Ernst Jünger nasce il 29 marzo 1895 a Heidelberg, allora parte del Secondo Reich, oggi sede
dell’Istituto Internazionale di Ricerca sui Conflitti. A soli 17 anni entra nella Légion étrangère,
per poi scendere in trincea due anni dopo, nell’agosto del 1914, sotto il comando di Guglielmo
II. Promosso sottufficiale e poi tenente, viene ferito 14 volte e riceve la croce al merito. Nel
1920 pubblica Tempeste d’acciaio, in cui racconta la sua esperienza nelle trincee come ufficiale,
e successivamente come membro delle Sturmtruppen, truppe d’assalto speciali e precursori dei
Kommando. Questo romanzo lo inserisce tra i principali esponenti intellettuali della rivoluzione
conservatrice, un movimento che si opponeva al “Sistema” (termine dispregiativo, Repubblica di
Weimar nella storiografia contemporanea), al liberalismo, al marxismo e alla filosofia dei
Lumières, e discendente del nazionalismo romantico tedesco nato durante le guerre
napoleoniche. Sebbene il movimento in questione gettasse le basi del Partito Nazionalsocialista
di Adolf Hitler, Jünger si distanzia dalla vita politica con l’ascesa dei nazisti al potere e si
avvicina agli ideologi del nazional-bolscevismo. Fuggito dalla Germania, pubblica articoli critici
nei confronti del regime dell’odio, sfuggendo però ad ogni persecuzione grazie al suo servizio
durante la Grande Guerra. Viene richiamato alle armi il 30 agosto 1939 e combatte in Francia,
per poi entrare nell’État-Major a Parigi, durante l’occupazione nazista.

Perché oggi lo ricordiamo come un filosofo, nonostante si sia macchiato le mani nelle due
guerre più sanguinose della Storia?
Il suo disprezzo per la guerra inizia dopo la Prima Guerra Mondiale. La sua seconda opera, La
guerra come esperienza interiore (Der Kampf als inneres Erlebnis), è infatti una meditazione
filosofica e politica sulla guerra come esperienza trasformativa, sul coraggio e sul pacifismo.
Jünger teorizza l’angoscia, la paura pietrificante, la sete di sangue che inebria i sensi umani
quando le emozioni vengono messe a tacere. Per lui, il combattimento è padre di ogni essere
vivente, ma è anche figlio dell’uomo, il cui comportamento è in parte dettato dalla violenza.
L’unica emozione sul campo di battaglia che, per Jünger, rivela consapevolezza e un uso,
seppure inconscio, della ragione, è l’orrore. L’orrore è l’attimo che segue la paura e precede lo
scatenamento dell’istinto di sopravvivenza. Un animale può provare paura e angoscia, ma non
può sperimentare l’orrore, un sentimento vicino alla ripugnanza e all’avversione. Come dice
Jünger, l’orrore è “quel secondo di estrema fragilità che innalza l’uomo al di sopra della bestia.
È il primo lampo nel cielo della ragione”.
Questo saggio riesce a essere sia universale, trattando il trauma collettivo sul campo di
battaglia, sia intensamente emotivo e personale, grazie alla capacità di Jünger di dipingere
immagini affascinanti e crudeli allo stesso tempo. Nella sua opera, ogni elemento assume una
dimensione simbolica: la paura che accomuna i soldati, il coraggio del comandante, la nobiltà
ambigua degli atti e il sangue versato, senza tralasciare i sentimenti di cameratismo e le
pulsioni più primitive radicate nell’uomo fin dalle origini.
