C’è un marchio in Italia che per oltre mezzo secolo è stato sinonimo di spettacolo di qualità: G&G, cioè Garinei e Giovannini. Con garbo, ironia e leggerezza hanno accompagnato i sogni e le speranze dell’Italia che si stava ricostruendo e voleva diventare grande.

49 titoli, 85 tournée, quasi 18 mila repliche in 20 Paesi del mondo e in 18 lingue diverse. Cifre che documentano il successo di questa grande bottega artigiana, ma non spiegano tutto. Però, basta ricordare Roma non fa la stupida stasera e Arrivederci Roma, due loro canzoni, per comprende il successo planetario di questa strana coppia degna di un film con Jack Lemmon e Walter Matthau.
Romano, laureato in Giurisprudenza, classe 1915, Sandro Giovannini; farmacista (per «obbligo di famiglia»), nato 4 anni dopo a Trieste, Pietro Garinei. Ma nessuno dei due aveva la voglia di onorare la laurea ottenuta. All’inizio, era il 1943, fu il giornalismo sportivo: Giovannini al «Corriere dello Sport»; Garinei, alla «Gazzetta dello sport». Ma le storie più che raccontarle a loro piaceva crearle.
Amici da subito. Non potevano essere più diversi: corpulento, il primo, magro il secondo. Anche i caratteri erano opposti: sanguigno, giocherellone, irascibile e romantico Giovannini; freddo, misurato, mai sopra le righe Garinei. Divisi anche dalla fede sportiva: laziale uno, romanista l’altro. Ma, come si dice a Roma, «insieme facevano colla». Iniziarono trasformando la farmacia di famiglia Garinei, nella centralissima piazza San Silvestro, in un goliardico cenacolo culturale. Tra lo scaffale degli unguenti e quello delle pasticche, Monicelli, Scarpelli, Fellini e Marchesi, ancora giovani e sconosciuti, passavano lunghe serate bevendo un elisir alle erbe, orgoglio della farmacia romana. A loro si univano Gorresio, Longanesi e Flaiano dopo aver finito il lavoro nei giornali. Si parlava di teatro, di cinema e si tirava fino a tarda notte, lasciando perplesso ed interdetto chi in farmacia entrava con ben altri problemi.

D’altronde la passione per il teatro dei due era antica. Sembra che Pietro avesse esordito negli anni del liceo scrivendo dialoghi per le dame di San Vincenzo, mentre Sandro pare abbia iniziato con qualche sketch per le compagnie di avanspettacolo inviate al seguito delle truppe italiane in Albania.
Comunque sia, è tra i banconi della farmacia, dove «per sentirsi più a suo agio» anche Giovannini vestiva il camice bianco, nacque, era il 1944, Cantachiaro. Una rivista musicale intrisa di satira politica che convinse il celebre impresario Remigio Paone a fidarsi di quei due ragazzi di 29 e 25 anni. Protagonista Anna Magnani, con lei Carlo Ninchi, Gino Cervi e Lea Padovani, musiche di un giovane Piero Piccioni, in arte Piero Morgan.
Era un’Italia diversa. C’erano ancora gli americani, il mercato nero e Rossellini si preparava a girare Roma città aperta, mentre De Sica era pronto con Sciuscià a raccontare la vita e i sogni di un piccolo lustrascarpe. Cantachiaro fece discutere per le censure che gli Alleati imposero al testo e per il carattere non facile della Magnani, ma andò bene. Fu l’inizio della G&G.
Nel 1946, abbandonata la voglia di fare satira politica, la ditta scritturò Wanda Osiris per Domani è sempre domenica. Fu un evento. Uno spettacolo dove «tutto era favoloso», come scrissero i giornali dell’epoca, colpiti dalla Wandissima che usciva come Venere da una conchiglia e soprattutto dalla cifra allora strabiliante di 4 milioni e 800 mila lire investiti per attori, coreografie ed effetti speciali.
Fu alla prima di quello spettacolo che nacque una tradizione sempre ripetuta a tutte le prime: Garinei si presentò in un abito di flanella grigia (molti anni dopo, mentendo, disse che l’abito era sempre lo stesso «sfilacciato da antichi applausi»), mentre Giovannini fumò un intero pacchetto di sigarette inglesi, le Craven.
Negli anni altre «misure» apotropaiche avrebbero accompagnato le commedie dei due, come quella di inserire sempre un animale in ogni spettacolo («l’unico in scena, nelle nostre produzioni», precisò, ironico, Garinei).
Il 1950 fu un anno importante. G&G incontrarono il mantovano Gorni Kramer (Kramer era il nome, frutto della scelta del padre in onore di un ciclista americano, e Gorni il cognome). «Un grissino in smoking e baffi» (la definizione dovrebbe essere di Flaiano). Molto di più di un musicista: autore, arrangiatore, direttore d’orchestra, contrabbassista e virtuoso fisarmonicista. Già noto al grande pubblico per essere l’autore di canzoni di grande successo come Pippo non lo sa… del Trio Lescano e Ho un sassolino nella scarpa di Natalino Otto. Ma sarà il sodalizio con Garinei e Giovannini a consacrarlo, così come qualche anno dopo la televisione di Bernabei lo renderà un volto notissimo alle famiglie italiane.
Kramer fornì al creativo, pigro e poeta Giovannini e al razionale e pianificatore Garinei il supporto musicale per quello che sarebbe diventato il musical all’italiana. Ma quell’anno ci fu anche un altro avvenimento: il nuovo spettacolo di G&G, La Bisarca, andò in scena in un cinema-teatro da poco inaugurato al centro di Roma. Lo aveva progettato, con una concezione innovativa, Marcello Piacentini. Il grande architetto aveva eliminato tutte le colonne e le strutture in modo da consentire una vista piena in ogni ordine di posto e con una acustica sorprendente. Situato a pochi passi da piazza Barberini, il teatro avrebbe preso il nome della strada dove si apriva l’ingresso, al civico 129: il Sistina.

