Il 15 luglio 1799, durante la campagna d’Egitto di Napoleone, nella città di Rosetta (l’odierna el-Rashid) lungo il delta del Nilo, un soldato, durante gli scavi attorno al forte Saint Julien, trovò una lastra di granito (112, 3cm x 75,7cm x 28,4cm) che ha permesso di comprendere e svelare la scrittura geroglifica egizia.
Il capitano Pierre-François BouchaIl si rese conto che rinvenimento poteva essere una scoperta rilevante. L’oggetto fu trasportato ad Alessandria e nel 1801 finì in mano inglese. L’anno seguente re Giorgio III lo donò al British Museum, dove è tuttora esposto.
Risalente al 196 a.C., stele riporta una epigrafe geroglifica, la traduzione in demotico, una lingua egizia più elementare, e in greco. Il testo celebra il primo anno di regno del faraone Tolomeo V Epifane. Furono in molti a studiare la stele, tra questi il fisico inglese Thomas Young e l’egittologo Jean François Champollion. Quest’ultimo riuscì a scoprire la chiave di lettura dei geroglifici, comprendendo che essi esprimono non solo suoni, ma anche concetti. Studi successivi hanno appurato che esistono tre tipi di geroglifici: i fonogrammi per il suono (simili alle nostre lettere); gli ideogrammi che indicano oggetti, concetti o azioni e i determinativi che aggiungono informazioni ai primi due.
Sappiamo, inoltre, che i geroglifici possono essere letti da più direzioni e che il senso è dato da simboli specifici.
