La storia di un italiano dimenticato. Esempio del sogno americano. Capì che i soldi erano un mezzo e non il fine. Diede credito a Chaplin e Disney. Fece costruire il ponte di San Francisco ed ispirò Frank Capra.

Ci sono storie che hanno tutto per imporsi: intensità, capacità evocative, valori che trasmettono, protagonisti con forte personalità. Nel bene, o nel male, potrebbero diventare simboli: per dare un senso all’esistenza o incarnare lo spirito di un’epoca. Non sempre accade. Succede che il caso dissolva nell’oblio l’eccezionalità, e trasformi storie banali in vicende epiche.
Uno dei casi di memoria cancellata è la vita di Amadeo Peter Giannini (1870-1949). Inserito da «Time» tra i «Cento giganti che hanno fatto gli Stati Uniti», ma in Italia pressoché sconosciuto.
Senza di lui non avremmo mai visto Biancaneve e i sette nani di Walt Disney e il Monello di Chaplin; non ci sarebbe il ponte simbolo di San Francisco, il Golden Gate, e probabilmente la FIAT non sarebbe stata quella che abbiamo conosciuto. Forse anche Silicon Valley non sarebbe dov’è oggi.
Ma andiamo con ordine.

Giannini è stato un banchiere, a lui si deve la fondazione della Bank of America, la più grande banca degli USA per depositi e l’undicesima public company del mondo. Un grande innovatore capace di cambiare il concetto stesso di banca e di interpretare la società aperta e dinamica, propria del Novecento. Ma fu anche un banchiere umanista, come Raffaele Mattioli.

«Amadeo Peter Giannini – scrive Guido Crapanzano nell’unica biografia italiana del banchiere pubblicata nel 2017 dalla romana Graphofeel – è un emigrante italiano che arrivò in California nel grembo della madre. I suoi genitori provenivano da Favale di Malvaro, un piccolo borgo dell’entroterra ligure, arroccato tra i monti che si innalzano dietro Rapallo, nella valle Fontanabuona».
Era il 1870, da Piemonte, Liguria, Toscana, Calabria e Sicilia era partita la primissima ondata di emigrazione italiana verso gli Stati Uniti. Molti si fermarono a New York o a Boston, i più intraprendenti preferirono gli ampi orizzonti del Far West e il sogno del gold rush. Ma il vero oro fu trovare i terreni fertili e il mare pescoso della California. Così gli umili contadini e i poveri pescatori italiani crearono le prime industrie agrarie, quelle ittiche e avviarono la produzione dei vini. Molti si affermarono, qualcuno trasformò il suo nome in un marchio conosciuto in tutto il mondo come Del Monte e Iacuzzi.
La famiglia Giannini si stabilì a San José e, poi, acquistò una fattoria a Alviso per coltivare frutta e verdura. Improvvisamente arrivò la tragedia: il capo famiglia rimase ucciso durante una lite con un bracciante. Era il 1876, Amadeo aveva 6 anni. La vedova si risposò con un altro italiano, un commerciante di frutta, Lorenzo Scatena. Per Amadeo sarà un secondo padre e lo introdurrà nel mondo del commercio.
A 20 anni Amadeo era un ragazzone alto più di 1 e 90, con una intelligenza brillante e una mente sveglia.
Dieci anni dopo, grazie a una lingua sciolta, una grande empatia, uno spirito intraprendente e qualche intuizione fortunata, Giannini aveva accumulato una cospicua fortuna, tanto da consentirgli di lasciare la sua attività. Lo fece per dedicarsi alla gestione del patrimonio della moglie, Clorinda Cuneo, figlia di un ricco uomo d’affari che aveva fatto fortuna nel settore immobiliare. Tra le proprietà di famiglia c’erano anche importanti quote di una piccola banca che operava nella comunità italiana di San Francisco, la Columbus Saving and Loan.
Era un istituto di credito come tanti di quegli anni: un solo sportello e una clientela limitata e molto selezionata. I prestiti, in quegli anni, erano destinati solo a chi aveva patrimoni consistenti. Non era concepibile erogare un prestito inferiore ai 200 dollari, mentre le commissioni per inviare denaro all’estero si aggiravano attorno al 6%.
Giannini intuì che bisognava mutare strategia: puntare sugli immigrati, quelli ricchi di idee e di voglia di lavorare, non di capitali. Gente umile e seria, con una fortissima determinazione a cambiare la propria vita. Insomma, c’era da alimentare il sogno americano.
San Francisco, con i suoi 2000 nuovi immigrati all’anno era il luogo giusto per provarci. Ma il consiglio di amministrazione dell’istituto di credito non gli diede fiducia e Amadeo decise di creare la “sua” banca.
Nel 1904, in un saloon di San Francisco, nel quartiere popolare di North Beach, dove viveva la comunità italiana, nacque la Bank of Italy. Dieci soci fondatori, tra cui il padre adottivo, 150mila dollari di capitale. Il barista divenne il principale collaboratore di Giannini.

