Dicono sia stato il più influente dei critici cinematografici italiani. Amico di registi, confidente di attori e sceneggiatori, infaticabile organizzatore culturale. Scomparso nel 2016, ricordarlo è l’occasione per celebrare l’epoca d’oro del cinema italiano. Da Fellini a Sordi, da De Sica ad Antonioni, ai fratelli Taviani. Il testo che segue uscì sulla Nuova Antologia nel giugno del 2016, poche settimane prima della morte.
La prima volta che ci siamo incontrati è stato più di 20 anni fa. Per prepararmi all’intervista andai da un collega esperto di cinema. Mi disse: “Tutti parliamo del cinema, Lui parla con il cinema. Se alza il telefono non solo Fellini, Gassman e Sordi rispondono, ma Woody Allen e Spielberg richiamano”. Pensai che esagerasse. Poi, durante l’intervista, la telefonata, quella di Jack Nicholson, arrivò davvero.
L’uomo che parla con il cinema è Gian Luigi Rondi. Ne scrive dal 1947. Quasi settanta anni. Da Paisà alla Vita è bella per arrivare a Mia madre di Nanni Moretti. Difficile definire l’uomo vestito di scuro, con la grande sciarpa bianca, come lo hanno immortalato le immagini televisive.

Critico, organizzatore culturale, sceneggiatore, intellettuale a tutto tondo. Presidente della Biennale di Venezia, per due volte direttore della Mostra del cinema di Venezia, presidente dell’Accademia del cinema italiano che assegna ogni anno i David di Donatello, commissario straordinario della SIAE, presidente del Festival di Roma e l’elenco potrebbe continuare. Tuttavia, per la mia generazione, quella nata negli anni Sessanta, la voce e il volto di Rondi sono legati al ricordo di tanti lunedì sera. In quell’epoca la RAI (ancora in bianco e nero) trasmetteva il film più importante ad inizio settimana, subito dopo il telegiornale. Era Rondi, con un linguaggio chiaro, riferimenti precisi, indicazioni sicure a spiegare come guardare il film. Pochi minuti capaci di insegnare un metodo e di avvicinare al cinema un’intera generazione. A lui si ispirò (anche se ha sempre smentito) Roberto Benigni quando assieme ad Arbore creò per L’altra domenica il personaggio del critico cinematografico. Speculare a Rondi: cialtrone, parolaio, che cercava di spiegare un film che non aveva visto.

Qualche settimana fa sono stati pubblicati i suoi diari: Le mie vite allo specchio, 1947-1997 (Edizioni Sabinae) 1320 pagine. Più di un volume della Treccani, ma che catturano, intrigano e appassionano. Si svelano retroscena, si narra la storia del cinema italiano e si raccontano le vicende degli uomini (e delle donne) che l’hanno fatto. Miserie e grandezze, atti di coraggio e meschinità. Non mancano le lezioni di vita (… “Mai confondere in un attore, la persona con il personaggio”) e quelle professionali.
Ne sono un esempio le raccomandazioni di Silvio D’Amico su come scrivere una recensione teatrale: Se hai spazio, illustra l’autore di cui ti stai occupando, cita i suoi testi, se è possibile precisa anche i suoi modi, le sue idee, i suoi meriti. Abbozza un breve riassunto della trama (mi raccomando senza svelare mai il finale), poi dai il tuo giudizio, a questo punto, anche sugli interpreti, sul loro modo di fare arrivare fino a noi dal palcoscenico le battute, sulle capacità con cui, costruendo una finzione, riuscivano a far emergere la verità. Meno di 80 parole per sintetizzare una professione.

C’è il tenero racconto dell’uscita di scena della diva del muto Francesca Bertini che gli regala una foto degli anni dei trionfi con una scritta: “C’è una luce laggiù, sulla collina che tutta la scienza non riuscirà a spegnere”. E, poi, l’insicurezza di Sordi e le riflessioni su Fellini: “Mostro sacro, va bene, ma senza credere tutto gli sia dovuto”.
Ma non c’è solo il cinema. Ci sono i viaggi. C’è l ‘ammirazione verso Pio XII, la diffidenza nei confronti di Giovanni XXIII. La tenerezza verso i genitori, il padre ufficiale dei Reali Carabinieri e la madre, Mamy (“meli covo i miei genitori a pranzo da Cesaretti”), la stima verso il fratello Brunello, ingiustamente maltrattato da Fellini. E poi, la storia privata: il lessico familiare e le abitudini borghesi di una famiglia “con lo stemma”. La moglie Yvette e i due figli, Joel e Francesco Saverio che vivono in Francia, ma non manca la preoccupazione per i nipotini affinché “abbiano il tempo di giocare tutti insieme”.