« Ed ecco volare via la vita, la grande emozione, la volontà di combattere e di conquistare il
potere nelle forme della nostra epoca, la nostra forma, la forma più ostinata e robusta che si
possa immaginare. Dinnanzi a tale potente, perpetuo rifluire verso la battaglia tutte le opere
s’annichiliscono, tutti i concetti si svuotano, e si coglie un che di elementare e grandioso che è
sempre stato e sempre sarà, anche quando non ci saranno più né uomini, né guerre. »
Ernst Jünger nasce il 29 marzo 1895 a Heidelberg, allora parte del Secondo Reich, oggi sede
dell’Istituto Internazionale di Ricerca sui Conflitti. A soli 17 anni entra nella Légion étrangère,
per poi scendere in trincea due anni dopo, nell’agosto del 1914, sotto il comando di Guglielmo
II. Promosso sottufficiale e poi tenente, viene ferito 14 volte e riceve la croce al merito. Nel
1920 pubblica Tempeste d’acciaio, in cui racconta la sua esperienza nelle trincee come ufficiale,
e successivamente come membro delle Sturmtruppen, truppe d’assalto speciali e precursori dei
Kommando. Questo romanzo lo inserisce tra i principali esponenti intellettuali della rivoluzione
conservatrice, un movimento che si opponeva al “Sistema” (termine dispregiativo, Repubblica di
Weimar nella storiografia contemporanea), al liberalismo, al marxismo e alla filosofia dei
Lumières, e discendente del nazionalismo romantico tedesco nato durante le guerre
napoleoniche. Sebbene il movimento in questione gettasse le basi del Partito Nazionalsocialista
di Adolf Hitler, Jünger si distanzia dalla vita politica con l’ascesa dei nazisti al potere e si
avvicina agli ideologi del nazional-bolscevismo. Fuggito dalla Germania, pubblica articoli critici
nei confronti del regime dell’odio, sfuggendo però ad ogni persecuzione grazie al suo servizio
durante la Grande Guerra. Viene richiamato alle armi il 30 agosto 1939 e combatte in Francia,
per poi entrare nell’État-Major a Parigi, durante l’occupazione nazista.
Ma perché oggi lo ricordiamo come un filosofo, nonostante si sia macchiato le mani nelle due
guerre più sanguinose della Storia?
Il suo disprezzo per la guerra inizia dopo la Prima Guerra Mondiale. La sua seconda opera, La
guerra come esperienza interiore (Der Kampf als inneres Erlebnis), è infatti una meditazione
filosofica e politica sulla guerra come esperienza trasformativa, sul coraggio e sul pacifismo.
Jünger teorizza l’angoscia, la paura pietrificante, la sete di sangue che inebria i sensi umani
quando le emozioni vengono messe a tacere. Per lui, il combattimento è padre di ogni essere
vivente, ma è anche figlio dell’uomo, il cui comportamento è in parte dettato dalla violenza.
L’unica emozione sul campo di battaglia che, per Jünger, rivela consapevolezza e un uso,
seppure inconscio, della ragione, è l’orrore. L’orrore è l’attimo che segue la paura e precede lo
scatenamento dell’istinto di sopravvivenza. Un animale può provare paura e angoscia, ma non
può sperimentare l’orrore, un sentimento vicino alla ripugnanza e all’avversione. Come dice
Jünger, l’orrore è “quel secondo di estrema fragilità che innalza l’uomo al di sopra della bestia.
È il primo lampo nel cielo della ragione”.
Questo saggio riesce a essere sia universale, trattando il trauma collettivo sul campo di
battaglia, sia intensamente emotivo e personale, grazie alla capacità di Jünger di dipingere
immagini affascinanti e crudeli allo stesso tempo. Nella sua opera, ogni elemento assume una
dimensione simbolica: la paura che accomuna i soldati, il coraggio del comandante, la nobiltà
ambigua degli atti e il sangue versato, senza tralasciare i sentimenti di cameratismo e le
pulsioni più primitive radicate nell’uomo fin dalle origini.
« Ed ecco volare via la vita, la grande emozione, la volontà di combattere e di conquistare il
potere nelle forme della nostra epoca, la nostra forma, la forma più ostinata e robusta che si
possa immaginare. Dinnanzi a tale potente, perpetuo rifluire verso la battaglia tutte le opere
s’annichiliscono, tutti i concetti si svuotano, e si coglie un che di elementare e grandioso che è
sempre stato e sempre sarà, anche quando non ci saranno più né uomini, né guerre. »