Gli ingredienti c’erano tutti, ma mancava qualcosa. Ed è quello che arrivò dal viaggio a New York: primavera 1951. I due in 9 giorni batterono in lungo e largo Broadway, il tempio del teatro leggero americano. Andarono a 13 spettacoli, contattarono registi, videro coreografi, parlarono con attori e impresari. «Ci rendemmo conto – annoterà Giovannini anni dopo – che eravamo indietro di decenni».
Dall’esperienza americana, che si ripeterà per molte volte, arrivò la consapevolezza che la strada era giusta, ma occorreva osare di più. Fu scritturato un coreografo americano e si decise di abbandonare la rivista per qualcosa che aveva una trama più strutturata. Insomma, dalla semplice idea legata all’attualità attorno a cui si imbastiva uno spettacolo, che caratterizzava il teatro di rivista, si decise di fare un copione teatrale scandito e accompagnato da musiche e canzoni. Ma non un’operetta, qualcosa di diverso perché legata all’attualità.
Si iniziò, era il 1952, con Attanasio cavallo vanesio, una «favola musicale» affidata a quello straordinario e chapliniano attore che è stato Renato Raschel, per arrivare nel 1954 con Giove in doppio petto con Carlo Dapporto e una giovanissima Delia Scala alla prima commedia musicale.
Sull’onda del successo di pubblico e critica per spettacoli intelligenti, sempre in sintonia con il senso popolare, senza cadere mai nell’ovvio e nel volgare, incarnando quella «leggerezza» che avrebbe descritto anni dopo Calvino nelle Lezioni americane, G&G approdarono anche alla televisione. Loro il fortunatissimo Musichiere (1958) presentato da Mario Riva. Ma è dal teatro leggero che sono venute le maggiori soddisfazioni.
A scorrere l’elenco degli attori coinvolti si ripercorre la storia dello spettacolo italiano. Cito a caso: Totò, Alberto Sordi, Walter Chiari, Nino Manfredi, Lauretta Masiero, il Quartetto Cetra, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Marcello Mastroianni, Paolo Panelli, Bice Valori, Aldo Fabrizi, Jonny Dorelli, Sandra Mondaini, Andreina Pagnani, Gino Bramieri, Enrico Maria Salerno, Massimo Ghini, Gigi Proietti e Domenico Modugno.

Fu con l’autore di Volare che, nel 1961, in occasione del centenario dell’Unità italiana, Garinei e Giovannini misero in scena Rinaldo in campo. La storia di un brigante siciliano, una sorta di Robin Hood italiano che rubava ai ricchi per aiutare i poveri, che si era unito alle truppe di Garibaldi contro i Borboni nel 1861. Forte della fama di Modugno, di una trama ben strutturata e delle coreografie di Herbert Ross, che aveva lavorato con Fred Astaire e allestito molti musical a Broadway, Rinaldo in campo diviene il maggiore successo teatrale di tutti i tempi in Italia. Un consenso che portò la commedia in molti Paesi d’Europa, Unione Sovietica compresa dove venne rappresentato tradotta in russo.
Ma è nel febbraio 1964 che avvenne la vera svolta. Rugantino, scritta da Garinei&Giovannini, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa con la collaborazione di Luigi Magni e le musiche di Armando Tovajoli che aveva debuttato nel dicembre di due anni prima, andò in America.

