autorevolezza supplendo a carenze dello Stato. L’esempio più clamoroso fu dato dall’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966. A tre anni dallo sbarco sulla Luna, fu il direttore dell’«ANSA» ad informare le massime cariche dello Stato di quanto stava accadendo nel capoluogo toscano, perché, essendo un giorno festivo, gli uffici pubblici erano chiusi.
Umberto Eco ha parlato dei giornalisti come «storici dell’istante». Giovanni Giovannini, nel volume che celebrava i 50 anni dell’«ANSA», ha scritto: attenersi strettamente ai fatti e dirli nel minimo numero di parole, senza alcuna concessione al bello scrivere, rende apparentemente i testi agenzia freddi, monotoni, burocratici. Apparentemente, perché soprattutto davanti ai grandi tormenti della storia, le parole si rivelano controproducenti: il giorno dopo, gli aggettivi si sprecheranno, ma chi li ebbe a ricevere certi brevi secchi messaggi non li dimenticherà.
Aveva ragione. Proviamo a rileggere i lanci dell’«ANSA» per uno degli avvenimenti che più ha segnato la generazione del dopoguerra, l’omicidio di Kennedy:
ore 19.42 Kennedy sarebbe stato ferito;
ore 20.00 Kennedy ancora in vita;
ore 20.34 il presidente Kennedy è morto.
Tre righe che dicono tutto e sintetizzano la fine di un’epoca, quella delle certezze e della speranza.
Luigi Albertini, il direttore che ha reso grande il «Corriere della Sera», riflettendo sulla propria esperienza, ha scritto: «Con la bravura ci si fa un nome, ma solo con l’onestà si costruisce una reputazione».
Sergio Lepri ha una grande reputazione, ma se vi capita di incontralo e di ascoltarlo parlare, la sensazione che vi porterete dietro è quella di aver aperto il cassetto dove la nonna conservava il bucato: ordinato, lindo e profumato di pulito.

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