La banca aprì il 17 ottobre alle 9 del mattino. Da subito si capì che era diversa da tutte le altre. Iniziò una campagna porta a porta per promuovere il deposito dei risparmi e furono offerti prestiti ai piccoli artigiani e alle famiglie degli emigranti a partire da 25 dollari. Fu favorito l’acquisto di case di edilizia popolare. Le commissioni per inviare il denaro in Italia furono abbassate al 2%. Fino ad allora, la gente comune chiedeva i prestiti ai bottegai che avevano avuto fortuna, mentre i risparmi finivano sotto ai materassi. Bank of Italy cambiò la prospettiva.
La nuova banca, inoltre, mirava ad avere un azionariato popolare.
Forse senza saperlo, Giannini stava ripercorrendo negli Stati Uniti una strada iniziata a metà del secolo precedente in Europa.
Infatti, nel 1850 in Prussia, un giudice, Franz Herman Schulze-Delitzsch, aveva fondato la prima banca popolare seguendo i medesimi principi di Giannini: azionariato diffuso, raccolta di risparmi ed erogazione del credito per piccoli artigiani e famiglie modeste, bassi interessi e utili limitati.

Quasi contemporaneamente in Italia, l’economista e politico Luigi Luzzatti aveva favorito la nascita di banche popolari, convinto che istituti del genere potessero svolgere una importante funzione sociale oltre che economica. Così nel 1864 era stata fondata la Banca popolare di Lodi e l’anno successivo quella di Milano, seguita da molte altre.

Agli inizi del Novecento in Germania le banche popolari erano oltre 2000, in Italia un centinaio.
Negli Stati Uniti, invece, la Bank of Italy era una novità. All’inizio gli altri banchieri guardarono con scetticismo la nuova iniziativa, ma il sentimento si trasformò in preoccupazione quando i depositi e i prestiti raccolti da Giannini divennero consistenti.
Amadeo era abile ed ebbe delle intuizioni che sarebbero entrate nei manuali di marketing. Un esempio. Portava in dono ad ogni nuovo nato di San Francisco della comunità italiana un libretto di risparmio con una piccola cifra. Il più delle volte tornava in banca con i risparmi di tutta la famiglia. Alla fine del primo anno di attività, Bank of Italy aveva depositi per 700mila dollari, l’anno successivo raggiunse quasi 2 milioni di dollari. Era il 1906: l’anno del Big One, il Grande Botto.
All’alba del 18 aprile un sisma di 8,3 gradi Richter rase al suolo gran parte della città. Le scosse proseguirono per 3 giorni in modo violento, accentuando i danni e la disperazione. Una serie di violenti incendi distrusse ciò che aveva resistito al terremoto. Le statistiche registrarono 3000 morti su 400mila abitanti e oltre 250mila senza tetto. Fu danneggiata anche la sede della banca di Giannini. Amadeo seppe trasformare la tragedia in una opportunità.