Tuttavia, sono la vocazione, la carriere la passione per il cinema a riempire la maggior parte delle pagine di questo libro.
I diari di Rondi sono scritti con una prosa elegante. Spesso le annotazioni danno vita a brevi ed efficaci racconti. Da cui emerge la capacità di sezionare storie e caratteri con il bisturi dell’intelligenza, senza però far prevalere il cinismo. Sullo sfondo una nota di melanconia e di disincanto.
La pubblicazione del volume, con una copertina rosso porpora, scelta forse a sottolineare il rango dell’autore, e soprattutto il clima che ho respirato durante l’affollata presentazione, mi hanno fatto venire voglia di tornare a trovarlo.
Incontrare Rondi significa percorrere un lungo viaggio nell’Italia dalla seconda metà del Novecento ad oggi.
Gli esordi coincidono con la stagione in cui la critica cinematografica mobilitava personalità forti e generava polemiche aspre. In un mondo diviso dalle ideologie il cinema era considerato il veicolo principale per formare coscienze e costruire un immaginario collettivo. In quegli anni i critici cinematografici erano corteggiati, temuti e letti. C’era lo stalinista Ugo Casiraghi dell’Unità, il marxista gramsciano Guido Aristarco direttore di Cinema Nuovo, Pietro Bianchi, spirito indipendente ed ironico del Giorno e poi Lietta Tornabuoni e Tullio Kezich.
Rondi era la voce cattolica e governativa dalle colonne del Il Tempo. Una collocazione che gli andava stretta e lo fece soffrire, come più volte ha dichiarato, ma che gli consentì di potersi trasformare in qualcosa di diverso rispetto agli altri. Senza lasciare mai la professione di critico, a cui è profondamente legato (significative le pagine dei diari in cui, dopo un cambio di proprietà, considera come “obiettivo principale” quello di conservare la collaborazione con il suo giornale. Nonostante che in quegli anni la sua fama fosse di gran lunga superiore a quella del Il Tempo, Rondi, primo in Italia, ha saputo inventarsi una nuova professione: l’organizzatore di eventi.

Nell’Italia dell’immediato dopoguerra fu tra i pochi moderati a dedicarsi con professionalità e passione al cinema. Ci arrivò dal teatro, come spesso ripete, sotto la guida di un grande come Silvio D’Amico e forte di una cultura solida e strutturata. I modi signorili, la grande determinazione e l’impressionante capacità di lavoro, fecero il resto. Si impose, così, come un interlocutore imprescindibile. Trovò i modi di spiegare a Giulio Andreotti il valore del Neorealismo e lo introdusse in un mondo che il giovane collaboratore di De Gasperi doveva frequentare per obblighi istituzionali, ma che non conosceva.
Il rapporto si trasformò in amicizia e Rondi divenne un democristiano di complemento. E da lì si aprirono le porte per essere “il signore del cinema italiano”, per usare la recente definizione del Corriere della sera.

Rifletto su queste cose mentre arrivo ai Parioli, il quartiere romano dove Rondi abita. Salgo rapidamente le scale ed eccomi nel suo studio-salotto. Una grande stanza luminosa ed elegante. Una libreria occupa un’intera parete fino al soffitto. Altrove quadri di pregio, tra cui uno di De Chirico che ritrae la madre di Rondi.
Accanto ai divani un mobiletto basso che contiene le 42 decorazioni collezionate dal padrone di casa. Un vezzo che ispirò Fellini per “l’uomo più decorato del mondo” un personaggio finito in Ginger e Fred.
A dominare il salone è la scrivania, subito davanti alla libreria. Grande, coperta di fascicoli, tutti in ordine. Al centro una macchina da scrivere (dono dei genitori per la laurea in Giurisprudenza, mi dice Rondi con un velo di commozione), a fianco una sottile borsa in pelle nera con un grande monogramma d’oro G.L.R.
Ogni mattina, alle 8, inizia la sua giornata di lavoro. Densa e intensa: una media di 2 recensioni di film a settimana, per un totale di 200 film all’anno. C’è poi l’attività per i David e i tanti incontri per conoscere, consigliare, indirizzare. Questo giovane, nato nel 1921, che odia i giorni di festa e riesce a combattere la depressione tuffandosi nel lavoro mentre ascolta Mozart, per spiegare la sua longevità mi raccontò una storia:
“Passata la rivoluzione francese chiesero a un nobile che era riuscito a superare incolume il terrore e aveva evitato la ghigliottina, come avesse fatto. L’aristocratico rispose «Mi sono sempre nascosto e non mi sono fatto vedere». La mia vicenda si spiega esattamente al contrario. Sono riuscito a durare perché sono rimasto sempre in trincea, costantemente sotto i riflettori”.