Dopo un paio di serate a Toronto fu la volta di Broadway. «Un’impresa intrepida – raccontò Garinei a Enzo Biagi – come esportare orologi in Svizzera». Il tempio del musical, il teatro Mark Hellinger, noto come Time Square Church, che aveva visto i trionfi di My fair lady. Rugantino per 3 settimane fece il tutto esaurito. La storia dolce a amara del popolano romano condannato a morte, in nome dell’amore di Rosetta, per un delitto non commesso, conquistò gli americani, non gli «italo-americani». Roma non fa’ la stupida stasera divenne un’icona dell’Italia nel mondo.
Stellare il cast di quella edizione: Nino Manfredi era Rugantino, Ornella Vanoni (che aveva sostituito Lea Massari) Rosetta e, poi, Aldo Fabrizi come il boia Mastro Titta, Bice Valori, Carlo Delle Piane e un giovane Lando Fiorini. Il «New York Times» fece una critica esaltante e si parlò di una edizione hollywoodiana della storia della Roma papalina. Non se ne fece nulla, ma ormai G&G erano divenuti un marchio internazionale.

Intanto, nel 1960 Garinei & Giovannini avevano preso in gestione il Sistina. L’avrebbero tenuta per 46 anni, anche dopo la morte, nel 1977, di Sandro Giovannini. Ed è al Sistina, dichiarato nel 2003 dal ministero del Beni culturali come Teatro stabile della commedia musicale italiana, che sono nate da allora tutte le produzioni del Duo. Nel guardaroba del teatro, fu ricavata una stanza senza finestre (solo una piccola feritoia) e un minuscolo bagno. Essenziale l’arredamento: due scrivanie una di fronte all’altra, una Olivetti lettera 22 e un divanetto.
Lo chiamavano il «Bunker di Pietro e Sandro». I due parlavano, scrivevano, leggevano, riscrivevano, tornavano a parlare. Tutte le mattine dalle 10:00 fino a tarda notte, spesso accompagnati da un tubetto di simpamina e un grande thermos di caffè. Enzo Biagi, che di Garinei fu amico, ricordando quelle notti, diceva che nello spettacolo, così come nella vita, il10% è ispirazione, il resto è traspirazione, cioè sudore e fatica.
Ispirazione, fatica e… serietà. Gli uomini che portarono in Italia le Bluebell, il corpo di ballo più famoso e ammirato al mondo, e mostrarono le gemelle Kessler nel teatro italiano, diedero sempre rigorosamente del «lei» agli artisti e mai la stampa scandalistica li vide coinvolti nel benché minimo pettegolezzo. Anzi, scorrendo la stampa popolare degli anni in cui dominarono la scena del teatro leggero italiano, il loro nome è sempre e solo legato agli spettacoli prodotti. Come se non avessero una vita privata. Altri tempi.

Anche dopo la morte di Pietro Garinei continuano ad essere riposti Rugantino e Aggiungi un posto a tavola. Imponendosi come classici del teatro italiano. Alcuni brani tratti dagli spettacoli accompagnano nelle scuole le rappresentazioni natalizie
Una consacrazione che mi ravviva il ricordo dell’ultimo incontro con Garinei.
Primi anni del nuovo secolo, 2 giugno, Festa della Repubblica, giardini del Quirinale. All’imbrunire con il tramonto che solo Roma sa regalare. Appoggiati al parapetto della Terrazza alla Vetrata si stagliavano le figure di due anziani ed eleganti signori: Armando Trovajoli e Pietro Garinei. Sembrava la scena di un film. Parlavano sommessamente. Interrompo e dico che in quella scenografia sarebbe potuto entrare Rugantino per recitare il monologo che introduce a Roma non fa’ la stupida stasera («Roma ce semo, aiutame tu. Io non dico niente, Roma, ma stasera c’ho bisogno de te. E tu quando vuoi, ste cose le combini bene»), mancava solo la musica.
Trovajoli, sorridendo, mi dice: «Se ci ha pensato, vuol dire che la musica c’è». Anche Garinei sorride e afferma: «Rugantino è una storia tragica: quella di un uomo che viene giustiziato, senza colpa, e accetta la morte per amore. Ma a lei è venuto in mente solo l’amore. È questo un modo per vedere la vita: tragica, divertente, a volte ridicola. Tutto insieme e piena d’amore, come nei nostri spettacoli».
Ho rivisto Trovajoli qualche mese dopo a Santa Maria del Popolo. Si festeggiava l’Epifania. I bambini della parrocchia, vestiti da angeli, erano impacciati e divertenti, lui, in un banco laterale li guardava e gli occhi sorridevano. Come fosse la prima di un suo spettacolo.
Ha scritto Laslie Grade, forse il maggiore impresario teatrale inglese: «Tutti sanno far piangere, pochissimi riescono a divertire». Garinei e Giovannini hanno divertito e fatto sognare quattro generazioni d’italiani.