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LE STATUE PARLANTI DI ROMA

A Roma, a partire dal XVI, forse riprendendo una tradizione dell’età classica, divenne comune che sulle statue fossero appesi messaggi anonimi, contenenti per lo più critiche e componimenti satirici contro i governanti.

La certezza dell’usanza è datata 1523, quando papa Adriano VI emise un editto che proibiva l’affissione dei foglietti sul Pasquino, una statua posta a pochi passi da piazza Navona, che fu la prima ad essere usata a tale scopo. Ma non fu la sola, anche se il termine “pasquinate” è quello che indica proprio questi componimenti.

Ci furono almeno altre cinque statue parlanti (Madama Lucrezia; Marforio; il Babuino; il Facchino; l’Abate; Luigiato), tutte ricordate con il nome popolare che nulla ha a che fare con la corretta identificazione. Madama Lucrezia, ad esempio, dovrebbe corrispondere alla raffigurazione della dea Iside.

Le statue parlanti furono ampiamente adoperate fino al XIX secolo, variamente osteggiate dai papi. Il loro utilizzo declinò con l’annessione dello Stato Pontificio al Regno d’Italia. Attualmente solo Pasquino risulta ancora in uso, anche se non è più possibile appendere foglietti direttamente alla statua: allo scopo si può infatti adoperare una bacheca posta al fianco della statua.

Le “pasquinate” rispecchiavano il sentimento popolare, ma a comporle spesso erano scrittori di fama o anche esponenti della curia che dissentivano dall’operato dei papi, come è efficacemente descritto nei film di Gigi Magni.