È il suo modo di sopravvivere. Annota sul suo diario dopo una giornata di lavoro: “Ho il timore di aver finito troppo presto. Fortunatamente ho da leggere”.
Ad Antonio Gnoli ha detto: “Non accetto la mia età, rifiuto l’idea di avere l’età che ho … Non mi rassegno alla noia, al non fare nulla, alla morte”.
Ci sediamo vicino a una finestra. Al suo fianco il telefono, l’ultimo numero di Ciak e la copia di Repubblica di oggi. Mi racconta delle decisione di affidare a Sky la cerimonia dei David, dopo 59 anni di sodalizio con la RAI. “Ci ha convinto il loro progetto editoriale” dice. Parla con entusiasmo di Lo chiamavano Jeeg robot, il film di Gabriele Mainetti. Mi racconta della stima per Rutelli e Veltroni. Cita Gassman: “Anch’io ho un grande avvenire dietro le spalle” e indica i fascicoli che raccolgono tutti i suoi articoli: il primo datato 2 gennaio 1947.

Tuttavia, la sua storia – e un bel documentario di Giorgio Treves a lui dedicato, lo ha descritto con efficacia – parte da più lontano.
Nel 1944, con i tedeschi che occupavano Roma, Rondi era nella Resistenza, assieme ad Adriano Ossicini, nei Cattolici comunisti. Forte del coraggio di chi ha vent’anni, liberò un generale italiano prigioniero dei tedeschi. Si presentò al comando della Wehrmacht, all’hotel Excelsior, con al braccio le insegne di chi collaborava con le SS, e chiese, mostrando un falso documento, la consegna del generale per trasportarlo in questura. Tutto andò per il verso giusto. Fu “più incoscienza che coraggio” minimizza, ma il rischio era di finire a via Tasso, a disposizione degli aguzzini di Kappler.
La storia, che sembra la sequenza di un film, è stata pudicamente taciuta e mai usata per rispondere alle accuse di conservatorismo che gli piovvero addosso negli anni Settanta (“non ho mai voluto usare la Resistenza come un ombrello”, mi dice con orgoglio). Solo con la pubblicazione delle memorie di Ossicini la vicenda è divenuta di pubblico dominio e nel 2015 il ministero della Difesa, d’intesa con l’Associazione nazionale partigiani, gli ha assegnato la Medaglia della Liberazione.

Ma se l’episodio testimonia la tempra dell’uomo, sono i ricordi del Cinema che affascinano. Da Sordi, “cantore dei vizi degli italiani”, a Gassman “il grande mattatore in grado di passare dalla tragedia alla commedia, dal cinema al teatro”, a Mastroianni “capace di tutto: di qualsiasi interpretazione, di qualsiasi personaggio, di ogni sensibilità”, a Gian Maria Volontè “attore di grande flessibilità e capacità”. Alla Magnani, “La faccia delle donne italiane del dopoguerra. La tragedia fatta persona. Il dramma che od ogni interpretazione si umanizzava sempre di più. Attrice radicata nell’humus più autentico e genuino”, alla Loren, “una grande diva con capacità di recitazione molto spiccate, tanto che da diva è riuscita a diventare un’attrice”. Monica Vitti, “nata comica in teatro, diventata tragica al cinema grazie a Michelangelo Antonioni, per poi superare questi due stadi incarnando una comicità vera, possibile, autentica”. L’amica di una vita: “la diva Lollobrigida”

Un Lungo viaggio – per citare il titolo del suo libro migliore – che prosegue con i registi. Fellini, “Un mago della fantasia. L’inventore di immagini meravigliose e fantastiche” e il suo contrario, Roberto Rossellini. “Che, come diceva, era necessario «mostrare e non dimostrare» e, da lì, scarnificava, asciugava, per raccontare tutto. I Taviani: “Gli unici capaci, con Notte di San Lorenzo, di fare una perfetta fusione di tetro, musica, epica e realtà”. E poi gli stranieri. La grandezza di Chaplin, il sodalizio con René Clair, l’epica battaglia per far ottenere a Kurosawa la Palma d’oro nel 1980. La stima di Ingmar Bergman che si affida a lui per la traduzione e l’adattamento italiano dei suoi film.