Si precipitò nella sede della banca recuperò in modo rocambolesco i depositi e li mise in salvo. A differenza degli altri banchieri che decisero di chiudere i propri istituti in attesa che tornasse l’ordine in città, Bank of Italy riaprì dopo sei giorni dal sisma. Bisognava fare subito qualcosa.
«A novembre non troverete nessuna città che vuole essere ricostruita», disse a chi gli consigliava cautela. «Prestiti come prima, anzi più di prima», si leggeva all’ingresso della sede provvisoria.
Su un giornale locale fu annunciata la riapertura dell’istituto e la disponibilità a concedere prestiti sulla parola. La politica adottata fu semplice e dirompente: denaro a chiunque lo chiedesse, senza domande, senza garanzie, se non la parola e una firma.
Visto il successo dell’iniziativa, la banca aprì uno sportello itinerante. Su un carretto fu messa una piccola cassa zeppa di banconote e un impiegato con un taccuino iniziò a girare per i quartieri della città concedendo prestiti senza interessi e raccogliendo depositi. Nel giro di una settimana divennero clienti della Bank of Italy molti cinesi della grande comunità californiana. Anche loro ottennero prestiti sulla parola.
Giannini incarnò il simbolo della ricostruzione di San Francisco: trasmise coraggio ed entusiasmo, innescando uno dei più straordinari circoli virtuosi della storia americana.
Le sue vicende si trasformarono in leggenda in tutta la West coast americana. Il vero si fuse al verosimile, come l’incontro tra due collaboratori di Giannini e Enrico Caruso tra le macerie di San Francisco poche ore dopo la prima scossa.
Il celebre tenore era reduce dal trionfale successo della Carmen, andata in scena la sera precedente al Gran Opera House della città californiana. Si era salvato uscendo subito prima del crollo del Palace Hotel in cui era ospitato. Secondo quanto fu scritto da un giornale locale, era seduto sulle macerie. Gli uomini di Giannini stavano andando a vedere cosa era rimasto della banca. I tre italiani avrebbero parlato a bassa voce, poi, si sarebbero abbracciati. Quindi, Caruso si sarebbe schiarita la voce e avrebbe iniziato a cantare, mentre gli altri sarebbero andati a salvare il patrimonio della banca per avviare la ricostruzione della città. Una scena da film che univa dramma e melodramma. Una storia forse solo verosimile, ma capace di alimentare i sogni e nutrire le speranze.

Di vero c’è, di sicuro, che quando Bank of Italy fece i conti ed esaminò i sospesi risultò che il 96% dei prestiti concessi nell’emergenza del terremoto era stato restituito. Non solo. I depositi effettuati in quei giorni furono tali da garantire un pareggio dei conti. La clientela della banca si era, infatti, estesa e con essa la leggenda del banchiere italiano. Tuttavia, per quanto famosa, la banca di Giannini era piccola, anzi piccolissima. Nulla in confronto a quelle delle città dell’East.
A New York c’erano i grandi interessi economici. Dal 1866, da quando, cioè, era stato posato il primo cavo telegrafico che attraversando l’oceano collegava l’Europa all’America, la grande finanza europea era entrata nel mercato azionario di Wall Street, dove dal 1817 era attivo il New York stock exchange.
I maggiori capitali europei investiti nel nuovo mondo erano dei Rothschild, che si accordarono con due delle maggiori banche locali: Morgan e Rockefeller. Si costruì così un gruppo dotato di grande liquidità e altrettanto potere. Annota Guido Crapanzano:
«La lobby finanziaria usava i propri capitali per operazioni concentrate, volte a indirizzare il mercato, alimentando una bolla speculativa in grado di generare ipotetiche ricchezze. […] Fu il primo rilevante esempio di finanza selvaggia, governato dalla forza del denaro. […]. Per realizzare tutto ciò occorreva, naturalmente, l’appoggio della stampa e della politica. Già dai primi anni del Novecento la lobby aveva cominciato a finanziare le campagne politiche dei principali candidati e ad acquisire alcuni tra i più influenti quotidiani di New York».
Un modo di agire che si basava su un credo opposto a quello di Giannini, per il quale la banca doveva sostenere l’economia reale e opporsi alla speculazione finanziaria. Mondi lontani, che iniziarono a confrontarsi in occasione dell’esplosione della bolla del 1907.

