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Cose viste e pensate

IL DIRITTO DI SAPERE. L’articolo 21 della Costituzione a 80 anni dall’approvazione

L’articolo 21 della Costituzione, nella sua formulazione asciutta, ha attraversato trasformazioni che i Costituenti non potevano immaginare: la nascita della televisione, la fine del monopolio pubblico, l’avvento dell’emittenza privata, la convergenza digitale. Ogni volta ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento, perché il principio che esprime non è legato a un mezzo, ma alla persona e alla qualità della vita democratica.

Nell’articolo 21 non si nomina il pluralismo. Eppure il pluralismo ne è diventato, nel tempo, il cuore.
È stata la Corte costituzionale a compiere questo passaggio, con una giurisprudenza che ha accompagnato ogni fase della storia del sistema dei media.
Già quando giudicava la legittimità del monopolio pubblico radiotelevisivo, la Corte lo ammetteva solo a condizione che garantisse imparzialità e apertura alle diverse voci della società. Poi, aprendo all’emittenza privata in ambito locale, ha riconosciuto che la pluralità delle fonti è essa stessa una garanzia di libertà. Con le pronunce degli anni Ottanta e Novanta ha affermato con nettezza che il pluralismo dell’informazione è un valore centrale dell’ordinamento democratico, un vero e proprio imperativo costituzionale.
Da questa giurisprudenza discende un’idea che considero fondamentale.

La libertà di manifestare il pensiero non è soltanto una libertà di chi parla: ha un risvolto attivo, che è il diritto dei cittadini a essere informati.
E la Corte ne ha indicato con precisione i caratteri: un’informazione completa, obiettiva, imparziale, alimentata da una pluralità di fonti. Il pluralismo, in questa lettura, non è un valore accessorio. È la condizione perché la libertà di informazione sia effettiva e non resti un privilegio di chi dispone dei mezzi per esercitarla.

In questa tradizione si colloca l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l’AGCOM.
Il legislatore, quasi trent’anni fa, ha voluto affidare la tutela del pluralismo a un’istituzione indipendente, proprio perché si tratta di un bene che non può dipendere né dalle maggioranze politiche del momento né dalle sole dinamiche di mercato. Oggi quella tradizione trova riscontro anche nell’ordinamento europeo: la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione afferma che la libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati, e l’European Media Freedom Act traduce quel principio in obblighi concreti per gli Stati, per i regolatori e per gli operatori. Con un contesto tecnologico e sociale profondamente mutato rispetto al lontano 1948 il diritto di sapere non cambia.
Cambiano i luoghi in cui si esercita, e cambiano i soggetti che ne condizionano l’esercizio.
Per decenni la minaccia al pluralismo è stata la scarsità: poche frequenze, pochi operatori, il rischio di concentrazioni. Oggi il rischio è di segno opposto: un’abbondanza di contenuti in cui l’informazione verificata si confonde con tutto il resto, e in cui a decidere che cosa vediamo sono, sempre più spesso, soggetti che non producono informazione e non ne rispondono.

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è stata istituita nel 1997, vigila sull’intero settore delle comunicazioni: dalle poste alle reti telefoniche; dalla televisione a internet

Oggi, come attesta l’Osservatorio dell’AGCOM, internet è la principale fonte di informazione per il 56 per cento degli italiani, mentre la televisione scende al 43 per cento. Approfondendo questo dato emerge che a dare l’informazione on line non sono i siti di giornali,  ma i social network e i motori di ricerca.
A questi si aggiunge, sempre più spesso, la risposta generata da sistemi di intelligenza artificiale, che sintetizzano, rielaborano e riassumono ciò che trovano in rete. Ma quali sono i criteri di selezione? Quali i principi e i valori di selezione?

Inoltre, anche se più di un terzo della popolazione ripone un’alta fiducia nei mezzi di informazione tradizionali, contro appena un quinto per quelli online (i dati sono dello stesso osservatorio AGCOM) appare sempre più evidente il fatturato delle applicazioni delle testate giornalistiche, delle radio e delle televisioni scende, mentre aumenta quello dei canali che utilizzano ciò che queste applicazioni producono. Due gli effetti:
Il primo è economico: si erode la sostenibilità delle imprese editoriali, e con essa la loro capacità di investire in giornalismo, in produzione, in cultura.
Il secondo è democratico: quando il contenuto si separa dalla sua fonte, il cittadino perde la possibilità di riconoscere chi gli sta parlando, con quale responsabilità, con quale affidabilità.
In questo spazio si sviluppa e prospera la disinformazione.

Le piattaforme e l’intelligenza artificiale offrono opportunità straordinarie di accesso alla conoscenza.
Ma un ecosistema informativo è sano solo se chi crea valore può continuare a farlo, e se chi esercita influenza sul pubblico ne assume una responsabilità proporzionata.

Per questo la tutela del diritto d’autore non è soltanto una questione di interessi economici di settore. È un presidio del pluralismo.
Senza una giusta remunerazione dei contenuti non c’è informazione professionale, e senza informazione professionale il diritto di sapere resta una formula vuota.
L’AGCOM ha emanato il regolamento sull’equo compenso per l’utilizzo online delle pubblicazioni di carattere giornalistico, con cui abbiamo dato attuazione alla disciplina europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale. In esso sono definiti criteri e procedure per una negoziazione che non lasci gli editori soli di fronte a interlocutori di dimensioni globali. Sempre a tutela del diritto d’autore è l’azione di contrasto alla pirateria, rafforzata dalla legge del 2023 e dalla piattaforma Piracy Shield, che ha consentito interventi tempestivi a tutela dei contenuti audiovisivi e in particolare degli eventi in diretta.

Google è il più diffuso motore di ricerca in Occidente è stato fondato il 15 settembre 1997.

Oggi la frontiera si sposta sull’intelligenza artificiale generativa, e tocca insieme i due beni di cui parliamo oggi: il diritto d’autore e il pluralismo.
Quando una piattaforma risponde a una domanda con una sintesi generata da un sistema di intelligenza artificiale, utilizza il lavoro degli editori, spesso senza che questi lo sappiano o ne traggano un ritorno. Nello stesso momento seleziona e riformula le notizie, contribuendo a determinare che cosa il cittadino vedrà e che cosa no.
Ne deriva un doppio rischio.
Da un lato si indebolisce la sostenibilità di chi produce informazione. Dall’altro si affida a meccanismi poco trasparenti una funzione, quella di selezionare e gerarchizzare le notizie, che ha una rilevanza democratica evidente.
Servono trasparenza sull’uso dei contenuti, un’equa remunerazione per chi li produce e una riflessione seria sul modo in cui le notizie vengono selezionate e proposte ai cittadini.