Si è detto delle polemiche. Dure, aspre, violente. Quando, nel 1971, Rondi fu chiamato per la prima volta alla guida della Mostra, le ideologie si confrontavano nelle piazze. Il cinema era considerato l’avanguardia della cultura. A monopolizzarla era il Partito comunista. Rondi era etichettato come democristiano e conservatore. Fu fatto di tutto per farlo dimettere. Appelli di intellettuali, raccolta di firme, interpellanze parlamentari. Dalla vicenda Rondi ne uscì con un colpo di teatro. Invitò alla Mostra la Cina popolare, Paese che solo da poche settimane aveva allacciato i rapporti diplomatici con l’Italia. Insomma, chiamò i maoisti veri, per sconfiggere quelli nostrani.

L’anno successivo il “sostegno rosso” lo chiese alla Germania Est. Nel 1972 non c’erano rapporti ufficiali tra l’Italia e il Paese comunista, ma alla Mostra, che, ricordiamolo, era un ente statale, i tedeschi dell’Est furono accolti con gli onori dovuti a rappresentanti ufficiali. Molti non gradirono e in Parlamento da destra si levarono molte voci contrarie a quella decisione: troppo avanzata, troppo di sinistra. Così Rondi rischiò di trasformarsi in un martire, per aver sostenuto la filmografia più comunista dei Paesi dell’Est.

Quando parliamo di quegli episodi, sorride e dice: “sono bravo in queste cose” e ricorda l’operazione fatta nel 1983, quando, tornato alla guida della Mostra, volle a presiedere la giuria Bernardo Bertolucci, uno dei leader della contestazione di dieci anni prima.

Il sorriso e la leggerezza nel racconto di quelle vicende mostrano come il tempo abbia levigato anche le cicatrici e cancellato il ricordo dei tanti che in pubblico lo avevano attaccato e subito dopo si erano scusati, in privato, perché: “Il Partito che me lo ha chiesto”.
Ci tiene a ricordare con affetto e gratitudine Gianni Letta, che, quando divenne il direttore del Tempo, gli ridiede la libertà di scrivere senza condizionamenti, come, invece, aveva fatto Renato Angilillo.
La conversazione scivola sul dietro le quinte ed ecco il ricordo di un san Luigi dei primi anni Sessanta: dive, divi, autori e amici extra cinema a festeggiare a casa sua l’onomastico. Con Gassman, completamente ubriaco, caricato su un taxi alle 3 di notte e Sophia (Loren), Monica (Vitti), Claudia (Cardinale) e Rosanna Schiaffino scalze a ballare sul letto dei genitori.

Se gli chiedo quale sia il contributo del cinema italiano che resterà nella storia. Risponde senza esitazione: il Neorealismo. E aggiunge: “E, poi, probabilmente Visconti per la sua capacità di illustrare sontuosamente dei romanzi con invenzioni cinematografiche che solo lui ha saputo ottenere, che nessuno dopo di lui ha raggiunto”.
Inevitabile parlare dell’oggi e del perché il nostro cinema non abbia saputo reagire alla crisi come ha fatto quello americano. “Ad Hollywood – mi dice – hanno un dono preciso, meditato: conoscere esattamente il meccanismo del successo. Sanno quale film fare, in che momento e con quali ingredienti. Sono capaci di prevedere l’impatto che otterranno. Difficilmente sbagliano. Queste capacità di analisi si sono sempre più affinate, tanto che i produttori americani sono capaci di programmare film anche di modesto successo, ma adatti a rappresentare minoranze etniche, religiose e sessuali in modo da sollecitare un consenso generale.
In Italia il cinema è sempre fatto tutto per avventura, senza un minimo di programmazione. Quando il successo arriva non si cercano strade nuove per rispondere alle nuove esigenze del pubblico, ma si creano tanti cloni del film di successo fino all’esaurimento del modello e a svilire l’intuizione che aveva generato il primo film”.

Il tempo è volato veloce. È il momento dei saluti. Rondi ci tiene ad accompagnarmi. Si appoggia al mio braccio con la mano forte che testimonia il vigore che lo anima. Torniamo a parlare del cinema italiano: “I grandi escono di scena e manca il ricambio”, annota con tristezza.
Mi chiede di me, dei miei cari. Poi, sull’uscio, ricorda della “sua” Ingrid (Bergman), cita Vittorio De Sica, Blasetti. Aprendo la porta dice con dolcezza: “Sai, la mia famiglia è il cinema”.
Ho più volte incontrato e intervistato Rondi. Nel 2003 Radio Vaticana ha trasmesso la conversazione che segue
INTERVISTA A GIAN LUIGI RONDI,
Radio Vaticana 28 luglio 2003