All’inizio del nuovo secolo molti capitali europei, soprattutto inglesi, arrivano negli Stati Uniti incantati dall’eccezionale sviluppo del Nuovo Mondo. Gli alti tassi d’interesse e la speranza di facili guadagni trasformarono gli investitori in speculatori. Nella maggior parte delle aziende i capitali investiti dall’estero superarono il valore effettivo delle società. Bastò una crisi nell’Europa mediterranea per mostrare la debolezza del sistema. Le banche europee ritirarono i capitali e in tre settimane l’indice della borsa crollò del 30%. Al panico seguì la crisi: la disoccupazione crebbe del 6%, la produzione scese di oltre il 10%, le importazioni calarono del 26%.
Bank of Italy non ebbe alcuna ripercussione, anzi uscì dalla crisi del sistema rafforzata. Giannini, infatti, in un viaggio a New York intuì ciò che stava per accadere e aveva imposto alla sua banca una drastica riduzione dei prestiti, soprattutto sugli investimenti immobiliari. Contemporaneamente decise di avviare una massiccia campagna pubblicitaria per incrementare i depositi e accresciuto le riserve di oro.
Allo scoppio della crisi, mentre si diffondevano voci che descrivevano Bank of Italy in difficoltà, Giannini, scrive Crapanzano:
«Fece montare in prossimità delle finestre della banca, ben visibili dalla strada, grandi tavoli, su cui espose montagne di monete d’oro, insieme a pacchi di banconote di grosso taglio». Un’ostentazione che troncò ogni voce malevola sulla banca, che nei fatti si dimostrò essere l’unico istituto di credito di San Francisco senza problemi di liquidità. Bank of Italy raggiunse a fine 1907 1 milione e mezzo di depositi.
Giannini era diventato un personaggio nazionale. La sua banca, grazie anche alla nuova legge bancaria del 1909, iniziò ad espandersi. È di quel l’anno l’apertura della prima filiale a San José.
A caratterizzarla, ancora una volta, l’attenzione all’economia reale e una politica di marketing innovativa: campagne pubblicitarie, un giornale per i correntisti che li informava sulla situazione economica, tassi d’interesse competitivi e spese annullate per operazioni tra sportelli della stessa banca.
Furono assunti impiegati di diverse nazionalità in modo da avere un rapporto migliore con tutta la popolazione della California. Anche l’architettura della banca mutò. Su un grande open space vennero sistemate le scrivanie degli impiegati e i clienti potevano sedersi e non stare in piedi. Furono abolite anche le sbarre di ottone che delimitavano la fila davanti alle casse.
Nella sede centrale, al centro del salone la scrivania di Giannini. Inoltre, fu creato anche uno spazio per le clienti: con una stanza da bagno dove ci si poteva rifare il trucco e una nursery dove personale della banca accudiva i bambini. Bank of Italy crebbe in modo esponenziale: i depositi salirono a 6 milioni di dollari nel 1910, superarono gli 8 nel 1911, diventarono 13 due anni dopo. Risultati che testimoniavano non solo le capacità di Giannini, ma soprattutto l’espansione economica della California, che culminò con l’inaugurazione del Canale di Panama nel 1914.
Negli anni che seguirono Bank of Italy continuò a crescere, anche se le grandi banche di New York iniziarono a guardare con preoccupazione il “fenomeno” Giannini. Cercando di rendergli difficile l’attività, lo scontro fu cruento ed ebbe numerosi colpi di scena. Nel 1919 Bank of Italy, dopo aver aperto numerose filiali in California, sbarcò a New York aprendo prima una società finanziaria e poi acquistando una banca italiana con uno sportello nella città americana, la Banca dell’Italia meridionale, che mutò il nome in Banca d’America e d’Italia.

Nel 1927 Bank of Italy ottenne il diritto di emettere moneta, come riconoscimento della solidità del patrimonio. Ma rimaneva una banca piccola, solida, con una fama di serietà e affidabilità, limitata però a San Francisco. Giannini dopo una lunga valutazione pensò che fosse il momento di diventare “la” banca di tutta la California, per iniziare ad espandersi in tutti gli Stati Uniti. Per farlo era necessario ingrandirsi. Decise, perciò, di fondersi con una banca di Los Angeles, la più grande città dello Stato, prima anche per dinamismo e sviluppo economico. Era la Bank of America, fondata da Orra E. Monnette nel 1923.
Nel frattempo, con il medesimo approccio con cui aveva affrontato la crisi del 1907, cioè, privilegiando l’economia reale e dubitando (e facendo dubitare ai propri risparmiatori) dei guadagni facili creati dalla speculazione finanziaria («Il vostro denaro – scrisse in un articolo del 1926 – non dovete affidarlo a chi lo paga di più, ma a chi meglio lo garantisce»), gestì l’enorme espansione agricola della California determinata dalla Prima guerra mon-diale. Lo fece favorendo, con un oculato credito agrario, gli investimenti per ammodernare la produzione e il sistema di vendita. In questo modo, conclusa la guerra, l’agricoltura californiana non solo riuscì a mantenere i livelli di produzione del periodo 1916-1918, ma li incrementò imponendosi anche sui mercati della East coast.
Poi, arrivò la “grande depressione”.

Nel gennaio del 1929, l’economia statunitense viveva un periodo di strana ed esaltante euforia. Immaginando che si trattasse di una grossa bolla speculativa, Giannini impose alla sua banca una stretta ai crediti e si accertò personalmente che nessuna filiale favorisse le speculazioni finanziarie.
Quando si accorse che il valore delle azioni della banca crescevano in modo spropositato, diede ordine di acquistarne in quantità per rivenderle a prezzi più bassi, con forti perdite, ma con l’obiettivo di calmierare il mercato. Un’intuizione giusta, ma non compresa dai soci della sua banca che lo misero in minoranza. Con l’esplosione della crisi, dopo un durissimo confronto interno e con i grandi banchieri di New York guidati da John Pierpont Morgan, riuscì, nonostante una grave malattia e seri problemi familiari, a riconquistare il controllo della “sua” ban

ca.
Nel 1930 la Bank of Italy cambiò il nome in Bank of America National Trust and Savings Association.
L’istituto di credito aveva sede a San Francisco ed era codiretto da Giannini e da Monnette.
Le filiali in California erano 453. Nello stesso periodo arrivò l’acquisizione di due piccole banche di New York e ciò gli consentì di costruire i presupposti per poter diventare davvero una banca nazionale.
Con nuovo slancio, sostenne le rapidissime trasformazioni che l’economia ebbe dopo la “grande crisi”, schierandosi con Franklin Delano Roosevelt prima nella campagna contro Hoover per le presidenziali del 1932, quindi a sostegno delle politiche espansive del “New Deal”.

Giannini fu più volte consultato dal presidente Roosevelt che recepì molti suggerimenti nella nuova normativa bancaria del 1933. Primi tra tutti, la rigida separazione tra banche di deposito e banche d’investimento, per evitare che i risparmi dei cittadini fossero esposti al rischio di speculazioni azzardate (come era accaduto nel 1929). Inoltre, tutte le banche furono autorizzate ad aprire filiali ovunque lo ritenessero opportuno.
Era la consacrazione del progetto che Giannini perseguiva dal 1906.

Simbolo del nuovo spirito che attraversava l’America fu il Golden Gate Bridge.
Negli anni Trenta la baia di San Francisco si era sviluppata in modo impressionante.
L’unico collegamento tra la città e la Florida contea di Marin era via mare. Una situazione non più gestibile.
Un architetto visionario, Joseph Strauss, immaginò di costruire un ponte sospeso che risolvesse il problema. Convinse tutte le comunità coinvolte non solo dell’utilità della realizzazione, ma anche a impegnare case, terreni, attività commerciali per realizzare l’ambizioso progetto. Ma mancavano i soldi, oltre 35 milioni di dollari. Li mise la banca di Giannini, seguendo lo stesso schema che lo aveva reso famoso in tutti gli Stati Uniti. Fece valutare la fattibilità, quindi incontrò Strauss, lo ascoltò, alla fine – come ha raccontato lo stesso progettista – gli pose una sola domanda: «Quanto durerà il ponte?». Ascoltata la risposta, «Per sempre», si alzò, gli strinse la mano e disse: «Bene. Cosa aspettiamo a metterci al lavoro?».
La costruzione iniziò il 5 gennaio 1935. Il 27 maggio 1937, con qualche mese di anticipo rispetto ai tempi previsti, la prima auto attraversò il Golden Gate Bridge. Con i suoi 2,71 chilometri di lunghezza era il ponte sospeso più lungo del mondo. Ben presto sarebbe diventato il simbolo di san Francisco.


Nel 1971, nel rispetto degli impegni, è stata rimborsata l’ultima obbligazione. Il Golden Gate Bridge era costato 74 milioni di dollari: 35 per la costruzione, 39 di interessi. Tutti coperti dai pedaggi pagati per attraversarlo. Una targa di bronzo all’ingresso del ponte (nell’immagine a destra) ricorda l’accordo tra Strauss e Giannini.
Meno eclatante all’epoca, ma destinata ad avere un futuro, fu la decisione di concedere nel 1939 un prestito sulla parola a due giovani ingegneri di Palo Alto, un paesino nella valle di Santa Clara, a Nord di San Francisco. Volevano aprire una azienda di componenti e apparecchiature elettroniche. La sede era il garage in legno della casa di uno dei due. Si chiamavano Bill Hewlett e David Packard. Le iniziali dei due cognomi furono usate come marchio dell’azienda. L’HP sarebbe diventa la maggiore produttrice di computer al mondo e la prima ad aver portato nella Valle di Santa Clara l’industria elettronica, con effetti tanto sconvolgenti da trasformare il nome di quel territorio in Silicon Valley.

Ma questo sarebbe successo molti anni dopo.
Agli inizi del Novecento era divenuta la Mecca del cinema.

Inevitabile che Giannini si interessasse al cinema non solo dal punto di vista professionale, cioè per attivare finanziamenti e crediti (fu sua l’idea di introdurre un credito agevolato, legato ai tempi delle produzioni e della distribuzione), ma perché era incuriosito dai meccanismi che formavano l’opinione pubblica e i sentimenti collettivi.
Si avvicinò al cinema per finanziare l’apertura di una sala cinematografica, ma ben presto la curiosità, l’intraprendenza, la voglia di percorrere strade nuove trasformarono Giannini da spettatore interessato a protagonista di alcune delle grandi storie del cinema americano.
La prima è legata a Charlie Chaplin.
Noto, ma non famoso, l’attore-regista inglese, nel 1919, era alla ricerca della consacrazione. Aveva un progetto a cui lavorava da molti anni: la storia di bambino che vive con un vagabondo. La sceneggiatura era pronta e individuato l’attore giusto per interpretare il bambino, ma mancavano i capitali e il bimbo era impegnato in un altro film
Giannini diede a Chaplin, sulla parola, 50mila dollari e riuscì a liberare l’attore prescelto, il giovane Jackie Coogn.
Il Monello fece conoscere e apprezzare Chaplin in tutto il mondo.

Il film uscì nel 1921. In sei settimane Bank of Italy rientrò nel capitale investito. Quindi, avendo legato il contratto di prestito agli incassi, iniziò a ricavare enormi utili. Da allora Giannini finanziò oltre 500 film con un investimento superiore al mezzo miliardo di dollari.
Tutti abbondantemente ripagati. Qualche titolo: West side story, Lawrence d’Arabia, Via col vento. Ma, come accennato, il cinema per Giannini non fu solo una questione di finanziamenti. Era uno strumento di trasformazione della società. Doveva intrattenere, divertire e imporre buoni modelli di vita. Il sostegno economico della sua banca doveva essere coerente a questi obiettivi. Emblematico il rapporto con due dei grandi di Hollywood, con cui condivise sogni e scommesse.
Uno è Walter Disney. Nei primi anni Trenta, Disney era uno dei più noti registi di cartoni animati. Aveva già vinto più di un Oscar, di cui uno alla carriera per l’invenzione di Topolino. Era stato il primo a sincronizzare un cartone con la musica e a realizzare un cartone a colori. Ma voleva andare oltre: sognava un film vero in cui gli attori fossero personaggi disegnati. Che avessero espressioni, che si muovessero in modo realistico, che raccontassero storie complesse. Non più poche sequenze per far ridere, ma un vero film di 90 minuti capace di rappresentare tutti i sentimenti. La storia scelta era quella di Biancaneve e i sette nani.
Era una sfida tecnologica, produttiva, finanziaria.
Ad Hollywood la definirono la “follia di Disney”. Difficile smentirli. Il budget previsto per il film era di 250mila dollari. Nel 1937 dopo quattro anni di intenso lavoro, 750 artisti coinvolti e 250mila disegni realizzati, Disney si accorse che occorreva 1 milione e mezzo di dollari per concludere il film e pagare i debiti accumulati. Giannini incontrò Disney. Volle capire il progetto, vedere quanto era stato realizzato. Poi decise di aprire la linea di credito.

Biancaneve e i sette nani rivoluzionò la storia del cinema e incassò oltre 8 milioni di dollari. Un’altra scommessa vinta. La collaborazione con la Disney proseguì con Fantasia, Pinocchio e Cenerentola.

Ma il rapporto più intenso con il mondo del cinema, Giannini lo ebbe con Frank Capra. Uno dei più importanti registi di quegli anni, 14 volte premio Oscar. Italiano anche lui, di Bisacquino, in provincia di Palermo. Autore di Accadde una notte, L’Eterna illusione, Mr. Smith va a Washington, ma soprattutto di La vita è meravigliosa.
Ricordate?
È il grande classico di Natale.
L’angelo di seconda classe Clarence si deve guadagnare le ali salvando dal suicidio George Bailey, un uomo buono che aveva dedicato la sua vita alla comunità. La sua società di edilizia popolare era sull’orlo della bancarotta. Clarence dimostra a Bailey, uno straordinario James Stewart, che inferno sarebbe stata la sua città senza di lui, convincendolo a tornare a credere nella vita. Alla fine George conoscerà la riconoscenza di tutta la comunità e Clarence, allo squillo di una campanella d’argento, conquisterà le sue ali.

Una grande parabola dickensiana ambientata nell’immediato dopoguerra nell’America profonda. Simbolo del sogno americano e dell’american way of life. Un classico, tanto da essere inserito dall’American film institute tra i 100 migliori film di sempre.
Il protagonista di questa storia è Giannini. Meglio: è la filosofia della banca di Giannini. Basta rivedere la scena in cui viene ricordato il padre di George (che si chiama non a caso Peter) per capirlo. Si racconta di una società di costruzioni che aiuta la gente comune ad acquistare una casa di proprietà, che concede un mutuo sulla parola a un tassista. In fin dei conti il film è la storia di un’intera comunità che cresce perché qualcuno ha dato fiducia a chi voleva un futuro migliore. Lo sintetizza il dialogo tra il cinico banchiere locale, Herry F. Potter (un bravo Lionel Barrymore) e George.

«Peter Bailey non era un uomo d’affari – dice Potter – […] Egli era solo un grande idealista, oh lodevole, ma gli ideali non accompagnati dal senso pratico rovinano le aziende». Di rimando George risponde: «Voi avete ragione quando dite che mio padre era un sognatore […], ma ha aiutato molte persone ad uscire dalle vostre catapecchie. […] Che male c’è in questo? Non crede che ciò aiuti le persone ad essere dei cittadini e dei clienti migliori?». A ben guardare Potter assomiglia in modo impressionante a J. P. Morgan, il grande antagonista di Giannini.
Capra e Giannini avevano la medesima visione della società e dell’etica.
La forza del mondo nuovo doveva essere quella degli uomini comuni, eroi di tutti i giorni, che contro il potere della finanza e gli interessi delle lobby potevano avere una speranza di riscatto e di affermazione.
Giannini finanziò il primo film di successo di Capra: Accadde una notte. Poi, il rapporto si trasformò in amicizia. Raccontano le cronache dell’epoca che il banchiere partecipò alla scrittura di: È arrivata la felicità e L’Eterna illusione.
Nelle ultime fasi della Seconda Guerra mondiale Giannini analizzò con esponenti dell’amministrazione statunitense gli scenari socio-economici che si sarebbero realizzati nel dopoguerra. Non aveva mai dimenticato l’Italia, dove era stato più volte, dando negli anni Trenta un concreto aiuto al governo dell’epoca.

Una volta concluso il conflitto, fece anticipare (senza chiedere interessi) a Bank of America i costi per il trasporto degli aiuti del Piano Marshall in Italia e, in accordo con Arthur Schlesinger, si mosse per favorire la ricostruzione. Ebbe un ruolo determinante nella decisione del governo americano di consentire alla FIAT di riprendere a produrre auto.
Giannini morì nel 1949, a 79 anni. Un accurato inventario dei suoi beni stabilì che ammontavano a 489mila e 278 dollari. Molti, ma non adeguati per il maggior azionista di quella che era la settima banca degli Stati Uniti. Nel 1926 in una intervista a un giornale locale aveva detto: «Un uomo che desideri possedere più di 500mila dollari dovrebbe correre dallo psichiatra. Perché nessun uomo possiede in realtà la ricchezza, ma ne è posseduto».

PS
Ho scritto queto articolo nel 2017. Allora, una delle piazze principali di San Francisco risultava dedicata a Amadeo Peter Giannini e negli Stati Uniti c’erano numerosi saggi che ne avevano studiato il pensiero e l’attività. In Italia, era appena uscito il libro di Crapanzano. Era il primo ed è rimasto l’unico. Su internet non riuscii a trovare una via a lui dedicata, neanche in Liguria.
Nel 2020 il ministero delle Sviluppo economico, in occasione dei 150 dalla nascita, ha emesso in francobollo in suo onore e a Chiavari, nel 2024, gli è stata dedicata una scuola. Forse, è ancora troppo poco.